Lo sparti-acque

Tutti gli interrogativi di un referendum controverso.

di Fabio Chiusi

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28 Aprile 2011

Il 12 e il 13 giugno, oltre che sul nulceare e sul legittimo impedimento, si vota anche il referendum per abrogare il decreto Ronchi, che 'liberalizza' la gestione dell'acqua pubblica. Lo scontro su questo tema ha assunto toni molto decisi: da un lato, i sostenitori del 'No' accettano l'idea che l'amministrazione delle reti idriche, ferma restando la proprietà pubblica, possa essere liberalizzata.
Dall'altro, il comitato promotore, schierato per il 'Sì', di queste sottigliezze non vuole sentir parlare e sostiene che quella dell'ex ministro delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, è una privatizzazione vera e propria, acqua compresa. Ma come si è arrivati al tanto contestato decreto Ronchi? Che cosa stabilisce? E quali sono le ragioni di entrambe le parti? Domande di non facile risposta, ma che bisogna porsi se si vuole affrontare in modo consapevole la consultazione referendaria. 

Come si è arrivati al decreto Ronchi

L'ex ministro Andrea Ronchi (foto Adnkronos).

L'ex ministro Andrea Ronchi (foto Adnkronos).

A voler scavare nel complesso intreccio di norme nazionali e regionali che costituiscono il regime giuridico delle acque, si potrebbe risalire fino alla legge 2248 del 20 marzo 1865. Da allora le categorie di acque considerate appartenenti al demanio pubblico si sono gradualmente allargate. Se, per esempio, il Regio decreto 1775/1933 stabiliva che fossero pubbliche «tutte le acque sorgenti» che «abbiano e acquistino attitudine a usi di pubblico generale interesse», la condizione è stata superata dalla legge 36/1994.
La cosiddetta legge Galli, infatti, prevedeva più semplicemente che «tutte le acque superficiali e sotterranee sono pubbliche e costituiscono una risorsa che è salvaguardata e utilizzata secondo criteri di solidarietà». Quest'ultima, tuttavia, non escludeva rari e determinati casi di appropriazione privata.
LA CREAZIONE DEGLI ATO. La legge Galli ha inoltre stabilito la gestione integrata della risorsa, aggregando sotto un'unica autorità i servizi di acquedotto, fognatura e depurazione. Si sono dunque societarizzate le gestioni idriche istituendo gli Ato (ambito territoriale ottimale), autorità costituite da assemblee di sindaci e competenti dell'organizzazione, dell'affidamento e del controllo del servizio integrato. E che stabiliscono le tariffe a cui le società di gestione devono sottostare.
Fino al decreto Ronchi, l'assegnazione è avvenuta per affidamento diretto del Comune o del consorzio di Comuni a società statali, municipalizzate, miste o, come nei casi di Latina e Arezzo, anche private.
IL CODICE DELL'AMBIENTE. Il «codice dell'ambiente» del 2006 ha abrogato la legge Galli, mentre gli Ato sono stati aboliti dalla legge 42/2010 e dovrebbero cessare di esistere entro dicembre 2011. Sempre che le Regioni si adoperino, come previsto, per decidere autonomamente come sostituirle. Al momento non se ne sa nulla.
Anche il sistema di affidamento diretto è stato messo in discussione, questa volta da norme di livello comunitario. Ed è proprio per recepire le indicazioni provenienti dall'Europa che è nato il decreto Ronchi. Che interviene per modificare la normativa allora in vigore: l'articolo 23-bis della legge 133/2008 e l'articolo 113 del Testo unico sull'ordinamento degli enti locali.

Cosa dice il testo della legge

Il decreto 135/2009 dell'allora ministro delle Politiche comunitarie, Andrea Ronchi, non riguarda solamente l'acqua. Al contrario, vi rientrano le misure più diverse, dalla regolamentazione dell'etichette per il made in Italy alle norme anti-mafia per Expo 2015. Tra le altre figura, tuttavia, una nuova regolamentazione per l'affidamento di servizi pubblici locali «di rilevanza economica», che secondo il testo dovrà avvenire tramite gare a evidenza pubblica.
LA LIBERALIZZAZIONE DELL'ACQUA. Solo nel passaggio dal Senato alla Camera, il decreto si è arricchito del capitolo acqua, a cui è dedicato l'articolo 15. La logica è quella di 'liberalizzare' il settore, ha sempre sostenuto il ministro. Mentre per il fronte 'No' si tratta di una 'privatizzazione'. Ad allargare le fila dei detrattori dell'iniziativa di Ronchi figura anche buona parte della sinistra, nonostante Linda Lanzillotta, all'epoca Pd e oggi Api, fosse prima firmataria durante il secondo governo Prodi di un testo simile. In testa a quel documento c'erano le firme anche dello stesso presidente del Consiglio di allora, e dell'attuale segretario dei democratici Pier Luigi Bersani, che in quell'esecutivo era ministro dello Sviluppo economico.
GARE A EVIDENZA PUBBLICA. Il 19 novembre 2009, grazie a un voto di fiducia a Montecitorio, il decreto di Ronchi è diventato legge. È previsto che l'affidamento diretto cessi dal 31 dicembre 2011, e sia sostituito da gare a evidenza pubblica. Con la precisazione che i contratti attualmente in vigore per la gestione dei servizi idrici resteranno in vigore fino a scadenza, pur in assenza di una gara formale, qualora le amministrazioni cedano almeno il 40% del capitale alle società partecipate. Le società quotate hanno tre anni per adeguarsi alla nuova normativa, a patto che entro il 30 giugno 2013 abbiano almeno il 40% di quota di partecipazione pubblica, percentuale che scende al 30% per il 2015.
L'affidamento diretto è inoltre ancora possibile quando «peculiari caratteristiche economiche, sociali, ambientali e geomorfologiche del contesto territoriale di riferimento [...] non permettono un efficace e utile ricorso al mercato». E quando, previo parere dell'Antitrust, siano garantite «specifiche condizioni di efficenza».

Un «no» per avere meno dispersione idrica e risparmi in bolletta

Il sito del comitato referendario per l'acqua pubblica.

Il sito del comitato referendario per l'acqua pubblica.

Il ministro Ronchi è intervenuto diverse volte sulla stampa per spiegare le ragioni a favore della sua legge. Prima di tutto, mostrando i risultati della gestione fallimentare del sistema idrico integrato a stragrande composizione pubblica che lo ha preceduto. I dati sono impietosi: una dispersione idrica del 30%, cioè 2,61 miliardi di metri cubi di acqua all'anno, per un costo ai cittadini di 2,5 miliardi di euro l'anno. Le tariffe, mantenute a un livello troppo basso rispetto ai costi sostenuti per la gestione del servizio per motivi politici, avrebbero poi azzerato gli investimenti nel settore. Proprio quando ci sarebbe bisogno di una iniezione di 60,52 miliardi.
ACQUA PUBBLICA, MA GESTITA DA PRIVATI. Ciò potrebbe avvenire, invece, con le 'liberalizzazioni' previste dal decreto, sostiene Ronchi. Che tiene a precisare come non si tratti affatto di una privatizzazione. E in effetti il decreto parla di una «piena ed esclusiva proprietà pubblica delle risorse idriche il cui governo spetta esclusivamente alle istituzioni pubbliche». In altre parole, il gestore del servizio potrà essere pubblico o privato, e sarà una gara a deciderlo, ma le reti resteranno di proprietà esclusivamente pubblica.
Le liberalizzazioni, inoltre, consentiranno una diminuzione delle tariffe che, pur essendo più basse rispetto agli altri Paesi europei, sono cresciute del 47% tra il 2000 e il 2009. Dato che «ognuno pagherà per quello che consuma», scrive Ronchi, «ci sarà una forte spinta al risparmio della risorsa idrica».

Il «sì» per non dare il monopolio dell'acqua ai privati e pagare di più

Il 15 novembre 2010 Ronchi ha lasciato l'incarico alle Politiche comunitarie. Una poltrona ancora vacante, a oltre cinque mesi di distanza. Un vuoto imbarazzante, soprattutto quando si sia chiamati a giudicare una legge intitolata «disposizioni urgenti per l'attuazione di obblighi comunitari», ma che per i detrattori non è sufficiente a disinnescarne la pericolosità.
Del resto, già tra aprile e luglio 2010 il 'Comitato referendario 2 Sì per l'acqua comune' avevano raccolto 1,4 milioni di firme per indire un referendum che abrogasse gli sforzi di Ronchi e del governo. I quesiti proposti sono tre, ma ne sono stati accettati solamente due.
QUELLA PRIVATIZZAZIONE NON S'HA DA FARE. Il primo quesito chiede l'abrogazione dell'articolo 23-bis della legge 133/2008 così come modificato dalla legge Ronchi. E cioè, tradotto dal giuridichese, di quella che il comitato definisce la 'privatizzazione' dell'acqua. E contro cui si scaglia con diversi argomenti.
Prima di tutto, precisa il 'Forum italiano dei movimenti per l'acqua', «non c'è nessuna legge organica o riordino della materia», ma «un solo articolo all'interno di un provvedimento omnibus». In aggiunta, «liberalizzazioni e concorrenza nulla hanno a che vedere con la gestione del servizio idrico» perché «è un monopolio naturale». Ancora, la legge Ronchi «non adempie ad alcun obbligo comunitario».
Da ultimo, secondo le associazioni dei consumatori le tariffe saliranno, invece di scendere, e non di poco: «Si rischia un aumento medio del 30%», scrive il Codacons, così che si passerà da una spesa media di 268 euro per 200 metri cubi d'acqua a una di 348 l'anno.
NIENTE PROFITTI SULL'ACQUA. Il secondo quesito prende di mira una norma introdotta dal governo Prodi attraverso l'articolo 154 del decreto legislativo 152/2006. Le tariffe del servizio idrico integrato, in altre parole, non devono essere modellate, come vuole il disposto normativo, tenendo conto della «adeguatezza del capitale investito» dai soggetti misti pubblico-privato. A questo modo, scrive il comitato sul suo sito, «si impedisce di fare profitti sull'acqua».
Il Comitato e diversi enti locali avevano proposto di tenere la consultazione in concomitanza delle elezioni amministrative, il 15 e 16 maggio, così da risparmiare «diverse centinaia di migliaia di euro». Il Consiglio dei ministri si è tuttavia opposto. Il referendum si terrà dunque il 12 e 13 giugno.

Il blitz del governo che mette il referendum a rischio

Paolo Romani.

Paolo Romani.

Sempre che il governo non cerchi, come per il nucleare, di mettersi di traverso all'ultimo. Il rischio del blitz è concreto, e ha trovato le conferme del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani. Secondo cui «anche su questo tema, come sul nucleare, il referendum divide in due» e dunque «ho l'impressione che anche su questo sarebbe meglio fare un approfondimento legislativo».
MEGLIO RIMANDARE CHE PERDERE. Anche più esplicito il suo sottosegretario, Stefano Saglia: «Ci vuole un'autorità terza rispetto al governo che stabilisca le regole del gioco». Ed è qui che sta il trucco. Perché se un consiglio dei ministri, prima di maggio, dovesse sospendere le norme oggetto del referendum rimandando ogni decisione tramite una moratoria e impegnandosi, nel frattempo, a istituire un'Authority per l'acqua, la consultazione non potrebbe più avvenire. La strategia è chiara: come sul nucleare, meglio rimandare che incassare il dissenso del popolo.

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