Ambiente, sommerso un terzo della pesca mondiale

Pescato in calo. Ma le stime ne ignorano un terzo. Così le politiche conservative sono inadeguate e i mari si svuotano. Verso un'estinzione di massa.

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23 Gennaio 2016

Un mercato del pesce in Giappone.

(© GettyImages) Un mercato del pesce in Giappone.

Un terzo della pesca mondiale ‘sommerso’, politiche di conservazione inadeguate e drastico calo della fauna marina.
Questa la situazione di un settore in declino descritta da uno studio dell’università della Columbia Britannica pubblicato su Nature communications, secondo cui negli ultimi 60 anni la pesca è stata sottostimata, così come ora è sottostimata la sua contrazione.
-380 MILA TONNELLATE IN 14 ANNI. Se dal 1996 al 2010, secondo l'organizzazione delle Nazioni unite per l'alimentazione e l'agricoltura (Fao) la pesca mondiale è diminuita di 380 mila tonnellate all’anno, secondo gli autori della ricerca il calo è invece di ben 1,2 milioni di tonnellate all’anno.
L’analisi fa riflettere alla luce delle parole pronunciate dal neopresidente del Consiglio dei ministri della pesca, l’olandese Martijn Van Dam, che ha messo in guardia l’Europarlamento: «Se non acceleriamo i nostri sforzi non ci sarà più pesce nel 2030». L’altra faccia della medaglia è una crisi che tocca anche i livelli occupazionali, per uscire dalla quale proprio l’Europa dovrà lavorare molto.
32 MILIONI DI TONNELLATE NON DENUNCIATE ALL'ANNO. Secondo i ricercatori un terzo della pesca mondiale avviene senza che sia conteggiata nei dati ufficiali, vanificando parte delle attività che vengono messe in atto per evitare eccessi di prelievo nei mari.
In questo modo non viene più garantito il futuro degli stock ittici già sfruttati più di quanto sarebbe opportuno. Nel mondo si pescano 109 milioni di tonnellate di pesce all’anno, circa il 30% in più dei 77 milioni dichiarati da oltre 200 Paesi e territori alla Fao nel 2010.
SENZA IL SOMMERSO IMPOSSIBILE STIMARE IL CALO. Se non si considera la parte ‘sommersa’ è difficile farsi un’idea dell’effettiva riduzione del pescato. Ci hanno provato Daniel Pauly e Dirk Zeller, che seguono il progetto Sea around us, iniziativa dell’università della British Columbia. Lo hanno fatto incrociando dati provenienti da molte fonti: letteratura accademica, statistiche della pesca industriale, le stime degli esperti locali del settore, le applicazioni delle leggi sulla pesca, i dati sulla popolazione umana e la documentazione delle catture di pesce da parte dei turisti e sportivi. Il risultato è sorprendente: ogni anno non vengono denunciati 32 milioni di tonnellate di pescato, più del peso dell’intera popolazione degli Usa.

Gli Stati ignorano la pesca artigianale e illegale

Pescatori di Aberdeen scaricano il loro peschereccio al rientro da una battuta.

(© GettyImages) Pescatori di Aberdeen scaricano il loro peschereccio al rientro da una battuta.

Secondo gli esperti la maggior parte degli Stati raccoglie i dati considerando soprattutto la pesca industriale. Poco o nulla si fa per controllare la pesca artigianale, di sussistenza e illegale, i cui dati vengono trascurati perché difficilmente reperibili.
Ecco il perché del gap tra i dati della Fao e quelli raccolti dagli studiosi. Le conseguenze? «Il mondo sta prelevando da un conto bancario comune senza sapere quanto è già stato preso e a quanto ammonta il saldo residuo», ha dichiarato Daniel Pauly.
CON DATI PRECISI POSSIBILI MISURE AD HOC. Secondo gli studiosi avere dati precisi e completi potrebbe aiutare gli Stati a intervenire con misure ad hoc. Si pensi alle quote di pesca e ai divieti di prelievo in alcune stagioni o aree geografiche.
Proprio nei giorni scorsi l’olandese Martijn Van Dam, presidente del consiglio dei ministri della pesca, ha lanciato un allarme, mettendo in guardia l’Europarlamento: «Abbiamo bisogno di una pesca e di un’acquacoltura sostenibile e trasparente». Se non ci sarà un cambio di rotta, le conseguenze potrebbero essere disastrose. «Se non acceleriamo i nostri sforzi», ha spiegato Van Dam, «non ci sarà più pesce nel 2030».
L'INQUINAMENTO AGGRAVA LA CRISI. Alle stesse conclusioni, ma per cause diverse, giunge anche il recente studio condotto da un gruppo di scienziati della California university di Santa Barbara, in collaborazione con i ricercatori dell’Università di Stanford (California) e della Rutgers university (New Jersey).
Secondo gli studiosi si rischia un’estinzione di massa negli oceani, anche se c’è ancora tempo per evitare la catastrofe. L’analisi evidenzia che le emissioni di Co2 hanno alterato la chimica dell’acqua di mare, rendendola più acida. Questo fenomeno, insieme all’aumento delle temperature, ha provocato non solo la distruzione delle barriere coralline, ma anche migrazioni di massa di pesci come il branzino 'black sea-bass', originario delle aree al largo della Virginia, che si è spostato verso il New Jersey.
IN 16 ANNI GLI ADDETTI DEL SETTORE SONO SCESI DEL 4,5%. L’altra faccia della medaglia riguarda l’occupazione. Già, perché in Europa dal 1996 al 2012 c’è stata una flessione annua degli addetti del 4,5%. E Bruxelles negli ultimi anni, anche per preservare la fauna marina, ha puntato a una riduzione entro il 2020 del 30% delle flotte. E di conseguenza degli addetti.
La crisi del settore ittico si trascina da 30 anni e in Italia ha causato la perdita del 35% dei posti di lavoro e la chiusura del 32% delle imprese. Gli ultimi dati sono quelli illustrati a fine anno dal responsabile nazionale di Coldiretti impresa pesca, Tonino Giardini. «Il settore soffre la concorrenza sleale dei prodotti importati e spacciati come italiani, ha dichiarato Giardini.
L’importazione di pescato ha superato il 76%. «L’unico modo per invertire la tendenza», ha aggiunto, «è rappresentato dall’acquacoltura che, invece, viene penalizzata dalla mancanza di certezze e da una grave assenza di norme che ne consentano lo sviluppo». Ed ecco la sfida annunciata all’Europarlamento da Martijn Van Dam. Parola d’ordine: trasparenza.

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Canoi 23/gen/2016 | 16 :20

Si diceva: caccia e pesca. Caccia ha lasciato il posto all'agricoltura e allevamento; pesca è in arretrato ma ormai siamo pronti all'allevamento e alla coltivazione in mare. Quanto ai catastrofismi raccontati nell'articolo sono, al solito eccessivi e non credibili. La pesca prende i pesci più grossi lasciando crescere più piccoli al contrario di quello che succede in natura. Non rischiamo la distruzione totale come si dice. Comunque anche in mare dobbiamo fare come sulla terra: coltivare.

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