Attualità
Primavera araba
Tunisi, città aperta?
Ennahda al governo, tra crisi economica e questione salafita.
di Gabriella Colarusso
da Tunisi
Hassene non si è mai allontanata da Tunisi, ma parla molto bene l'italiano: «Da bambini guardavamo Rai Uno, è stata la prima televisione», racconta in una calda mattina di fine gennaio mentre da avenue Bourguiba, centro città, ci dirigiamo verso il ministero del Commercio, a Monplasir, la zona dove hanno sede quasi tutti i partiti politici tunisini. «Il 14 gennaio 2011 eravamo pieni di speranze. Sognavamo una Tunisia all'avanguardia, un paese libero e democratico», esordisce.
Hassene lavora in un'agenzia di viaggi nella periferia di Tunisi ed è un'attivista per i diritti civili. «Ora siamo delusi. L'arrivo degli islamisti al potere sta cambiando le cose. Ci siamo ribellati contro la dittatura di Ben Alì per il lavoro, la libertà, non per costruire una società e uno stato islamici».
UNA TROIKA PER LA COSTITUZIONE. Alle elezioni per l'assemblea costituente, nel luglio scorso, le prime libere e regolari del post-Ben Alì, Ennahda, il partito islamico moderato guidato da Rachid Gannouchi, ha fatto incetta di voti, raccogliendo oltre il 40% dei consensi. Le opposizioni hanno accusato il movimento di aver comprato il favore delle fasce meno abbienti della popolazione, pomettendo lavoro, soldi, case alla gente povera.
Fervori da campagna elettorale che non hanno trovato riscontro in denunce ufficiali o processi in tribunale.
La realpolitik ha fatto il resto, sedando gli spiriti.
E ora Ennahda governa la Tunisia in coalizione con i progressiti del Cpr (Congrès pour la Republique), partito del presidente della Repubblica, Moncef Marzouki, storico oppositore di Ben Alì, laico e gauchista, e ai socialdemocratici di Ettakatol.
Un governo di transizione che ha il compito di scrivere la nuova Costituzione tunisina, di sottoporla al referendum popolare e di organizzare poi le elezioni legislative. Percorso pieno di insidie per un Paese che ha vissuto gli ultimi 23 anni sotto un regime dittatoriale.
Dopo la dittatura, la politica è tutta da ricostruire
Per Ennahda, l'esperienza di governo è una novità assoluta. Il movimento islamico era stato dichiarato illegale da Ben Alì. Per due decenni i suoi dirigenti e intellettuali sono stati arrestati e torturati.
Lo stesso Hamadi Jebali, attuale premier, è uscito dal carcere dopo 17 anni di reclusione, 10 dei quali in isolamento, grazie ai moti del 14 gennaio 2011.
Gli esponenti del movimento che non sono stati arrestati, sono fuggiti all'estero, come Gannouchi, che ha vissuto per venti anni a Londra, o Maherzia Labidi, attuale vicepresidente dell'assemblea costituente, anche lei riparata nella capitale inglese. Stessa sorte è toccata per la verità al Presidente Marzouki, per anni in esilio in Francia.
ENNAHDA DISORIENTATA. «La maggior parte dei deputati di Ennahda non sa neanche cosa ci fa in Parlamento. Ettakatol, prima della rivoluzione, aveva qualche centinaio, al massimo un migliaio, di aderenti. Ora sono insieme nell'esecutivo, ma non sono in grado di affrontare i problemi della Tunisia», dice Sami Ben Ammar, 31 anni, uno dei giovani leader di Afek Tounes, partito laico e progressista nato dopo la rivoluzione, che ha quattro deputati in Parlamento - due uomini e due donne - e alle elezioni ha preso circa 17mila voti.
Una classe dirigente dunque per nulla abituata alla gestione della cosa pubblica deve ora guidare un Paese con scarsa cultura politica – la maggioranza dei partiti che siedono nell'assemblea costituente non aveva neanche una sede fino alla cacciata di Ben Alì - e l'economia in affanno.
Il crollo del turismo e la disoccupazione destabilizzano il Paese
Nel 2010 il prodotto interno lordo (Pil) è cresciuto del 3,7%. L'anno, dopo, quello della primavera araba, solo dell'1,3%.
La disoccupazione, anche se al momento non esistono statistiche ufficiali, ha superato il 12%: più di 850 mila persone sono senza lavoro, il tutto in un Paese in cui il 45% della popolazione (11 milioni di abitanti) ha meno di 30 anni.
I moti di piazza hanno svuotato gli alberghi della costa e il turismo, che è la seconda voce dell'economia nazionale dopo l'agricoltura, ha subìto uno choc: meno 40% di fatturato.
LA CORRUZIONE DILAGA. Il tutto, su un tessuto sociale e produttivo infestato dalla corruzione: «Colpa dell'Rcd e di Ben Alì, ma colpa anche dei bassi salari», spiega Sami che è laureato in economia e ha fondato due compagnie di servizi, prima di dedicarsi alla politica.
«Gli stipendi della pubblica amministrazione sono troppo bassi. I professori qui guadagnano 400 dinari al mese, circa 200 euro. Una miseria.
L'alternativa alle mazzette è spesso il nero: solo il 20% dei contribuenti tunisini dichiara tutto quello che guadagna. Il resto evade. Lo fanno tutti, dai poveri bottegai ai ricchi borghesi di Hammamet».
Una situazione difficile da gestire anche per il più strutturato dei partiti politici, «figuriamoci per Ennahda», incalza Sami, mentre sta per iniziare l'ennesima riunione politica. Si susseguono al ritmo di due, tre, quattro al giorno, nella sede di Afek Tounes.
LA PAURA DELL' INTEGRALISMO. «Ennahda sapeva di non essere in grado di amministrare da sola, per questo ha scelto di governare in coalizione con Cpr e Ettakatol», ragiona. «Ma questo non assolve le loro ambiguità sulla religione. Noi vogliamo uno stato secolare, loro cosa vogliono? Cosa pensano per esempio del niqab, che non si trova da nessuna parte nel Corano? Su questi temi non rispondono, sono vaghi, e la mia convinzione è che piano piano, non ora, non subito, vogliano traformare la società tunisina, che è sempre stata plurale, aperta, cosmopolita, in una società islamica».
Sul velo integrale lo scontro tra laici e islamisti
Nonostante i problemi economici del Paese, a un anno dalla rivoluzione il conflitto tra laici e musulmani continua a tenere banco nel dibattito pubblico tunisino. Il caso che ha fatto esplodere i contrasti, facendo emergere le contraddizioni anche tra le diverse anime che compongono l'assemblea costituente, è scoppiato all'università al Manouba.
Nello scorso novembre, una studentessa si è presentata agli esami con il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi. Una novità assoluta per l'università di una città da 2 milioni di abitanti dove di niqab in giro se ne vedono davvero pochi.
Invitata dal professore a mostrare il viso, la ragazza si è rifiutata, e il docente non ha potuto far altro che rimandarla a casa. Il giorno dopo, Habib Kazdaghli, preside della facoltà di Lettere, ha vietato l'uso del velo integrale nell'ateneo. Gli studenti salafiti, corrente integralista dell'islam che vorrebbe scrivere il futuro della Tunisia sulle orme del Corano, sono insorti: sit-in, cortei, scontri. Rivendicano il diritto delle loro donne a coprire il viso, vogliono luoghi di culto all'interno dell'università.
FUORI I SALAFITI DALL'UNIVERSITÀ. La tensione è salita al punto che a fine gennaio 2012, il premier Jebali ha dato ordine di sgomberare Manouba dai presìdi dei salafiti.
Pressato dall'opinione pubblica, anche il ministro dell'Interno, Ali Laarayedh, altro alto esponente di Ennahda, si è espresso duramente: «Il niqab non esiste nell'Islam e non ha alcuna base referenziale nella nostra religione. Si tratta solo di una interpretazione e di una scelta personale», ha dichiarato.
LA PROPOSTA DI AFEK TOUNES. Della questione Lettera43.it ha parlato anche con Ajmi Lourimi, responsabile cultura di Ennahda, uno dei massimi intellettuali del movimento fin dalla sua fondazione, espressione dell'ala più riformista del partito di governo. La sua posizione è chiara: «L'Islam è la nostra religione, e l'identità musulmana va rispettata. Ma non vogliamo usare la shari'a come fonte di legge. Vogliamo diritti, democrazia, libertà per il popolo tunisino».
Eppure la Tunisia laica e liberale sembra non credere alle parole dei nuovi governanti. Sami, che di scontri e piazze non ha più voglia, avanza una proposta: «Afek Tounes ha un programma per quanto riguarda le questioni religiose, si chiama Islam de Lumière». Regole per chi vuole praticare il proprio credo.
«Lo stato, per esempio, deve occpuarsi della formazione degli imam, controllare che non si tratti di predicatori improvvisati», spiega. «E assicurarsi che nelle scuole religiose non accadano cose come quelle delle ultime settimane, quando i salafiti hanno separato gli uomini dalle donne». In Tunisia, dice, non è mai stato così. «E se loro non vogliono adeguarsi alle regole, qualcuno deve fargliele rispettare».
Sabato, 04 Febbraio 2012

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