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cosa nostra

La mafia e le minacce al Cav

Brusca ricattò Berlusconi sul 41 bis.

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«Berlusconi e dell'Utri non c’entrano niente con le stragi». Lo ha detto Giovanni Brusca, deponendo martedì 3 maggio come teste a Firenze al processo sulle stragi del 1993. Per la prima volta in un dibattimento pubblico fa il nome del senatore Nicola Mancino. Per il pentito sarebbe il personaggio politico indicato da Riina, circa 20 giorni prima della strage di via d'Amelio, come il «committente finale» della trattativa tra mafia e stato. Ma nella deposizione nell'aula bunker di Firenze, nell'ambito del processo per le stragi del '93, Brusca ha spazzato via altri dubbi: «Berlusconi e Dell’Utri come mandanti esterni, l’ho sempre detto, non centravano nulla». Ma nel contro-esame ha poi ricordato come, subito dopo la seconda ondata di attentati, mandò Mangano in missione ad Arcore. Brusca ha sottolineato che dopo la strage di via d'Amelio, in cui fu ucciso il giudice Paolo Borsellino «era cessato ogni contatto» con lo Stato. Le stragi di Firenze, Roma e Milano erano quindi «strumenti per risvegliare lo Stato e per consigliarlo a trattare nuovamente». È a questo punto, ha spiegato il pentito, che è subentrato un nuovo referente politico di Cosa nostra, cui vennero rivolte le stesse richieste che erano già state rivolte al ministro degli Interni Nicola Mancino. Il compito di Mangano era di avvertire Dell'Utri e Berlusconi che, se non avessero trattato con la mafia, rivedendo il 41 bis e il maxiprocesso, gli attentati sarebbero continuati.
«MANDAI MANGANO A MILANO». L'ordine è arrivato da Brusca: «Mandai Mangano a Milano ad avvertire dell'Utri e, attraverso lui, Berlusconi che si apprestava a diventare premier, che senza revisione del maxiprocesso e del 41 bis le stragi sarebbero continuate. Mangano tornò dicendo che aveva parlato con dell'Utri, che si era messo a disposizione». Secondo Brusca, l'attentato all'Olimpico contro i carabinieri era una vendetta per chi non aveva mantenuto le promesse: «Chiudiamo il caso con il vecchio vendicandoci, e apriamo il nuovo».
IL NOME DELL'EX MINISTRO. Quindici-venti giorni prima della morte di Borsellino Brusca incontrò Riina e gli disse: «Finalmente si sono fatti sotto, gli ho consegnato un papello con tutta una serie di richieste. Il tramite non me lo disse, ma mi fece il nome del committente finale. Quello dell’allora ministro dell’Interno, Nicola Mancino». Queste le parole con cui Brusca, mafioso già condannato a 20 anni per le stragi di Roma, Firenze e Milano. Al presidente della Corte che gli chiede perché non avesse fatto prima il nome di Mancino in un’aula, Brusca ha risposto: «Non per paura. Fino all’attentato al giudice Falcone, l’obiettivo di Riina era d’influenzare il maxi processo di Palermo. Dopo di che subentrarono soggetti indicati in Marcello Dell’Utri e Ciancimino che volevano portare la Lega e un altro soggetto che non ricordo...a Riina».
MANCINO: «BRUSCA SI CONTRADDICE». E la risposta di Mancino non si è fatta attendere: «Brusca continua a riferire su di me quanto avrebbe appreso da Riina, il quale continua a non parlare. In ogni caso se Riina ha fatto il mio nome è perché da ministro dell'Interno ho sempre sollecitato il suo arresto e l'ho ottenuto». Per l'ex ministro altro non è che una «vendetta contro chi ha combattuto la mafia con leggi che hanno consentito di concludere il maxiprocesso e di perfezionare e rendere più severa la legislazione di contrasto alla criminalità organizzata».
Inoltre per Mancino seconda la ricostruzione di Brusca qualcosa non va coi tempi: «Rilevo che una prima volta Brusca riferisce accuse apprese da Riina alla vigilia di Natale del '92, mentre oggi parla di una data fra l'uccisione del giudice Falcone e la strage di via D'Amelio (quindi diversi mesi prima). Una confusione che inficia il contenuto delle confidenze di Riina».
FOLLINI: «RICOSTRUZIONE INVEROSIMILE». In appoggio a Mancino, il senatore del Pd Marco Follini: «La ricostruzione è tanto velenosa quanto inverosimile. Se ricordiamo che Riina fu arrestato quando Mancino era ministro degli Interni, quella ricostruzione ha il sapore più della vendetta che della testimonianza». «Dopo aver sentito l'esilarante teorema mafioso del giorno, mi proclamo ufficialmente sospettabile di mafia e stragism», ha dchiarato il ministro per l'Attuazione del Programma, Gianfranco Rotondi.
L'OMICIDIO FALCONE «RINVIATO». Brusca, nel corso della sua deposizione, ha spiegato anche che la strategia mafiosa decisa dal capo dei capi, Totò Riina, di «attaccare lo Stato» fu presa dopo il maxi processo istruito da Giovanni Falcone. «La causa di tutto è il maxi processo», ha affermato, aggiungendo che a decisione di «uccidere Falcone non c'é stata nel 1992», ma già prima «era stata rinviata più volte». Al presidente della Corte che gli ha chiesto più volte se la strategia stragista decisa da Riina non fosse da ricondurre al regime del carcere duro inflitto ai mafiosi con l'articolo del 41bis, il pentito ha risposto: «Quello era un fatto momentaneo, entrato in corso d’opera. Ma la causa di tutto, ripeto, era il maxi processo. Del resto, l’attacco cominciò con l’uccisione di Falcone e poi di Borsellino. E se non ricordo male il regime del 41bis cominciò dopo Borsellino». Tra i motivi che sarebbero stati all’origine dell’aggressione «al cuore dello Stato» ci sarebbero stati, secondo Brusca, «i maltrattamenti nelle carceri, le cosiddette violenze generalizzate» contro i detenuti mafiosi, in particolare quelli che avvenivano nelle carceri di Pianosa e dell’Asinara».
VELTRONI INCALZA: «L'ANTIMAFIA ORA SENTA BERLUSCONI». Non si è fatta attendere la reazione dell'opposizione, nelle parole di Walter Veltroni del Pd rivolte al presidente della commissione antimafia Giuseppe Pisanu: «Le dichiarazioni di Brusca al processo di Firenze andranno verificate, ma intanto la commissione antimafia, che ricostruisce i fatti tra il '93 e il '94, dovrà ascoltare Berlusconi. È urgente e necessario capire se Berlusconi è stato contattato attraverso persone, da chi è stato contattato, con quali richieste e in quali circostanze».
RICHIESTA URGENTE. Veltroni ha poi ricordato che «Il Pd ha già chiesto nelle settimane scorse di ascoltare Berlusconi ma dopo le rivelazioni di Brusca la richiesta è ancora più urgente e necessaria perché la commissione antimafia deve ricostruire tutti gli elementi». Inoltre per l'ex segretario del Partito Democratico «probabilmente bisogna sentire anche Dell'Utri per fare piena luce e per capire perché certe circostanze non sono ancora state rivelate agli inquirenti e all'antimafia». Pure altre personalità politiche di quel periodo sarebbero da sentire: «Anche il senatore Andreotti, compatibilmente con le sue condizioni di salute, potrebbe dare elementi di conoscenza», ha concluso Veltroni.
GHEDINI: IL PREMIER MAI CONTATTATO DA BRUSCA. Ma a difendere la posizione del premier è il suo legale Niccolò Ghedini: «Il Presidente Berlusconi non è mai stato contattato né mai ha ricevuto richiesta alcuna riguardo alle situazioni indicate da Brusca», ha detto Ghedini in una nota. «Le leggi antimafia, i provvedimenti sul 41 bis e il quotidiano contrasto al fenomeno mafioso, con la cattura dei latitanti più pericolosi e il sequestro e la confisca di beni per svariati miliardi di euro sono la miglior risposta alle illazioni di alcuni esponenti dell'opposizione che farebbero bene a ricordarsi della recente vicenda di Massimo Ciancimino, beatificato da certa stampa e oggetto di entusiastici commenti di vari esponenti del centrosinistra, la cui caratura si è finalmente appalesata», ha sottolineato, «con la recente ordinanza di custodia cautelare, in tutta la sua evidenza. Comunque lo stesso Brusca ha categoricamente escluso qualsiasi coinvolgimento del presidente Berlusconi e perciò non è dato comprendere quali verifiche dovrebbero essere fatte».
GASPARRI: «TRATTITIVA CONFERMATA». Sulle parole di Brusca è intervenuto anche l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso: «Nel 1993 non rinnovai il 41 bis per 140 detenuti del carcere palermitano dell’Ucciardone ed evitai altre stragi». Proprio a Conso ha fatto eco Maurizio Gasparri, presidente dei senatori del Pdl: «Posso solo dire che Conso ha detto all'Antimafia di aver revocato il carcere duro a centinaia di boss per attenuare la pressione stragista della mafia e oggi arriva la conferma di Brusca». Solo Conso è il responsabile? «Può darsi che Brusca legga i giornali e inventi. Certo Brusca è uno da prendere con le pinze ma non si può considerare Massimo Ciancimino un eroe e Brusca uno da non prendere nemmeno in considerazione».
CICCHITTO: «NEL 2001 SILENZIO INQUIETANTE». «È singolare e inquietante però che in questi dichiarazioni già rese note nel 2001 al pm Chelazzi non si sia tenuto conto e anzi su di esse sia stato osservato il massimo silenzio», ha ribadito il presidente dei deputati Pdl Fabrizio Cicchitto. Per Pierluigi Castagnetti (Pd) quella contro Mancino altro non è che «una strategia quantomeno di depistaggio di uomini impegnati a creare polveroni che nascondano la verità e, verosimilmente, consumino vendette nei confronti di chi la mafia ha sempre combattuto».

 

Martedì, 03 Maggio 2011


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