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Attualità 

ECONOMIA

Unicredit una e trina

Ghizzoni, Rampl, Palenzona. Tre modi diversi di fare banca.

di Francesco Sala

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La simmetria non poteva essere più evidente nelle due assemblee societarie: da un lato Generali, sabato 30 aprile, dove dopo l'uscita di Cesare Geronzi sembra tutto a posto. Dall'altro Unicredit, venerdì 29, dove invece l'ombra del top manager cacciato, in quel caso Alessandro Profumo, si allunga sulla gestione attuale e sulle scelte mai davvero fatte: che banca essere, quanto contare nella spartizione delle poltrone italiche, che sviluppo seguire.
Più dell'amministratore delegato, Federico Ghizzoni, l'uomo simbolo di questa strana fase di Unicredit è il presidente Dieter Rampl, che in assemblea ha attribuito l'allontanamento di Profumo a un disguido di comunicazione: «Per noi sarebbe stato importante sapere tempestivamente dell'aumento delle quote libiche». Perché? Non si sa, visto che poi l'arrivo dei soldi di Muammar Gheddafi che ha portato i fondi libici al 7,5% del capitale è stato oltretutto sterilizzato dalla guerra: diritti di voto congelati, grande incertezza sul destino della partecipazione. Colpa allora delle difficoltà industriali, cioè dei conti poco entusiasmanti?
NONOSTANTE L'UTILE SERVONO ALTRI INVESTIMENTI. Dice ancora Rampl: «L'atteggiamento dei consiglieri è cambiato dopo i risultati dell'esercizio che si sono significativamente ridotti e sembrava si rendesse necessario un aumento di capitale».
Per la verità, nonostante l'utile da 1,3 miliardi di euro nel bilancio appena approvato, in molti hanno la convinzione che a Unicredit servirà presto un'iniezione di denaro fresco, tra gli 8 e i 10 miliardi di euro.
Ma Rampl non può (ancora) parlarne, anche perché quella è una scelta che pesa in toto sulla nuova gestione. E poi, in questo momento, si finerebbe per rimpiangere i tanto vituperati libici che, a causa dei bombardamenti e delle sanzioni Onu, non potrebbero certo partecipare all'aumento, lasciando il peso sulle Fondazioni azioniste italiane già a corto di liquidi.

Le tre anime della banca di piazza Cordusio

L'impressione, per chi osserva le dinamiche di piazza Cordusio, è che dentro la banca ci sia una gran confusione che traspare all'esterno da queste curiose dichiarazioni di Rampl, diventato progressivamente più loquace man mano che si allontanava l'era Profumo.
Semplificando, in Unicredit convivono tre anime. Ghizzoni è un tecnico, che per Profumo seguiva soprattutto i mercati dell'Est, e offre ricette in continuità con quelle del suo predecessore. Grande attenzione alla finanza più che all'economia reale, ambizioni di espansione, distacco dalla palude di relazioni milanesi e romane che distorcono i flussi del credito.
Poi c'è Fabrizio Palenzona, vicepresidente della banca per conto della Fondazione Crt, un politico prestato al credito che palesemente punta a riempire il vuoto lasciato dal declino improvviso (vedremo se duraturo) di Geronzi, trasformando Unicredit in una banca “di sistema”, cioè più attenta alle logiche della politica che a quelle del profitto per riscrivere gli equilibri in era post-berlusconiana. E sfruttando il peso nelle partecipate importanti come Mediobanca e, a catena, Generali e Rcs.
Infine c'è Rampl, che sarà pure tedesco, ma ha dimostrato di capire benissimo come si combattono le lotte finanziarie all'italiana: ai tempi dell'ex amministratore delegato rappresentava già la banca nel consiglio d'amministrazione di Mediobanca, ora vuole addirittura ripensare la governance dell'istituto di piazzetta Cuccia, facendo pesare il suo ruolo di primo azionista e marginalizzando i soci francesi capitanati da Vincent Bolloré. Rampl è insomma la terza via di Unicredit, tra mercato e relazioni.
LA SCELTA DI AFFIDARE I RAPPORTI CON LE IMPRESE A MUSTIER. La presenza di sensibilità diverse portano la banca di piazza Cordusio a muoversi in più direzioni contemporaneamente, senza un progetto ben chiaro. La scelta più bizzarra risulta quella per il nuovo numero uno di Unicredit Corporate Banking, l'unità del gruppo che lavora con le imprese.
Se la priorità è ritrovare un po' di margini in Italia, come ha ricordato Ghizzoni, che senso ha affidarsi a Jean-Pierre Mustier (leggi il profilo) per tenere i rapporti con le imprese? Uno che tra il 1998 e il 2007 stava a Société Générale a cavalcare il boom dei derivati e della finanza più spericolata, che tra i suoi dipendenti diretti aveva Jerome Kerviel, capace da solo di scavare un cratere da 5 miliardi di euro nei conti di SocGen facendo scommesse (sbagliate) senza copertura.

La scelta di strumenti pregiudicati per inseguire l'utile

Ora Ghizzoni prova a rassicurare i soci, «non facciamo più finanza di Intesa Sanpaolo», dice all'assemblea. Ma Mustier c'è, eccome. Eppure, se Unicredit avesse davvero deciso di insistere con gli strumenti più spregiudicati per inseguire l'utile (cosa che in parte fa, riducendo le rettifiche su crediti del 18% e lasciando crescere i crediti deteriorati del 20% a 37 miliardi), avrebbe gestito in ben altro modo il dossier dell'As Roma.
Per rientrare da un credito ad alto rischio da 325 milioni verso la famiglia Sensi, Unicredit si trova a chiedersi se il centravanti Marco Borriello sia stato un buon affare, a finanziare bidoni come Adriano, e a prestare 40 milioni al nuovo patron, l'italoamericano Tom DiBenedetto, per finanziare un minimo di mercato in vista della prossima stagione.
DALLA QUESTIONE AS ROMA AL CASO FONDIARIA SAI. Certo, quella romana è una vicenda delicata, ma niente in confronto alla gestione dei destini della Fondiaria Sai di Salvatore Ligresti. La partecipazione all'aumento di capitale della Premafin, la holding della famiglia Ligresti, comporta un impegno di “soli” 170 milioni, con una serie di decisioni strategiche rilevanti.
Il riassunto è questo: è ora di fare pulizia, spazzando via tutti gli incesti creditore-debitore che hanno caratterizzato gli anni in cui Ligresti si indebitava, ma stava pure nel cda di Unicredit, oppure è l'occasione per usare Premafin e quel che resta dell'impero assicurativo-immobiliare come cavallo di troia per tornare al centro delle relazioni dei vari salotti finanziari milanesi?
Per esempio: si deve vendere subito il 5,4% di Rcs Corriere della Sera, oppure usarlo per rimediare alla decisione di Profumo che uscì dal gruppo editoriale, perdendo così, con sommo rammarico dell'allora presidente del Consiglio Romano Prodi, la presa diretta sul Corriere?
Palenzona, di certo, nelle sue ultime uscite non ha parlato con disinteresse di quello che succede in via Solferino, su cui già ha un certo ascendente attraverso Mediobanca.
Si vedrà come si muoverà Piergiorgio Peluso, il manager Unicredit che sta per insediarsi alla direzione generale di Fondiaria Sai. Anche quella sarà una spia di quale delle anime di Unicredit sta prendendo il sopravvento sulle altre due.
PALENZONA VINCENTE, MA È PENALIZZATO DALLE INCHIESTE. Provando a fare previsioni, ogni bookmaker che si rispetti vedrebbe vincente Palenzona. Che però ha un handicap non da poco: le inchieste giudiziarie che si stanno addensando attorno alla sua persona, con uno stretto collaboratore, Roberto Mercuri, arrestato nell'ambito di un'indagine su finanziamenti e abusi per un parco eolico a Crotone. Un'indagine che ormai sembra più un romanzo di John Le Carré, tra Interpol, arresti in Ucraina e soffiate internazionali, piuttosto del solito intreccio tra funzionari comunali e imprenditori disinvolti.
Inoltre c'è anche il caso di Giampiero Palenzona, fratello di Fabrizio, finito in carcere perchè coinvolto nella vicenda del crac del mobilificio Aiazzone. Ma Palenzona ha dimostrato di avere sette vite, ed è sopravvissuto a molti incidenti di percorso. Probabile che superi anche questi ostacoli.

Martedì, 03 Maggio 2011


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Federico Ghizzoni, Dieter Rampl e Fabrizio Palenzona.

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