'Ndrangheta

La città nascosta

Storia di Lea Garofalo e della Milano che non vede.

di Agostino Riitano

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10 Aprile 2011

Erano sorridenti Letizia Moratti, sindaco di Milano, e Roberto Formigoni, presidente della Regione Lombardia, il 26 marzo scorso all’inaugurazione delle quattro nuove fermate della linea 3 della metro. «A Milano, oggi, a vent'anni dalla costruzione dell’ultima metropolitana, stiamo realizzando due nuove linee, la M4 e la M5, sviluppando un piano di interventi infrastrutturali senza pari che, in vista di Expo 2015, rafforzerà la mobilità sostenibile aumentando l’attrattività della nostra città».
LA CITTÀ SOMMERSA. Ma accanto alla città che cresce, che si rifà il trucco, che «guarda al futuro», prospera e si arricchisce un’altra città. È sanguinaria, illegale, sempre spietata. Fa i soldi con le estorsioni, lo strozzinaggio, la prostituzione, la droga e le attività illecite. Ma anche con l’edilizia e gli appalti. Riciclando il proprio fiume di denaro nella aziende che operano alla luce del sole.
LE DENUNCE DI DRAGHI. Dalle indagini della procura alle denunce del governatore della Banca d’Italia Mario Draghi, l’allarme sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia corre sui giornali e in tivù. Certo, non sono più gli anni violenti di Francis Turatello e del bel René, Renato Vallanzasca, quando le calibro 9 e i mitra cantavano quasi ogni giorni.
I morti, però, ci sono. Dimenticati, come spesso accade quando una città corre. La storia di Lea Garofalo, torturata e sciolta nell’acido in una notte brianzola, si incrocia proprio con la nuova M5, la linea lilla. Perché qui lavoravano, anzi spadroneggiavano, i suoi killer.
LILLA COME IL SANGUE. Era il 24 novembre del 2009. Lea Garofalo si trovava nel cuore di questa Milano che cresce, in Corso Sempione. Anni prima aveva raccontato ai giudici di un omicidio, quello di Antonio Comberiati, morto ammazzato nell’ex capitale morale nel 1995. Aveva parlato, allora, Lea. E, benché le sue parole non fossero mai confluite in un procedimento, aveva accusato l’ex convivente Carlo Cosco e suo fratello Giuseppe.
DA MILANO A PETILIA POLICASTRO. Lei glielo aveva detto, a Carlo, di smettere con quell’ambiente. Ma lui aveva fatto di testa sua. E, secondo l’accusa, aveva ucciso quell’uomo perché voleva comandare, voleva gestire il traffico di droga nella zona di Piazza Baiamonti.
Carlo e Giuseppe Cosco sono di Petilia Policastro, giù in Calabria, nel crotonese. I magistrati li conoscono, li considerano i rampolli vincenti di un clan di ‘ndrangheta. Droga, tanta droga. Ma anche appalti pubblici.
L'INTRECCIO CON LA M5. Ed è qui che questa storia si intreccia con la metro cinque, la “lilla” come la chiamano già i milanesi.
La famiglia di Carlo opera infatti da tempo sui cantieri di viale Zara. Un testimone, Salvatore Sorrentino, dirà mesi dopo in un interrogatorio: «Ho saputo che Sergio e Giuseppe Cosco (fratelli di Carlo, ndr) organizzano anche il lavoro degli scavi della quinta linea della metropolitana milanese tramite loro mezzi di movimentazione terra probabilmente in ambito di subappalto».
OCCHI SUI SUBAPPALTI. Prestanome, subappalti e movimento terra, siamo sempre lì. I grimaldelli della mala calabrese per iniettare veleno nell’economia legale. Metropolitana e ‘ndrangheta, un binomio che si troverà anche nell’ultima inchiesta della procura di Milano, Redux-Caposaldo, che ha svelato come le cosche controllassero i bar della metro. Ma questa, direbbe qualcuno, è un’altra storia.

Il ritorno in Lombardia, la tana del lupo 

Uscita volontariamente dal programma di protezione, Lea quella sera d’inverno del 2009 aveva ceduto al desiderio della figlia Denise di rivedere il padre. Nonostante un mai chiarito tentativo di rapimento a Campobasso, dove intanto si era trasferita, la donna si stava riavvicinando all’ex compagno Carlo Cosco. Per questo aveva deciso di tornare, anche se per pochi giorni, in Lombardia.
LA 'NDRANGHETA NON DIMENTICA. In fondo il ’95 era lontano, avrà pensato. Ma la ‘ndrangheta non dimentica. Lea, quel 24 novembre del 2009, stava finendo dritta nella tana del lupo. Ma come si fa a riconoscere la tana del lupo in Corso Sempione a Milano, in una città che corre?
I parenti del marito non voleva proprio vederli, aveva quindi aspettato vicino all’Arco della Pace che la figlia facesse visita agli zii. Quella sera c’era il treno per la Calabria, con Denise si sarebbe dovuta rivedere alle 21. Ma Denise la madre non la rivedrà mai più.
L'AGGUATO E  LA TELECAMERA. Secondo gli investigatori, le cose andarono così. Carlo Cosco lasciò la figlia dai parenti, tornò indietro e fece salire in macchina l’ex convivente. Una telecamera di servizio ha filmato tutto. È stata l’ultima volta che Lea fu vista viva.
Quello che successe dopo, gli investigatori lo lessero dai dati delle celle che i telefonini “agganciano” e lo ascoltarono dalle parole del testimone Salvatore Sorrentino.
NEL MAGAZZINO A S. FRUTTUOSO. Cinque uomini (più due stranieri misteriosi, forse assoldati per l’occasione, forse inventati dai protagonisti negli interrogatori per coprire altri) si ritrovarono in un magazzino a San Fruttuoso, a Monza. Uno del gruppo fu richiamato indietro quando già era sulla strada di casa della fidanzata.
Lea venne legata, torturata, ammazzata con un colpo di pistola, si presume, alla testa e sciolta in 50 chili di acido. Le forze dell’ordine cercheranno Lea Garofalo con i cani. Scaveranno con gli escavatori, scandaglieranno canali di scolo e prosciugheranno rigagnoli di liquami. Niente.

La città distratta che non vuole sapere

Quella maledetta sera, in cui Lea Garofalo venne uccisa e fatta sparire, Milano pensava ad altro. Forse a Barcellona-Inter, partita di Champions League. Scriveva il giudice per le indagini preliminari Giuseppe Gennari: «Quello che si verifica a Milano, in una tranquilla ed elegante zona centrale, è un caso di lupara bianca che ci riporta a situazioni e contesti sovente (ed erroneamente) creduti ben lontani dalla realtà cittadina».
La Milano che corre, tra cantieri e nuove metropolitane, non sa o non vuole sapere. La storia di Lea dovrebbe invece far riflettere una città e una nazione intera.
ALLARMI NON ASCOLTATI. Perché una donna viene lasciata sola? Perché l’ex compagno, che lei aveva denunciato, è libero di vederla e avvicinarla? Com’è possibile che - nonostante gli allarme, anche molto autorevoli -  la ‘ndrangheta possa facilmente piazzare le proprie imprese in molti lavori per l’Expo milanese e spadroneggiare anche nei locali alla moda e nelle zone centrali della città? Tante, troppe domande. Dimenticate come dimenticata è la storia di Lea.

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