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Attualità 

Lia Celi

SPIRITO ASPRO

Se la memoria non basta a guarire il male

Ricordare le vittime della Shoah ha senso solo se non si strumentalizza il passato.

di Lia Celi

editoriale
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«Un Paese senza memoria è un Paese senza futuro». «Chi non ricorda il passato è condannato a ripeterlo». «Per non dimenticare». Mi costa dirlo, ma i moniti profondi e solenni che si rispolverano ogni anno in occasione del Giorno della memoria ormai fanno l’effetto delle «frasi per ricorrenze».
Le diciamo e le accettiamo senza ragionarci su (nota bene: il «noi» si riferisce all'ampia platea di persone mediamente acculturate e sensibilizzate che da 12 anni segnano nel proprio calendario il 27 gennaio e ne onorano il significato anche solo rileggendo Se questo è un uomo; resta purtroppo una minoranza di decerebrati indifferenti, convinti probabilmente che nel Giorno della memoria si commemorino gli sms eliminati dall’archivio del cellulare).
Fatto salvo il dovere imprescindibile di commemorare le vittime della Shoah e di dedicare almeno un giorno al ricordo e allo studio di uno dei più terribili - e terribilmente peculiari - crimini contro l’umanità, è vero in assoluto che chi non ha memoria non ha futuro? Nella nostra esperienza di vita, spesso vediamo accadere il contrario.
IL DOPPIO VOLTO DEL RICORDO. La sopravvivenza degli esseri umani si fonda anche sulla capacità di dimenticare, o di rimuovere i ricordi insostenibili, come ci insegnò un grande ebreo, Sigmund Freud. Un ricordo indelebile del passato può condizionare negativamente il nostro approccio al futuro.
Una storia d’amore finita male ci rende ostili e diffidenti verso un nuovo partner. Il ricordo di una gravidanza interrotta può indurci a rinunciare per sempre alla maternità, e mi fermo per evitare un’imbarazzante deriva alberoniana. Un vecchio detto ammonisce: la felicità è fatta di buona salute e di cattiva memoria.

L'importanza di una memoria che diventa testimonianza

Si riferiva alla felicità privata, certo, ma forse vale, in qualche misura, anche per quella pubblica. Davvero ricordare gli orrori passati è l’antidoto universale contro tutti quelli a venire? Nell’anniversario dell’11 settembre, il giornalista americano David Rieff si era domandato se, dal momento che il ricordo della strage delle Twin Towers era servito ad alimentare e a giustificare la guerra contro altri popoli, non sarebbe stato preferibile dimenticarla.
È stato ricordato che alcuni trattati di pace nell’età moderna imponevano l’oblio dei danni e dei torti subiti in guerra, per stroncare possibili revanchismi.
Dal momento che non può esserci nessuna riparazione per le stragi, in quanto ogni singola vita umana ha un valore unico e incalcolabile, che senso ha ricordarle, se non quello di tenere sempre accesa, sotto la cenere del tempo, la brace dell’odio e del pregiudizio?
I miei amici albanesi hanno una memoria storica che ricorda con precisione ogni singolo torto patito dal loro popolo fin dai tempi dei pirati illirici sgominati da Pompeo. E così pure serbi e macedoni.
L'UTILITÀ DELL'OBLIO. Sul ricordo del genocidio degli armeni, Francia e Turchia stanno mettendo su una mezza guerra. A uno come Silvio Berlusconi la memoria dell’Olocausto è servita solo a chiamare «kapò» un deputato socialista tedesco al Parlamento europeo. E il settimanale tedesco Spiegel, che ha definito il poco eroico comandante Francesco Schettino «l'italiano tipico», parla ai tedeschi che conservano anche troppo bene il ricordo del nostro voltafaccia nel 1943.
La memoria non basta da sola a rendere gli uomini meno coglioni, anzi, può renderli coglioni più motivati e pericolosi. Dev’essere disarmata, illuminata dalla ragione e dalla giustizia per diventare testimonianza.
Le memorie dei soprusi subiti sono utili solo se, insieme, compongono la cartella clinica di un’umanità malata di violenza e ingiustizia, eppure sempre più animata dalla volontà di guarire dai suoi mali. Chi non ricorda gli orrori del passato è condannato a ripeterli, chi ne ha un ricordo distorto, parziale, strumentale, li sta già ripetendo.

Giovedì, 26 Gennaio 2012


Commenti (3)

Martello 27/gen/2012 | 14:52

Condivido
Condivido il pensiero della Celi.
Ieri alla TV hanno commentato con enfasi il fatto che un giovane su 5 in Germania non sa associare nulla ad Aushwitz... mi domando quanti giovani italiani sanno che i loro bisnonni hanno assistito (e qualcuno preso parte) alle deportazioni e che le leggi razziali erano in vigore anche in Italia quando la maggioranza non era ancora antifascista. Mi domando quanti in Italia sono a conoscenza delle repressioni violente commesse dagli israeliani contro il popolo palestinese per evitare (secondo loro) il ripetersi della Shoah. Mi domando quanti ricordano le migliaia di morti causati dalle bombe di Hiroshima e Nagasaki o quelli di Coventry e di Dresda (NOTA BENE: non azioni belliche, me attacchi terroristici sulle popolazioni civili).
Per non parlare delle più recenti carneficine perpetrate durante la guerra nella ex Yugoslavia(di cui sono stato purtroppo testimone),ed in Iraq e in Afganistan ("collateral damage" di bombe intelligenti usate da ottusi!)
Per tutto ciò condivido il pensiero della giornalista: la memoria e' giusta e utile, solo se serve ad impedire il ripetersi di quelle nefandezze, altrimenti può diventare giustificazione a ripeterle.

LCeli 27/gen/2012 | 13:08

quindi...
la questione è aperta, e forse insolubile. Nemmeno chi ha riflettuto sull'11 settembre è riuscito a trovare una soluzione. Io credo che la memoria del passato non possa essere proposta così, in monodosi annuali, come vaccino sufficiente da solo a immunizzarci dal razzismo e dall'intolleranza, ma vada depositata in un terreno dissodato dalla cultura e dalla moralità, se no scivola via senza lasciare traccia, o diventa strumento per nuovo odio.

Fabio951 27/gen/2012 | 10:27

quindi ?
Chi non ricorda gli orrori del passato rischia di ripeterli, chi non se li ricorda li sta già ripetendo... quindi ? dove si vuole andare a parare con questo articolo ? qual'è la proposta di elaborazione del passato che contenga una soluzione almeno ipotetica ?

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