Attualità
POLITICA
Acqua benedetta
Referendum, perché la Chiesa è contro la privatizzazione.
di Antonietta Demurtas
Se è vero che in Italia il condizionamento della chiesa permea ogni aspetto della vita sociale e politica, allora il referendum del 12 e 13 giugno è già una missione compiuta. È infatti una vera e propria campagna evangelica quella messa in atto dal mondo cattolico contro la privatizzazione dell'acqua. Editoriali nei giornali delle diocesi, interviste, omelie, video su YouTube ed email passaparola inneggianti l'importanza della sorella acqua.
CROCIATA PER IL BENE COMUNE. Una catena di Sant'Antonio che ha come unica preghiera lo slogan: «Salviamo l'acqua». La crociata nel nome dell'acqua benedetta era iniziata già nel 2009, quando il voto in parlamento (il 19 novembre, il primo in Europa) per la privatizzazione dell'oro blu, dichiarato bene di rilevanza economica dalla legge Ronchi, scatenò l'ira di molti religiosi. «Maledetti voi», tuonò padre Alex Zanotelli, «l'acqua è vita, l'acqua è sacra e privatizzarla è una bestemmia».
Da allora, anche grazie alla Rete, sono stati numerosi i religiosi che hanno deciso di mobilitarsi. All’allarme «attenzione, ci stanno rubando l’acqua!», è seguito un tam tam che nei giorni che precedono il referendum si fa sempre più insistente.
Il 9 giugno in piazza San Pietro un digiuno per difendere l’acqua
Il 30 aprile Zanotelli, con un altro sacedote, Adriano Sella, ha inviato una email a tutti i religiosi in cui chiedeva: «Come possiamo permettere che l’acqua, nostra madre, sia violentata e fatta diventare mera merce per il mercato? Per noi cristiani è un grande dono di Dio, che fa parte della sua straordinaria creazione e che non può mai essere trasformata in merce».
Per impedire questo peccato originale, i due religiosi hanno invitato sacerdoti, missionarie e missionari, consacrati e consacrate a trovarsi in piazza San Pietro a Roma, giovedì 9 giugno alle ore 12, per fare un grande digiuno.
«Venite con i vostri simboli sacerdotali e religiosi, ma anche con i vostri manifesti pastorali, per poter dire a tutto il popolo italiano: Salviamo l’acqua!», il messaggio inviato da Sella e Zanotelli.
MOBILITAZIONE E CITAZIONI BIBLICHE. Per far prendere coscienza sui pericoli della vittoria di un «no», oltre alla mobilitazione, ci sono anche le citazioni bibliche come quella del Vangelo letto durante la Quaresima in cui Gesù, stanco ed assetato, chiede a una samaritana: «Donna, dammi da bere».
«Una domanda che non si potrà certo rivolgere a un’azienda impegnata a fare utili», ha commentato don Aldo Antonelli, parroco di Antrosano, in provincia dell’Aquila, anche lui coinvolto nella missione evangelizzatrice per salvare l'acqua dalla privatizzazione.
Perché davanti alle previsioni dell’Onu, secondo cui entro la metà del XXI secolo 3 miliardi di esseri umani non avranno accesso all’acqua potabile, il referendum sull’oro blu diventa un problema etico e morale.
In fondo è stato lo stesso papa Benedetto XVI ad affermare nella sua enciclica sociale Caritas in veritate che «l’acqua è un diritto universale di tutti gli esseri umani».
Il compendio della dottrina sociale della chiesa n. 485 afferma inoltre: «L’acqua, per la sua stessa natura, non può essere trattata come una mera merce tra le altre e il suo uso deve essere razionale e solidale».
L'invito dei domenicani: andate a votare
Meno espliciti, ma ugualmente partecipi, le suore e i padri domenicani della Commissione nazionale giustizia, pace e creato della famiglia. Non hanno dato nessuna indicazione di voto, ma hanno invitato i fedeli ad «andare a votare e a convincere gli altri a fare altrettanto».
Per i referendum, vista la «sensibilità dei temi di cui si parla, la Commissione», si legge in una nota, «ha deciso di non esprimere un consiglio di voto, ma vuole invitare la famiglia domenicana a partecipare responsabilmente a questo momento di democrazia, perché l'acqua è un diritto fondamentale e non solo un bisogno e il nucleare ci chiede di decidere per il nostro futuro».
L'ESORTAZIONE ALLA RESPONSABILITÀ. I domenicani ricordano inoltre che monsignor Mariano Crociata, segretario generale della Cei, ha sottolineato come «i beni comuni siano salvaguardati e custoditi per il bene di tutti».
Durante il convegno tenutosi ad aprile ad Assisi su «Sorella Acqua», è stato infatti proprio Crociata a fare il punto sull’argomento: «Il tema dell'acqua deve essere affrontato dalla comunità internazionale per un uso equo e responsabile di questa risorsa, attorno al quale si gioca una delle partite decisive del prossimo futuro». Secondo Crociata, perché gli enti governativi non perdano autonomia davanti al potere delle multinazionali, è necessario «un impegno comune, che sappia orientare le scelte e le politiche per l’acqua, concepita e riconosciuta come diritto umano e come bene dalla destinazione universale».
La presa di posizione dei vescovi italiani: il caso di Nola
Il messaggio di Crociata è stato condiviso anche dai vescovi italiani: sono ben 45 infatti le diocesi che hanno sottoscritto il documento «Acqua, dono di Dio e bene comune» lanciato dalla Rete interdiocesana per i Nuovi stili di vita durante la scorsa Pasqua.
Il 7 giugno a scendere in campo per il «sì» è stata anche la diocesi di Nola. In una nota, infatti, il direttore dell'ufficio pastorale per i Problemi sociali e lavoro, Giustizia e Pace, Salvaguardia del creato, don Aniello Tortora, pur ricordando che «non spetta alla chiesa dare indicazioni in occasioni delle competizioni elettorali», ha invitato i cittadini a recarsi alle urne per «difendere un bene comune».
Tortora si è espresso anche sui quesiti sostenendo che la chiesa di Nola «rispetta la libertà di coscienza di tutti e di ciascuno», ma è necessario «salvaguardare l'acqua, perché è un elemento imprescindibile per la sopravvivenza». E sul nucleare il vescovo di Nola ha detto: «Si deve perseguire la strada delle energie rinnovabili, per tutelare al meglio la salute dei cittadini».
FRANCESCANI IN LOTTA PER «SOR AQUA». Che l'acqua sia un «dono di Dio all'uomo e alla terra», lo hanno ricordato anche i frati francescani del Sacro convento di Assisi, per i quali «è un'aberrazione pensare che l'acqua possa essere considerata di proprietà di qualcuno».
Dopo aver citato quel che Francesco d'Assisi diceva dell'acqua nel Cantico delle creature, «Laudato sii, mi Signore, per sor Aqua la quale è molto utile e umile e preziosa e casta», i frati hanno sottolineato che «la gestione dell'acqua va affrontata con lo sguardo rivolto all'utilità comune».
Sul sito Sanfrancesco.org, il custode del convento di Assisi, padre Giuseppe Piemontese, si è occupato in maniera più generale dei referendum, sostenendo che i quesiti «pongono una riflessione sul piano degli stili di vita, perché senza atomo e senza gestione pubblica dell'acqua si passerebbe dal benessere senza confini a una vita semplice che fa a meno di consumi inutili e riduce l'inquinamento».
Il videomessaggio di YouTube di don De Capitani
Ci sono poi i preti fai date, quelli che lasciano un videomessaggio su YouTube. Come don Giorgio De Capitani, parroco a Monte di Rovagnate, in provincia di Lecco, che ha invitato il cardinale Dionigi Tettamanzi, arcivescovo di Milano a fare la propria parte inviando un messaggio ai preti della diocesi «perché caldeggino la partecipazione a questo referendum per difendere l’acqua, un bene comune».
Secondo il religioso, «chi dice no, cioè decide perché l’acqua sia messa sul mercato, non è un cristiano, è un indegno, va buttato fuori dalla chiesa, non è neppure una persona, è uno schifo».
De Capitani ha esortato infine Tettamanzi «a dire una parola evangelica», e a «invitare i fedeli a votare 'sì' al referendum in difesa dell'acqua» e ha minacciato di buttare fuori dalle chiese «a pedate nel culo» chi non rispetterà il diktat.
FAMIGLIA CRISTIANA: «ENNESIMA SCONFITTA DEL CAV». Ma se è l'acqua il tema che affligge di più il mondo cattolico, anche sul nucleare i dubbi sono tanti. A scriverne è il settimanale Famiglia cristiana che non perde l'occasione per evidenziare l'errore dell'esecutivo.
Beppe Del Colle, nel suo editoriale ha attaccato il governo, che «ha cercato di evitare il referendum sul nucleare proprio per cancellare uno dei motivi (forse il più 'popolare', dopo il recente disastro della centrale nucleare giapponese) della partecipazione alla giornata referendaria». Per raggiungere l'obiettivo, il Cav ha ideato «il decreto Omnibus per rinviare di 12 mesi le decisioni sulla realizzazione delle centrali nucleari».
Del Colle ha ipotizzato che Berlusconi «immaginava che la Cassazione avrebbe annullato il referendum, ma così non è stato e il Cavaliere dovrà aggiungere alla disfatta elettorale delle amministrative anche il peso della più che probabile vittoria dei 'sì' per tutti e quattro i quesiti».
Una previsione che suona quasi come una preghiera.
Martedì, 07 Giugno 2011
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Governo del territorio e gestione dei servizi. Non facciamo confusioni ed isteriche crociate
Leggendo l’articolo di Vittorio Rapetti socio di punta di A.C. che riproduco in calce ho fatto le seguenti considerazioni dissociandomi dalla crociata religiosa in atto
La gestione delle risorse idriche dipende dalla gestione del territorio.
Le catastrofiche alluvioni con fenomeni di frane e smottamenti che sistematicamente registriamo ne sono una evidenza: così l’inquinamento delle acque legato a quello dei terreni e dell’aria (si è anche parlato di piogge acide).
Sebbene interconnessi il problema della sana gestione del territorio e quello della gestione degli acquedotti e delle acque che residuano dopo il loro utilizzo in attività domestiche, industriali e agricole, vanno tenuti ben distinti.
La funzione pubblica non è quella di acquistare l’intero territorio a monte e gestire tutti i servizi legati all’utilizzo dell’acqua, come pare abbia fatto il Comune di Parigi portato ad esempio, ma di farsi carico della virtuosa gestione dell’intero ciclo dell’acqua nelle molteplici forme di utilizzazione possibili, tenendo conto dei naturali limiti ed equilibri idro-geolocici, e delle condizioni igieniche da categoricamente preservare.
L’acqua nel bene e nel male è una fortuna o una calamità pubblica. Dunque la sua regolazione è una funzione pubblica che sarebbe delittuoso ignorare o distorcere in funzione privata.
La gestione degli acquedotti e degli scarichi, è invece paradossalmente affare essenzialmente privato, anche quando riguarda grandi città. Perché? Perché l’acqua una volta canalizzata viene sottratta: a) al territorio (chi ha qualche pratica di montagna conosce lo squallore derivato dalla deumidificazione di ambienti una volta rigogliosi a seguito di prese d’acqua.); b) a chi non utilizza quella derivazione, mentre con la semplice apertura di un rubinetto il privato che da quel canale è servito ne fa quello che vuole.
Di qui la responsabilità di chi gestisce un acquedotto non solo verso i privati, cui appresta un bene indispensabile, preziosissimo e costoso, ma anche verso l’intera collettività ed il debito che contrae verso quella parte di collettività cui lo sottrae e verso il territorio: a) quello a monte che impoverisce, b) quello a valle che rischia di inquinare c) quello di transito per le possibili dispersioni che possono provocare allagamenti smottamenti e frane.
Alla base di ogni considerazione va posta la dignità di ogni persona che vive, lavora e produce grazie all’acqua ma che non riuscirà mai ad appropriarsene perchè anche quando la ingurgita, non può che rigettarla sotto forma di residuo organico.
Fare un referendum per affermare che l’acqua è bene pubblico? Perché non farlo allora per il sole le nuvole e le stelle?
Purtroppo la grancassa referendaria non aiuta a capire la fondamentale distinzione fatta in premessa. Ma, quando non genera panico sociale demonizzando privati e profitto, appiattisce il discorso sul supposto abbattimento dei costi che deriverebbe dalla gestione in regime di monopolio pubblico
Dall’esempio di Parigi si ha che la Città si è dovuta far carico di un costo di disinquinamento dell’ambiente da cui derivava la risorsa. dunque riparando al mancato governo del territorio e pagandone un costo. Non era però certamente responsabilità della Veolia o Suez se i terreni a monte erano inquinati. Se a operazione compiuta in termini qualitativi e di costi ne sono risultati dei vantaggi dieci e lode all’iniziativa della Città. L’esperienza dimostra comunque che anche quando in queste materie sono in ballo i privati e perfino le famigerate multinazionali, le pubbliche amministrazioni hanno sempre il potere-dovere di intervenire e di indirizzare al meglio le soluzioni . Se la gestione tornata in mano pubblica continuerà ad essere efficiente sarà da vedere. . Se ci fu un momento in cui questo servizio fu privatizzato non credo che lo fu per un dictat ideologico. Forse anche le famigerate multinazionali Veolia o Suez qualche benemerenza l’hanno a suo tempo acquisita. In tempi di continue e dirompenti innovazioni tecnologiche è difficile immaginare che la gestione pubblica di un servizio possa garantire il massimo di efficacia e di efficienza.
Piuttosto credo sia da temere la confusione dei ruoli: quello di governo del territorio, che nella considerazione dei limiti e degli eccessi deve individuare e fissare la destinazione delle risorse idriche per il loro equilibrato e proficuo utilizzo e quello della gestione dei servizi che necessariamente ne conseguono (acquedotti, depurazione, fognature, scarichi) da parte dei beneficiari. Il compito di governo di un territorio comporta anche quella di controllo dei servizi sottoordinati (acquedotti e connessi servizi), la cui gestione implica invece l’esercizio di una attività di impresa che necessita di capacità imprenditoriale ed efficiente impiego di mezzi economici adeguarti. L’attività di governo di un territorio e del regime delle acque implica capacità decisionale politica razionalmente fondata su dati empirici attentamente e costantemente rilevati e conoscenze scientifiche e tecnologiche aggiornate. Controllore e controllato hanno dunque compiti ben distinti che non vanno confusi.. E comunque una attività di impresa utilizza necessariamente strumenti privatistici non burocratici.
Un punto a mio giudizio deve essere chiaro. L’acqua è un bene naturale prezioso, dal cui retto utilizzo dipendono tutte le possibilità umane .
I servizi di gestione dell’acqua e quelli della corretta e proficua gestione del territorio, che ne condiziona i benedici ed i malefici, sono costosissimi. E’ doveroso quindi che chiunque ne beneficia concorra secondo criteri di giustizia a pagare i costi delle provvidenze e delle imprevidenze legate alla sua gestione, pagando quel prezzo che corrisponde a quello della sua preziosità, in modo da indurre, un necessario riequilibrio nella gerarchia dei consumi: con riduzione di quelli dannosi, di quelli vistosi, di quelli voluttuari e degli sprechi. Una strada questa necessaria se ci si vorrà affrancare dalla schiavitù consumistica.
Criteri di giustizia: significa anche che all’indigente ed al bisognoso l’acqua come bene pubblico non può essere negata e deve essergli data senza alcuna contropartita economica, dunque anche il suo consumo deve essere compreso nel costo di gestione di cui la generalità degli utenti secondo un equilibrato sistema tariffario dovrà farsi carico.
Giovanni Domenella
VERSO IL REFERENDUM
Acqua, Italia controcorrente all'estero vince il pubblico
Cura dell'ambiente, importanza degli impianti e fattore tempo: ecco perché da Monaco di Baviera a Parigi si è tornati indietro e si è affidata la rete idrica al settore pubblico. Con maggiore efficienza e grandi risparmi
ROMA - Mentre il governo Berlusconi varava la legge che bocciava il gestore pubblico dell'acqua, facendolo finire in serie B e costringendolo per legge a restare in minoranza nelle aziende quotate in Borsa, grandi città, comprese quelle che per decenni avevano sperimentato la gestione privata, decidevano di puntare sul pubblico. Parigi, Berlino, Johannesburg, Buenos Aires, Atlanta, Monaco di Baviera sono tutte guidate da ideologi sprovveduti, teorici estremisti che odiano i capitali privati? Proviamo a vedere cosa sta succedendo in alcune di queste città partendo dal caso meno pubblicizzato, Monaco di Baviera.
La chiave per comprendere la scelta di Monaco è il rapporto tra l'acqua e il territorio. Per la risorsa idrica quello che conta è la qualità dell'ambiente: più si preserva la natura in cui l'acqua scorre, meno è necessario intervenire sugli acquedotti. Nel 1992 Monaco di Baviera ha deciso di acquisire i terreni vicini alla falda e di riservarli alla coltivazione biologica: niente chimica, allevamento controllato. In questo modo è stata vinta la battaglia contro i nitriti che per tre decenni avevano continuato a crescere e l'acqua può arrivare in tavola senza cloro e senza trattamenti chimici.
Analoga la scelta di Parigi che, dopo la decisione di far tornare l'acqua in mano pubblica togliendola alle due multinazionali francesi (Veolia e Suez) che gestivano il servizio da 25 anni, ha preso il controllo dei terreni collegati alla falda idrica e li ha concessi in affitto a canone agevolato o a titolo gratuito agli agricoltori che si sono impegnati a lavorare seguendo gli standard più rispettosi dell'ambiente. Secondo i dati del Comitato per il sì, le perdite di rete registrate in Francia dai due principali gruppi privati del settore vanno dal 17 al 27 %, contro il 3-12 % della gestione pubblica. E l'assessore alla municipalità di Parigi, Anne Le Strat, ritiene che il passaggio da un sistema privato a uno pubblico consentirà di risparmiare 30 milioni di euro l'anno.
"Questo tipo di scelte può essere fatto solo se la gestione dell'acqua è pubblica perché impone investimenti e programmazioni a lunghissimo termine", ricordano al Comitato per i sì al referendum. "Una società privata non ha interesse a investire per acquistare terreni che poi potranno non servirle più a nulla se alla scadenza il contratto non viene rinnovato. Inoltre avrebbe difficoltà a giustificare agli azionisti un investimento così importante per risolvere un problema che si può affrontare con una spesa molto minore utilizzando il cloro".
I punti cruciali sono dunque due. Il primo, come abbiamo visto, è lo spazio. Più è vasta l'area ambientalmente sana in cui l'acqua scorre minore è la necessità di un intervento correttivo sulla rete idrica. Il secondo è il fattore tempo. Gli importanti investimenti di cui il settore idrico ha assoluto bisogno per chiudere il cerchio dell'acqua collegando alle fogne quel 30 per cento di scarichi non ancora in regola, richiedono uno sguardo lungo. La manutenzione costa, l'espansione della rete costa. E i ritorni si misurano nell'arco di vari decenni. Spesso troppi per un'azienda privata che è abituata a rendere conto del suo operato in tempi decisamente più brevi e che difficilmente ottiene contratti con una durata di più di 30 anni. A meno che il controllo delle scelte sull'acqua non rimanga saldamente in mano alla mano pubblica.
di ANTONIO CIANCIULLO 4.5.2011
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