Attualità
mafia
Business e 'ndrina padana
Dove sono le 25 cosche lombarde.
di Agostino Riitano
Dalle vetrine eleganti del centro di Milano, passando per gli immensi palazzoni delle periferie fino alle campagne del comasco. Qui ha messo le tende la ‘ndrangheta lombarda. Ha lavorato negli anni e si è ingrandita, diventando un vero e proprio esercito.
La definisce proprio così l’Antimafia milanese: «Un piccolo esercito a disposizione delle cosche calabresi le cui mire sono la spartizione dei lucrosi affari del Nord».
Due presunti mafiosi sono finiti nell’inchiesta Il Crimine che, nel luglio del 2010, ha portato in carcere oltre 150 ‘ndranghetisti del Nord. Intercettati al telefono, i due si erano vantati del fatto che in Lombardia ci fossero «20 'locali' (le unità territoriali di base della mala calabrese ndr), in tutto 500 uomini».
TRA COCA E LOCALI PER VIP. Dentro queste indagini era finito anche Franco Crivaro, arrestato a fine aprile 2011 in riva al lago di Como. Reso celebre dalla frequentazione con Azouz Marzouk, il tunisino marito e padre di due delle quattro vittime della strage di Erba, Crivaro sarebbe in realtà l’intermediario della ‘ndrangheta con i trafficanti di droga albanesi.
Aveva un progetto: trasformare il suo locale, il Coconut, in un ritrovo per vip grazie all’aiuto di Lele Mora, l’agente delle star (estraneo all’inchiesta). Ma come sono distribuite le cosche a Milano e in Lombardia? Come si dividono gli affari? Come si traduce questo dominio quasi capillare sulla vita quotidiana di imprenditori, commercianti, politici e pensionati?
La cupola lombarda si riuniva all’Arci
C’erano tutti, quella sera, attorno al tavolo a ferro di cavallo in una sala riservata del circolo Arci Falcone e Borsellino di Paderno Dugnano. Era il 31 ottobre del 2009.
Secondo gli investigatori, si riuniva il consiglio di amministrazione della filiale del Nord Italia di quella holding che è diventata la ‘ndrangheta: un fatturato globale, stima l’Eurispes, che si aggira sui 44 miliardi di euro l’anno, ovvero il 3% del prodotto interno lordo (Pil) nazionale.
UNA SFILATA DI BOSS. Se vogliamo capire com'è suddiviso il territorio lombardo, bisogna partire da quella tavolata. C’era Vincenzo Mandalari, il boss incontrastato di Bollate arrestato il 21 gennaio 2011. C’era Alessandro Manno, che comanda a Pioltello. E poi c’erano padrini e picciotti di Milano, Mariano Comense, Cormano, Corsico, Desio, Pioltello, Limbiate e Solaro.
Per i magistrati, le 'locali sono presenti anche a Lonate Pozzolo, Legnano, Busto Arsizio. Secondo quanto dichiarato dal procuratore capo di Reggio Calabria, Giuseppe Pignatone, in una recente audizione nella commissione parlamentare d'inchiesta sulla mafia, «le locali (lombarde, ndr) sono almeno 25». Anche se sono solo 13 quelle individuate.
AUTONOME MA COLLEGATE. Ma che cosa ci facevano in quella riunione i capi delle famiglie mafiose? Riaffermavano un principio: ogni cosca è egemone nella propria zona ma deve comunque rimanere in contatto con la casa madre calabrese. Gli affari da spartirsi, d’altronde, sono ricchi: dalle estorsioni all’usura, da al racket fino alla cocaina, agli appalti pubblici e al traffico di rifiuti speciali.
Secondo la relazione della commissione parlamentare antimafia, il territorio, che ha iniziato a essere colonizzato negli anni Settanta, è così suddiviso. A Milano e nell’hinterland operano le cosche reggine e della Locride dei Pesce, Mazzaferro, Paviglianiti, Pangallo, Barbaro, Branca, Crisafulli, Flachi, Papalia, Criaco e Morabito.
A Monza imperano i Mancuso, gli Iamonte, ancora i Mazzaferro, i Pesce-Romeo, i Gallace-Novella, i Bruzzaniti e gli Arena. A Varese, Como e Lecco ecco i Morabito, i soliti Mazzaferro, i Gattini e i De Stefano.
A Bergamo e Brescia risiedono i Facchineri, i Bellocco e gli onnipresenti Mazzaferro, che comandano anche nel pavese.
Visualizza sulla mappa la 'ndrangheta in Lombardia.
Ventimila aziende strozzate dalla malavita
Frediano Manzi è uno che l’allarme lo ha lanciato da anni. Inascoltato. È presidente di Sos usura e racket, associazione milanese che si occupa di assistere le vittime di estorsioni. Lui la ‘ndrangheta la vede negli occhi degli imprenditori, dei commercianti e persino degli anziani “strozzati” dai tassi di interesse della mafia calabrese.
Ecco, per comprendere come controlli il territorio, si può partire da quello che successe a Quarto Oggiaro.
GLI USURAI DEL SUPERENALOTTO. Manzi lo racconta a Lettera43.it: «Pensate, un’inchiesta ha scoperto che il clan Tatone-Carvelli, egemone nella zona prima degli arresti dei loro capi, aveva prestato a strozzo circa 300 mila euro ai vecchietti per giocare le schedine del Superenalotto quando il jackpot raggiungeva cifre record. E parlo di mille, anche 2 mila euro a testa».
Per capirla ancora meglio, questa mafia dal nome arcaico, ci si potrebbe chiedere quanti imprenditori denuncino le estorsioni. «Nel 2010 sono stati in cinque», dice Manzi facendo riferimento ai dati della questura meneghina.
E continua: «Noi stimiamo che siano 20 mila le aziende sotto usura sul territorio». Un numero che sembra riferito a Palermo o a Reggio Calabria. L’inchiesta Il Crimine, ricorda Manzi, ha contato circa 200 casi di estorsione. «Non uno è andato in procura a denunciare o a raccontare».
Secondo la relazione della Direzione nazionale antimafia, il giro totale d'affari di usura e racket si aggira sui 20-25 miliardi l’euro l’anno. Una ricca torta sulla gran parte della quale ha messo le mani la ‘ndrangheta.
Le cave d’oro del business dei rifiuti
Le cave, ovvero le buche da riempire con rifiuti tossici e speciali, rappresentano il nuovo business ecologico della Lombardia nel quale le cosche calabresi stanno prendendo il posto della camorra. A Desio, nel milanese, per esempio, il Comune ha stimato in 2 milioni e 800 mila euro il costo per bonificare una cava che la ‘ndrangheta utilizzava per smaltire materiale illecito.
DA 30 ANNI NELL’ELDORADO. Presenza mafiose sono segnalate anche nelle cave di Boffalora d’Adda nel Lodigiano o in quella di Bollate, sulla quale gira anche una video inchiesta su Youtube. Insomma, il nuovo eldorado.
«Ci sono interi quartieri, paesi in mano alla criminalità», dice sempre Manzi a Lettera43.it, «almeno da 30 anni. In tutto questo tempo, la politica e le forze dell’ordine dov’erano? Si sono distratte? Per certi versi, Milano è simile a Palermo e a Reggio Calabria di 20 anni fa, quando si faceva finta che la mafia non esistesse. Un negazionismo diffuso mentre le ‘ndrine, nel frattempo, hanno preso il controllo di molte delle cave lombarde».
L’INDIFFERENZA DEI POLITICI. La politica per Manzi è assente. Tra l’altro, in mezzo all’indifferenza di molti, la Provincia ha tagliato i fondi per gli imprenditori vittime di usura.
C’è chi parla anche di una strana disattenzione delle organizzazioni nazionali antiusura per Milano e Lombardia. Ma la ‘ndrangheta è di destra o di sinistra? Guarda a una coalizione o a un’altra?
«Per loro è indifferente: si interfacciano con chiunque comandi», conclude Manzi. In un’intercettazione, il boss Mandalari disse: «Destra o sinistra, noi ce ne fottiamo. Basta che ci lascino fare le rotonde». E di rotonde le strade della Lombardia sono piene. Una dichiarazione più esplicita di mille trattati sulla mafia.
Martedì, 03 Maggio 2011

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