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Attualità 

LA PROVA

Crac Berlusconi, il colpo di grazia fu di Tremonti

Secco no dell'ex ministro al decreto anti-crisi. E così il governo fallì.

di Matteo Minotti

Una volta colleghi inseparabili e ‘amici’ di governo, ora il gelo polare paragonabile al meteo che sta investendo l'Europa a caratterizzare il loro rapporto. È la storia recente di Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti, rispettivamente ex premier ed ex ministro dell'Economia, ai ferri corti ormai da un bel po'. E la situazione sembra poter peggiorare ulteriormente a fronte delle prove che hanno testimoniato come, proprio a causa del capo delle Finanze, il Cavaliere fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio. La risposta è arrivata puntuale da Tremonti che ha dichiarato: «Non ho alcun interesse per le polemiche. Si tratta di carte ufficiali relative a dati di governo. La verità è nel verbale del Consiglio dei Ministri».
TENSIONE IN VOLO. Durante il viaggio in aereo che li portava a Cannes per un G20 delicato e per molti versi drammatico, visto che tra i temi in agenda c'era proprio la crisi italiana, i due erano seduti uno davanti all'altro, bocche cucite e una frattura ormai insanabile.
UN DECRETO MAI ARRIVATO. Berlusconi era combattuto tra i sentimenti di rabbia e preoccupazione poiché avrebbe voluto presentarsi al summit con in mano un decreto che recepisse la lettera di intenti inviata a Bruxelles dal governo italiano solo una settimana prima. Un segnale, ripeteva l'ex premier in quei giorni, importante rispetto ai partner internazionali e ai mercati. Quel decreto, la storia è nota, non arrivò mai.
Nella città del festival cinematografico il Cavaliere si presentò a mani vuote e la causa è diventata un fatto certo e comprovato sfuggendo dallo status di semplice retroscena giornalistico.
UN NO AL FOTOFINISH. Il racconto è di Pasquale Cascella, consigliere per la comunicazione del presidente della Repubblica che ha voluto narrare ciò che realmente successe poche ore prima del consiglio dei ministri che il 2 novembre avrebbe dovuto approvare il decreto. Giunto al Quirinale fermo nelle sue convinzioni, Tremonti disse a Giorgio Napolitano di essere assolutamente contrario al decreto. «Il ministro - racconta Cascella - si era ‘detto convinto’ si dovessero definire solo le misure più urgenti tra quelle indicate e lo si dovesse fare nella forma della presentazione di emendamenti alla legge di Stabilità in quel momento all’esame del Senato».

Maxi emendamento, mini credibilità

E così, al posto del decreto legge che sarebbe entrato subito in vigore e avrebbe rappresentato un segnale forte per l’Ue e i mercati, Berlusconi arrivò al summit con un semplice maxi-emendamento alla legge di Stabilità, nulla di preciso e di definitivo visto che un testo del genere è soggetto a modifiche e ritocchi durante i passaggi in Parlamento.
«MI SPUTTANI DA ANNI». Il segnale, insomma non convinse l'Europa e il Cavaliere ne era ben consapevole tanto che nei giorni del braccio di ferro con Tremonti che precedettero il Consiglio dei ministri i toni superarono più volte i livelli di guardia. Famoso il faccia a faccia nel quale il titolare dell’Economia arrivò a chiedere al premier di «fare un passo indietro perché per l’Europa e i mercati il problema sei tu». Eloquente la risposta di Berlusconi: «La colpa è tua visto che sono tre anni che vai a sputtanarmi in giro per il mondo».
GOVERNO APPARENTEMENTE SPACCATO. E l'epilogo non poteva che essere ben peggiore delle esplicite accuse che andavano avanti da mesi e che già una settimana prima di quel 2 novembre erano state durissime. Napolitano, insomma, non fece altro che «prendere atto» (parole di Cascella) delle «riserve presenti all’interno della compagine governativa». Sarkozy spinse per un vero e proprio «commissariamento» dell’Italia e l’Fmi decise di «monitorare» i conti italiani. Risultato? Spread alle stelle e dimissioni del premier, questa volta firmate proprio Giulio Tremonti.
 

Martedì, 07 Febbraio 2012


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