Attualità
GIAPPONE
Cronache dalla fine del mondo
Saggi, liriche, manga: i libri del Giappone ai tempi dello tsunami.
di Maria Rosaria Iovinella
Arte come catarsi del disastro. Zen poetry, letteratura moderna post-apocalittica, manga che inneggiano alla fine del mondo: nell’armamentario culturale giapponese, il cataclisma naturale si sublima e diventa espressione della possibilità di un Paese. Come atto creativo, ma anche come luogo in cui rielaborare gli eventi traendone insegnamenti importanti sulla fugacità della vita e sulle opere umane.
Trovare nella catastrofe la via a una possibile illuminazione è arte antica, come dimostra il saggista Kamo no Chōmei (1155-1216): in Hōjōki, ha descritto il terremoto del 1185 come opportunità per l’uomo di meditare «sulla vanità e insensatezza del mondo».
Nella cultura nipponica, essere consapevoli che la bellezza è transitoria, è il primo passo per accettare il cambiamento.
In una lirica che illustra le metamorfosi apportate da un cataclisma, Kokan Shiren (1278-1346) ha provato a far convivere l’impossibile. «Un tempo per avere paura, ma anche per provare piacere». Sfida impossibile, ma è pur sempre parola di maestro Zen.
La catastrofe nei tempi (post) moderni
Il terremoto, nella letteratura modernista e post-apocalittica, è solo un grandioso pretesto che poco lascia alle atmosfere orientali, o alle dissertazioni sullo squilibrio di forza tra acqua e fuoco, yin e yang.
Potente emblema che sconvolge l’assetto prestabilito, diventa artificio letterario per una critica corrosiva di un Paese dove spesso la scienza è asservita e la natura sacrificata sull’altare dell’inconsapevolezza.
La letteratura post-apocalittica schiera un paio di assi, e un fuoriclasse assoluto: Kobo Abe, Sakyo Komatsu, e il premio Nobel per la Letteratura Kenzaburō Ōe.
Nell’opera di Ōe, Memorie di un velocista, padre e figlio lottano contro le forze del caos, di cui il terremoto è la personificazione fisica che rischia di sconvolgere l’intero ordine sociale. Molto più che un libro su un sisma, l’opera è un’allegoria che fonde il problema della violenza, inquietudini da new age e paranoia del nucleare.
IL VECCHIO INCUBO NUCLEARE. Quanto a Kobo Abe, in L’Arca Ciliegio ha ripreso il tema dell’alienazione claustrofobica, già presente in La donna di sabbia. Per salvarsi da una guerra nucleare, i personaggi si rifugiano in un bunker antiatomico che si rivela essere una società giapponese in miniatura, molto gerarchica e organizzato. Non li salverà psicologicamente nemmeno la consapevolezza che fuori sia peggio, in una visione kafkiana degli eventi.
L’INSODDISFAZIONE E L’APOCALISSE. Poi c’è Sakyo Komatsu. In Japan Sink, ripubblicato nel 1995 ma uscito nel 1973, terremoto e tsunami rischiano di inghiottire per sempre le isole dell’arcipelago, mentre il classico scienziato-Cassandra grida inascoltato all’apocalisse. Il libro, per molti, è il ritratto dell’insoddisfazione del popolo giapponese
LA REALTÀ DEL DRAMMA. Le ucronie hanno fascino, le rappresentazioni realistiche del disagio post-nucleare ne hanno meno. Di immaginifico, infatti, nell’orrore nucleare rappresentato da Masuji Ibuse nel suo romanzo La pioggia nera, edito nel 1996, non c’è nulla. L’opera racconta gli eventi tragici successivi al bombardamento di Hiroshima: la ricostruzione è a posteriori, ma fonde bene il dato reale con la ricaduta alla lontana, simbolo di un dramma intergenerazionale che il Paese nipponico è costretto a subire per lunghissimo tempo.
Manga e disastro animato
Neanche anime e manga si sottraggono alla forza delle calamità naturali. Nel suo film più recente, Ponyo, Hayao Miyazaki ha messe a disposizione il suo talento visionario per raccontare uno tsunami che diventa simbolo del rovesciamento dell’ordine costituito.
CATACLISMA GLOBALE. Evangelion, anime cult, è invece la narrazione di una guerra tra un'unità paramilitare e un gruppo di angeli vendicatori in una Tokyo che è stata devastata dal terremoto e dall’onda anomala a seguito di un’esplosione.
La serie, permeata di riferimenti multipli in cui non mancano quelli religiosi, configurava un futuro vicinissimo, il 2000, in cui la Terra sarebbe stata sconvolta da un cataclisma globale: scioglimenti dei ghiacciai, innalzamento dei mari, spostamento dell’asse terrestre. Molto veritiero, insomma. La serie uscì nel 1995 e i fatti raccontati avvengono nel 2015. Ovvero, in un tempo vicino al nostro.
La produzione artistica registra i traumi nella coscienza
I drammi e gli eventi catastrofici del Paese si sono stratificati, oltre che nel tempo e nella coscienza collettiva nazionale, nella produzione artistica. Dal terremoto del 1923, descritto nelle memorie del regista Akira Kurosawa (L’ultimo Samurai. Quasi un’autobiografia, edito in Italia da Baldini e Castoldi), tredicenne all’epoca del fatto, fino a Haruki Murakami, che in After the quake (Dopo il terremoto) si è ispirato a Kobe e al sisma di 6,8 gradi Richter che nel 1995 ha sconvolto la città causando 7 mila morti.
La meditazione filosofica e il retaggio culturale non possono certo costituire l’unico punto di partenza per superare il trauma della distruzione e il riassetto esistenziale che esso richiede. La protagonista di Ufo in Kushiro, il racconto di Murakami, resta pietrificata cinque giorni davanti alla tivù, senza emettere suono. Reazione più che umana, ma “autolesionista” in un Paese di siffatto immaginario.
Venerdì, 08 Aprile 2011

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