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Attualità 

MILANO

Expo, visitatori cercasi

Senza 20 milioni di presenze il maxi evento sarà un flop.

di Ulisse Spinnato Vega

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Ma quest’Expo 2015 conviene davvero? Al netto dei ritardi e delle polemiche all’ombra della Madonnina sui terreni da espropriare, sui lavori infrastrutturali che non partono, sull'impatto ambientale, sulle consulenze sospette o sul rischio di infiltrazioni criminali negli appalti, quale ritorno è lecito attendersi da un evento del genere per il sistema Paese? Avremo benefici di cassa? O si spera soltanto in ricadute positive nel medio e lungo periodo in termini di opere e servizi?
OBIETTIVO 20 MILIONI DI PRESENZE. «Persino ad ascoltare le previsioni degli organizzatori, per esempio, i conti che snocciola la stessa società Expo 2015, si capisce che il punto più critico della macchina del business è quello del numero dei visitatori», dice a Lettera43.it Andrea Di Stefano, direttore del mensile di finanza etica ed economia sociale Valori.
La speranza iniziale era di avere 29 milioni di presenze, ma già un anno fa Lucio Stanca, ex amministratore delegato di Expo 2015, ridimensionò le attese e fissò la nuova asticella: se non si arriverà a 20 milioni di biglietti staccati sarà «un flop».
Per Di Stefano si tratta di un target comunque «irrealizzabile in sei o otto mesi», perché «Milano non ha un bacino così rilevante, la nostra area metropolitana supera di poco i 3 milioni di abitanti, niente a che fare con Londra o Parigi. E poi non penso che un numero talmente alto di persone possa interessarsi a un evento del genere».
LA PREVISIONE PESSIMISTICA DI NOEXPO. Luca Trada, portavoce dell'Osservatorio No Expo2015, ha fatto un po' di conti e rincara: «Se andiamo a vedere qual è la capacità attrattiva di Milano, e penso al Salone del mobile come massima espressione espositiva, siamo lontani dalle stime di 150-180 mila presenze previste su una giornata tipo di Expo 2015. È impensabile avere anche 100 mila visitatori al giorno per sei mesi. E se pure accadesse, sarebbe un disastro sul fronte della ricettività». 

Pacchetti turistici per coinvolgere gli stranieri

L'organizzazione potrebbe sì studiare «dei buoni pacchetti turistici, degli abbinamenti, ma appena un terzo dei visitatori verrà dall'estero, mentre due terzi saranno italiani e il 50% sarà gente che vive nel raggio di 200-300 chilometri e che si sposterà su Milano con l'alta velocità per restarci un giorno o due al massimo», pronostica il direttore di Valori.
Trada fa una previsione ancor più pessimistica: «A Saragozza nel 2008, avevano preventivato 8 milioni di visite per un Expo minore (cosiddetta «internazionale» e non «universale»), in realtà furono solo 5 milioni. Ma la cosa più drammatica è che quattro su cinque erano cittadini spagnoli contro un'attesa di un 70% di stranieri, con pesanti ripercussioni sull'indotto turistico».
BILANCIO ECONOMICO MEDIAMENTE NEGATIVO. Dunque, rimarranno deluse le previsioni sui biglietti venduti per l'evento Expo 2015? E non bisogna farsi troppe illusioni nemmeno sul fatturato dell'indotto (ricettività alberghiera, ristoranti, trasporti, shopping)? De Stefano riflette ancora: «Il bilancio economico di questi eventi è mediamente negativo se lo misuriamo sul ritorno economico rapportato agli investimenti sostenuti. Magari andrà bene sul fronte pubblicitario, anche se poi gli sponsor fanno sempre valere il criterio del costo-contatto. Però la vera criticità riguarda il numero delle presenze».
L'EXPO ALL'EPOCA DEL WEB. In effetti basta guardare indietro nel tempo e compulsare i numeri delle passate edizioni dell'expo per rendersi conto di un trend inesorabilmente negativo. Siviglia ebbe 40 milioni di visitatori, ma era il 1992, un'altra epoca. Non c'era internet e men che meno la banda larga per scambiarsi idee, immagini, progetti. Dunque, un'esposizione universale 20 anni fa aveva ancora il significato per cui era nata nell'Ottocento: dava cioè la possibilità di entrare in contatto con iniziative, creazioni e visioni nuove, uniche, irripetibili.

Inarrivabili le 72 milioni di persone della Cina

Già nel 2000 l'expo ad Hannover vide crollare i visitatori a 18 milioni, malgrado i 155 Paesi partecipanti (il discorso si limita alle esibizioni «universali» in senso stretto, lasciando da parte quelle «specializzate» tipo Genova '92).
Il caso eccezionale è rappresentato da Shanghai 2010, un'expo «registrata» (equivalente di «universale») che è stata visitata da 72 milioni di persone. Si sa, però, che in termini di bacino demografico la Cina è fuori da ogni possibile paragone rispetto ai contesti europei.
Hannover non aveva le attrattive e la fama di Siviglia? Forse, ma non è plausibile credere che questa motivazione basti a giustificare un simile crollo delle presenze dal '92 al 2000. Non a caso, gli addetti ai lavori si mantengono su stime prudenti anche per Milano.
IDEARE ESPERIENZE ACCATTIVANTI. Insomma, dal ferro pesante della Tour Eiffel all'era del bit, dall'Atomium di Bruxelles al mouse, di tempo ne è passato. «Sicuramente questo genere di eventi soffre lo sviluppo della fruizione del web», chiude Di Stefano, «però bisogna stare attenti: qualche anno fa si pensava infatti che il sistema delle fiere fosse destinato a un tracollo della stessa natura, tracollo che invece non c'è stato». Morale? «Per evitare di essere fagocitate da internet, le rassegne devono offrire una user experience davvero accattivante, in un contesto che vada molto al di là dell'evento in sé».

Investimenti per 26 miliardi di euro

Facendo due conti, l'Expo 2015 prevede investimenti complessivi per circa 26 miliardi di euro, di cui un terzo dovrebbero essere a carico dell'Erario (dunque 12 miliardi, lievitati dai 4,5 preventivati nel 2007). In realtà, il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, finora ha deliberato 2,4 miliardi: gli enti locali hanno grossi problemi a investire e molte opere pubbliche non sono nemmeno partite.
Tuttavia, un paio di mesi fa, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha provato a rassicurare tutti: «Ci sarà un gettito finale analogo», dunque nessun aggravio insostenibile per le casse pubbliche.
I CONTI DELL'EXPO. Eppure, basta analizzare i dati per capire che, almeno sul fronte turistico, il fatturato dell'indotto non consentirà al Fisco di recuperare cifre simili. Si possono pure pronosticare i 20 milioni di visitatori attesi: se ciascuno di loro si fermasse in media tre notti (previsione generosa) e spendesse complessivamente 400-600 euro (impossibile, visto che circa la metà del pubblico arriverà dall'estero o da altre parti d'Italia), avremmo un fatturato lordo a Milano di 8-12 miliardi. Una cifra che comprende appunto tre notti alla media di 70-80 euro a notte per dormire, 40 euro di media al giorno per mangiare e 200 euro per il biglietto dell’Expo, trasporti, servizi vari e un po’ di shopping. Ergo: su quel volume di ricavi al Fisco toccherebbe appena qualche miliardo di euro.

Per la Lombardia, kermesse redditizia per i posti di lavoro

L'indotto per la Lombardia (Milano esclusa) è stato infatti stimato in 9 miliardi, con 35 mila posti di lavoro creati (61 mila annui complessivi). Mentre l'Università Bocconi ha calcolato in 29 miliardi il valore aggiunto generato dall'expo meneghino nei prossimi 10 anni, con un beneficio sul Pil nazionale dello 0,2% l'anno. Un valore che, seppure fosse confermato dai fatti, terrebbe dentro tutto: occupazione, benefici da infrastrutture e potenziamento dei servizi. E soprattutto andrebbe visto in un'ottica di lungo termine che va ben oltre la scadenza del 2015. Invece sul versante strettamente turistico e dell'impatto di cassa, è arduo ipotizzare che la kermesse milanese possa arrecare un ritorno positivo sugli investimenti.
UN SISTEMA BASATO SU PREVISIONI OTTIMISTICHE. «Sì, poi loro parlano tanto di project financing», spiega Trada, «ma sappiamo come funziona in Italia: il pubblico anticipa parte dei soldi e ci mette la garanzia con le banche, i privati pagano con le concessioni del pubblico, quindi con i nostri soldi, e il rischio d'impresa è azzerato. Alla fine, siamo sempre noi a sborsare. Qui a Milano, acquistando le aree, stiamo di fatto garantendo con danaro pubblico il plusvalore a bilancio per Fiera che le ha comprate come aree agricole e invece ora ce le rivende profumatamente. Tutto il sistema dei costi fa acqua o è basato su previsioni ottimistiche».
BRAND DA 60 MILIARDI DI EURO. C'è chi sostiene, infine, che il brand Expo 2015 valga per Milano 60 miliardi di euro soltanto a livello di immagine e reputazione. Ma si tratta di fattori per loro natura difficili da quantificare in moneta. Tra l'altro, l'arma potrebbe ritorcersi contro chi la maneggia.
L'Osservatorio NoExpo, infatti, è in testa a quel partito dei «critici» secondo cui cementificazione, impatto ambientale, speculazioni immobiliari e finanziarie finiranno inevitabilmente per nuocere all'immagine stessa della capitale morale d'Italia.

Lunedì, 18 Aprile 2011


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