Trivelle: l'errore delle Regioni dietro il no della Consulta

Dichiarati inammissibili i ricorsi contro il parlamento. Perché su cinque Consigli solo quello del Veneto aveva votato per presentarli. Ma la battaglia non è ancora finita. Guida al voto.

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10 Marzo 2016

Se dalla Corte Costituzionale è arrivato un no, la responsabilità è soprattutto delle Regioni. 
Mercoledì 9 marzo la Consulta ha dichiarato inammissibili due ricorsi per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato avanzati da Basilicata, Puglia, Liguria, Marche, Sardegna e Veneto, sulla spinosa questione delle trivellazioni in mare.
Per un motivo molto semplice: erano privi dei necessari requisiti
SOLTANTO IL VENETO HA VOTATO. Per sollevare il conflitto, infatti, i giudici hanno stabilito che occorreva soddisfare le condizioni previste dall'articolo 75 della Costituzione, che riserva l'iniziativa referendaria ad almeno cinque Consigli regionali. Ad esprimersi, invece, è stato soltanto quello del Veneto, l'unico che ha votato per incaricare del ricorso il rappresentante delle Regioni nel comitato referendario.
La pronuncia della Corte, non a caso, non ha colto di sorpresa Roberto Ciambetti, presidente del Consiglio regionale veneto: «La Costituzione vuole che siano almeno cinque i Consigli regionali che propongono un referendum. E così avrebbero dovuto essere almeno cinque i Consigli regionali interessati a sollevare il conflitto di attribuzione. Il Consiglio regionale del Veneto aveva fatto il suo dovere, pensiamo che se avessimo raggiunto il numero dei cinque ricorrenti nella sostanza avremmo avuto ragione».
FORMA NON RISPETTATA. I due ricorsi, del resto, sono stati dichiarati inammissibili non perché la Consulta ne abbia esaminato il merito, ma solo per motivi formali. Che in casi del genere, com'è ovvio, non possono essere trascurati. Ecco perché parlare di autogol, da parte delle stesse Regioni che conducono la battaglia referendaria, non è un'esagerazione.
E fa un po' sorridere la giustificazione del presidente del Consiglio della Regione Basilicata, Piero Lacorazza, secondo cui il voto degli altri non c'è stato «perché mancavano tempi tecnici per le convocazioni e i passaggi nelle commissioni per tutte le Regioni». Com'è che allora il Veneto è riuscito a trovare il «tempo tecnico» necessario?
Così come appare piuttosto stonato il commento della senatrice Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto (Sinistra Italiana - Sinistra Ecologia Libertà) a Palazzo Madama, da sempre in prima linea contro le trivelle: «I giudici si sono appigliati a motivazioni piuttosto pretestuose».
La lotta non è ancora persa del tutto, ma ha già una storia complicata e travagliata.

 

Il referendum del 17 aprile è l'unica certezza

Al momento, l'unica certezza resta il referendum già fissato per il prossimo 17 aprile, sul divieto delle attività petrolifere in mare entro le 12 miglia dalla costa.
NON È RETROATTIVO. In caso di esito positivo, i permessi e le concessioni già rilasciati avranno una scadenza certa e resteranno vigenti fino alla data fissata al momento del conferimento (sei anni per la ricerca di idrocarburi, 30 per l’estrazione), ovvero fino alla scadenza della proroga eventualmente concessa nel frattempo.
Ma per il futuro la volontà popolare dovrà essere rispettata dando un vincolo al legislatore, che non potrà più rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia.

Veneto e Puglia annunciano nuovi ricorsi

Per quanto riguarda invece i due ricorsi dichiarati non ammissibili dalla Consulta, la contromossa delle Regioni passerà per due nuovi ricorsi.
A deliberare, questa volta, dovranno essere però le Giunte, e non i Consigli regionali, come previsto dalla legge (87/1953).
IL RUOLO DEI GOVERNATORI. L'intento è infatti impugnare in via principale le disposizioni contenute nella legge di Stabilità sulla durata dei permessi e delle concessioni, e sul cosiddetto 'piano delle aree'. La questione di legittimità costituzionale, in questo caso, può essere promossa direttamente dal presidente della Regione, su mandato della Giunta.
Il Veneto ha già detto che procederà in tal senso, assieme alla Puglia.

Il 'piano delle aree' che non c'è più

Il 'piano delle aree' avrebbe dovuto stabilire dove consentire la ricerca e l’estrazione di idrocarburi e dove no. Il decreto Sblocca Italia prevedeva che dovesse essere elaborato dal ministero dello Sviluppo economico, sentito il ministero dell’Ambiente e previa intesa con gli Enti locali e le Regioni.
EFFETTO DELLA LEGGE DI STABILITÀ. La proposta referendaria mirava a rafforzare la partecipazione degli Enti locali e delle Regioni all'elaborazione del piano, e a vietare il rilascio di nuovi permessi e nuove concessioni fino a quando non fosse stato adottato.
La legge di Stabilità 2016, però, ha soppresso la norma che prevedeva il piano. In questo modo è caduto anche il quesito referendario, perché è venuto a mancare l’oggetto su cui i cittadini avrebbero dovuto esprimersi.

Il nodo della durata di permessi e concessioni

Per quanto riguarda invece la durata dei permessi e delle concessioni, i promotori del referendum sostengono che la Cassazione, decidendo a suo tempo di non ammettere il quesito referendario, abbia preso una decisione contraddittoria.
Il quesito riguardava le proroghe delle trivellazioni. Lo Sblocca Italia aveva introdotto il “titolo concessorio unico”, che sostituiva le vecchie forme di permessi e concessioni. Il titolo unico prevedeva che alle società petrolifere fosse concesso di fare ricerca ed estrazione con un’unica richiesta, per procedere più rapidamente.
Le vecchie concessioni separavano invece il permesso di ricerca dal permesso di estrazione, che poteva avere una durata di 30 anni con possibilità di proroga di 20, arrivando in totale a 50 anni.
DUE STRADE PER LE SOCIETÀ. Il quesito referendario chiedeva quindi che venisse dato un limite alla durata del titolo concessorio unico, fissandola al massimo a 30 anni senza possibilità di proroga.
La legge di Stabilità, ancora una volta, ha modificato la norma. Accogliendo il limite temporale per il titolo concessorio unico, ma reintroducendo contemporaneamente le vecchie concessioni con possibilità di proroga. Senza estendere a queste il limite temporale.
Attualmente, quindi, una società petrolifera ha due possibilità: chiedere il titolo concessorio unico, che le dà 30 anni di tempo. Oppure optare per il vecchio regime, che comprese le proroghe arriva a 50 anni di sfruttamento delle risorse.
I promotori del referendum sostengono che in questo modo il legislatore abbia di fatto aggirato il quesito da loro proposto, provocandone la decadenza in maniera illegittima.

Per votare informati

Sul sito web Valigia Blu è stata pubblicata una guida per votare informati domenica 17 aprile, che espone le ragioni del sì e le ragioni del no (leggi la guida).

 

Twitter @davidegangale

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