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Attualità 

CULTURA

Apocalisse in volume ridotto

Piccoli editori spesso impreparati. E nocivi.

di Bruno Giurato

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Ha scritto l'editore André Schiffrin, figlio di Jacques, il fondatore della Bibliothèque de la Pléiade, per anni mente della Pantheon Books: «Nessun capitalista sano di mente investirebbe oggi in una libreria, in una casa editrice o in un giornale». Assodato che lo scenario apocalittico da tramonto (della stampa) occidentale, è il dato di fatto, rimane un luogo comune da sfatare: quello della piccola editoria.

Pazzi scatenati in libreria

I piccoli editori, spesso contrapposti ai grandi gruppi, da Mondadori a Feltrinelli, vengono in genere considerati quelli che tengono duro di fronte all'imbarbarimento della Cultura (di rigore con la “c” maiuscola), quelli che salvaguardano la «bibliodiversità» (parola “ecomagica”). Già solo a nominarli viene in mente Vanni Scheiwiller che pubblicava un Ezra Pound clandestino, o Gaetano Colonnese a Napoli che imbrattandosi di colla “fabbricava” dal vivo, durante una performance, un libro del poeta visuale Luciano Caruso.
Saranno i tempi cambiati, ma la realtà è assai meno romantica. Lo racconta un libro di Federico De Vita, Pazzi scatenati (Effequ), in uscita a gennaio 2012 (ma si può già ordinare sul sito dell'editore). Pamphlet scanzonato solo in apparenza, documenta una sostanza tragica. I pazzi, infatti, sono gli editori, e in particolare i piccoli editori.
UN NUMERO DI LIBRI SPROPOSITATO. Ogni anno in Italia si pubblicano in tutto 213 milioni di libri (sic!), tra nuove edizioni e ristampe. Considerato che, come dicono i sondaggi, il 45% della popolazione legge ma non più di 1-3 libri all'anno, il conto è presto fatto.
Nel regime di sovrapproduzione che sta soffocando il mercato, i grandi gruppi editoriali, che tendono a inglobare anche la distribuzione e i punti vendita (spesso in franchising) sono molto forti: su 2.200 librerie in Italia Mondadori ne possiede 280, Feltrinelli 104. Non si è arrivati ancora agli estremi iperliberisti degli Usa, (a New York nel Dopoguerra si contavano 330 librerie, nel 2010 se ne trovavano 30, soltanto di grandi gruppi), ma la tendenza è consolidata.
LA POLITICA DELLE GRANDI LIBRERIE. Com'è evidente le librerie di catena privilegiano i titoli dei grandi editori. Con i piccoli, racconta De Vita si comportano così: «Feltrinelli compra con una formula di pagamento che è a 150 giorni, cioè pagano cinque mesi dopo l’acquisto [...]. Il loro sistema informatico dopo 15 o 30 giorni gli dice se di un titolo si son mosse delle copie [...]. Se non ne hanno venduta nemmeno una dopo 30 giorni quel titolo finisce direttamente in resa.
Pagando dopo cinque mesi il distributore fa in tempo ad accreditargli la resa senza emettere fattura: è in grado di riprendersi i libri prima che Feltrinelli sia costretta a pagarli. Così facendo Feltrinelli fa la bella figura di comprare dei libri della piccola editoria pur sapendo che non li venderà: li metterà in resa e non li pagherà».

Ma è vera “bibliodiversità” o è il trionfo del nulla?

Se le cose stanno così dobbiamo dedurre che di fronte allo gigantismo dei “cattivi”, le major, i piccoli editori sono “i buoni”: appunto quelli che resistono alle bieche logiche di mercato. Ma è davvero così? Secondo De Vita, che ha lavorato per varie piccole case editrici, no.
Nel 2010, secondo l'Aie (L'Associazione italiana editori) le vendite dei libri erano divise così: ai grandi gruppi editoriali andava il 60,1%, ai medi e medio grandi il 26,7%, ai piccoli editori, il 13,2%. Sembra una fetta ragguardevole anche quest'ultima, ma se si considera che i piccoli editori sono oltre 7 mila, e molti di questi non sono davvero piccoli (da Minimum Fax a Castelvecchi a Marcos y Marcos) si scopre una galassia di microeditori senza arte né parte.
I DILETTANTI ALLO SBARAGLIO DELL'EDITORIA. Oltre alla pattuglia di editori a pagamento (il critico Loredana Lipperini ne ha recentemente fatto una lista, pubblicata sul suo blog) vi si trovano le tipologie più varie di editori improvvisati, impreparati, pronti a infarcire il mercato con libri improbabili. Capaci di titoli come (qui De Vita ironizza, ma neanche troppo): Curarsi con le essenze di maggiorana e Il potere segreto delle tue mani o di mettere in commercio «collane di 140 titoli su come far crescere le piante officinali in un ambiente chiuso, 370 sulle meraviglie della costiera di fronte a Savona».
Alessandro Alessandroni, titolare di una nota libreria indipendente di Roma, intervistato da De Vita ha commentato: «La stragrande maggioranza di quelli piccoli lavora allo sbaraglio, senza sapere quello che fa. È venuto uno qua, manco mi ricordo la casa editrice, aveva stampato un libro per beneficenza e ne ha volute portare per forza 100 copie».

I “braccianti della penna”

Insomma. Secondo De Vita il mondo della piccola editoria «fa pensare sempre più spesso a una sorta di Italia’s got talent dei sinistroidi, dove i più abili sono quelli che riescono a sfangarla andando a sbirciare alla fiera di Francoforte i titoli acquistati da Mondadori per commissionarne in fretta altri uguali da sparare sul mercato a ridosso di quelli acquistati dalle major dell'editoria – possibilmente con una copertina quasi identica – provando a sfruttare l’onda lunga del lancio della grande casa editrice».
Il fenomeno del fiorire di nuove imprese editoriali secondo De Vita è collegato all'inflazione di laureati in discipline umanistiche, i “braccianti della penna” destinati a un illuso e infruttuoso precariato intellettuale.
CASE EDITRICI SOCIALMENTE INSOSTENIBILI. Un capitolo del libro si intitola: «Poveracci che sfruttano», laddove i poveracci sfruttatori sono appunto i proprietari di alcune (non tutte, naturalmente) piccole case editrici.
L'autore, che ha lavorato per diversi piccoli editori è arrivato alla conclusione che «semplicemente i piccoli editori non hanno senso», perché la loro proposta è spesso di scarsa qualità e il mercato non è in grado di assorbirla. Insomma, secondo De Vita, le troppe case editrici: «non sono socialmente sostenibili».
E l'autore in chiusura del libro, dopo aver fatto una rassegna dei vari lavori della sua vita (dal servizio di sicurezza per la mostra del gioielliere Bulgari all'ufficio stampa di un teatro a Tagliacozzo) ha concluso scrivendo: «Avete visto, ne ho fatte di stronzate, ebbene in nessun caso, in nessun caso mai, tranne nell'editoria mi è capitato di non esser pagato».

Martedì, 20 Dicembre 2011


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Commenti (1)

queenseptienna 21/dic/2011 | 09:01

Precisazione
Vi segnalo un errore: le liste degli editori non sono di Loredana Lipperini (seppur da lei pubblicate), ma di Writer's Dream.

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