Attualità
L'intervista
L'altra faccia di Wikileaks
Hrafnsson, il numero due di Assange.
di Raffaele Vitali
La filosofia di Wikileaks, nella sua sintesi migliore, si riassumerebbe più o meno così: «Noi non scegliamo in anticipo quali cablogrammi pubblicare. Non abbiamo un obiettivo quando ci muoviamo, checché ne dicano gli Stati Uniti. Noi riceviamo, valutiamo, verifichiamo e poi forniamo materiale ai giornalisti». A parlare è Kristinn Hrafnsson, il braccio destro di Julian Assange nonché portavoce dell’organizzazione, durante il suo incontro con l’Unione Cronisti Italiani a Viareggio. Per la prima volta in Italia, l’esponente del canale informativo più ‘odiato’ e ammirato al mondo, ha ricevuto l’International award reporter of the year.
Capelli grigi, cravatta a quadri, camicia bianca e tazza da tè in mano, da ex giornalista, per 20 anni ha lavorato nelle tivù islandesi, si è sottoposto al fuoco amico dei colleghi, spiegando come vive Wikileaks, come riceve informazioni, come le divulga e come sopravvivrà nonostante le pressioni internazionali, americane in primis, e l’arresto di Assange, il ‘volto’ dell’organizzazione.

- Julian Assange e Kristinn Hrafnsson.
DOMANDA. Qual è la vera forza di Wikileaks?
RISPOSTA. Abbiamo centinaia di migliaia di documenti che riguardano tutto il mondo. Non ci concentriamo su un solo Paese, anche se così pensano gli Usa. Una volta scovato il materiale, lo verifichiamo a fondo, attraverso centinaia di esperti che lavorano o collaborano con noi, e poi lo forniamo ai nostri media di riferimento. Dal 2006, anno di nascita, non abbiamo ricevuto una sola smentita. Qualcosa vorrà pur dire.
D. Dall’Iraq all’Afghanistan, numerosi sono stati i vostri scoop. Ora il nord Africa. Avete pronto del materiale sulla Libia o la Siria?
R. Abbiamo una regola base: mai rivelare in anticipo quello che pubblicheremo. Noi non abbiamo il desiderio di influenzare la storia. Certo, ci sono casi come in Tunisia o in Egitto e Yemen, in cui i nostri file, forniti ai media, possono aver accelerato o stimolato la gente a ribellarsi. Ma non facciamo mai nulla di mirato. Non prepariamo invii per minare qualcuno o per scatenare rivoluzioni.
D. In America gli stessi giornalisti vi hanno accusato di ‘buttare’ file importanti nella Rete, bocciando il vostro lavoro. Cosa ne pensa?
R. Utilizzo un dato. Secondo uno studio dell’Osservatorio dei media americani, l’80% della stampa Usa ha giudicato i cablogrammi inutili o negativi per il Paese. Per loro erano informazioni sbagliate, magari anche false. Sapete perché dicono questo? Forse sono troppo impegnati ad andare ai balli e alle cene organizzate dal Pentagono. Troppi giornalisti ormai sono legati al potere e non sanno più valutare le notizie. Poi, se non bastasse, c’è uno studio di Harvard che ha estrapolato le tre parole più usate nei cablogrammi resi pubblici da Wikileaks: Iraq, stupro e molestie. Tre concetti insopportabili per la società americana, quindi concetti da cancellare.
D. Come reperite i vostri documenti e come tutelate le fonti, visto che un soldato americano, Bradley Manning, è finito in carcere con l’accusa di avervi passato file segreti?
R. Noi proteggiamo le fonti, e di certo nessuno da Wikileaks ha fatto il nome di Manning, ma nonostante questo Assange ha deciso di voler aiutare il soldato garantendogli economicamente la difesa. Ora quel ragazzo è rinchiuso e torturato dentro un carcere, questa è l’America. Per quanto riguarda le fonti, sono tutte anonime. Noi riceviamo i file su un sistema che non lascia tracce. Neppure Julian conosce chi invia i documenti.
D. A proposito di Assange, come è cambiata Wikileaks dopo il suo arresto?
R. Non troppo. Certo, non vedersi fa strano, ma noi siamo una organizzazione che vive in Rete. Abbiamo sedi in tutto il mondo e comunichiamo attraverso chat criptate. Quindi nessuno è tagliato fuori, tantomeno Assange dalla sua bella villa.
D. Il suo arresto, il blocco delle donazioni attraverso le carte di credito deciso dagli Stati Uniti. Due colpi che potevano essere letali. E invece?
R. Siamo più forti di prima. La decisione della Visa, della Mastercard e della Bank of America è stata incredibile. Ci hanno chiuso i rubinetti, ma troveremo altri mezzi, attraverso un conto islandese e uno tedesco per ricevere fondi. La cosa grave è che la Bank of America vieta i bonifici verso di noi ai suoi clienti. Questa è una privazione dei diritti base, ma stiamo studiando come portarli in tribunale.
D. Lei come si è avvicinato a Wikileaks?
R. Nel 2009 l’Islanda è andata vicino alla bancarotta. Noi giornalisti siamo stati colti di sorpresa, perché tutti ci dicevano che l’economia era perfetta. Solo nel 2007 l’Islanda venne premiata a livello Europeo per la trasparenza dei conti. E invece erano tutte menzogne. Wikileaks ci fornì dei documenti sulla crisi. Entrai così in contatto con Assange, che venne spesso in Islanda e diventammo amici. Capii che da quel giorno sarei voluto andare oltre le verità raccontate, che non mi avrebbero più preso in giro.
D. I ‘segreti di stato’ non stanno uccidendo le democrazie e il lavoro del giornalista?
R. Forse ci sono troppi giornalisti che non fanno il loro lavoro. Di certo dopo l’11 settembre i milioni di euro investiti nel controllo delle informazioni hanno cambiato molte cose. Ma anche i Paesi più attenti prima o poi devono comunicare tra loro. E noi saremo lì ad aspettarli.
D. Come scegliete i giornali a cui rivelare le vostre informazioni?
R. All’inizio abbiamo puntato sulle esclusive. Un media per Paese - in totale ora sono una cinquantina - anche per garantirci più visibilità, più spazi. Ma ora stiamo pensando di cambiare, arrivando a tre canali di informazione per Stato. Il caso Guardian, dove molte delle nostre informazioni non sono state usate, ci ha fatto riflettere. Le stesse notizie, date al Daily Telegraph, sono finite in prima pagina. Noi non sindachiamo sull’uso, ma vogliamo correttezza.
D. Ha paura di essere arrestato anche lei?
R. No, ho più paura dei giornalisti che lavorano male!
D. E ora, cosa dobbiamo aspettarci?
R. Un’altra domanda grazie.
Sabato, 26 Marzo 2011

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