DIPLOMAZIA

Italia, l'alleato di serie B

Da Calipari a Lamolinara: gli attriti con Usa e Uk.

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09 Marzo 2012

La scena è da film americano. Mario Monti è stato informato della morte dell'ostaggio italiano in Nigeria mentre era in volo da Belgrado a Roma. All'altro capo del cellulare, c'era il premier britannico David Cameron.
LA CHIAMATA DI CAMERON. Non era una telefonata di consultazioni, anzi. Il contenuto si può riassumere in una sola parola: «Sorry». Quando il capo del governo italiano è atterrato a Roma, l'uccisione di Franco Lamolinara nel blitz delle forze speciali di Sua Maestà era già un caso politico interno e internazionale. E ora rischia di trasformarsi, dopo le accuse del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in vera e propria crisi diplomatica.
I CASI ANCORA APERTI. La tragica fine dell'ingegnere piemontese getta tra l'altro ombre pesanti sulle vicende ancora aperte. Quella dei due marò detenuti in India con l'accusa di omicidio; il sequestro e l'annunciata - e forse falsa - liberazione di Rossella Urru, la cooperante rapita in Algeria e che, secondo fonti di intelligence nordafricane, pareva sul punto di tornare a casa e invece è ancora chissà dove. Quelle di Maria Sandra Mariani, anch'essa sequestrata in Algeria, e di Bruno Pellizzari, da anni nelle mani dei pirati somali.

Sale lo spread diplomatico tra Roma e alleati

Vicende (sono nove gli ostaggi italiani ancora in mano a rapitori esteri) dalle quali la diplomazia e i servizi italiani escono sempre più spesso con le ossa rotte. Alcuni commentatori parlano di «spread» tra Roma e gli alleati, mentre a Londra le proteste di Palazzo Chigi sono riassunte dal titolo della Bbc: «Italian rage over Uk», la rabbia italiana nei confronti della Gran Bretagna.
BERLUSCONI SPIAZZATO IN LIBIA. Dal Pdl subito si è sottolineato che «con Franco Frattini alla Farnesina sarebbe andata diversamente». Ma non è così. Lo scorso anno l'attacco alla Libia spiazzò il governo di Silvio Berlusconi, messo al corrente dell'avvio della guerra contro Gheddafi praticamente a cose fatte e costretto poi da Parigi e Washington a partecipare controvoglia ai bombardamenti su Tripoli.
La mancata informazione, da parte degli inglesi, sull'avvio del blitz in Nigeria crea quindi a Palazzo Chigi una situazione di imbarazzo che non è nuova.
I PRECEDENTI: DA CALIPARI AL NIGERGATE. Lo scorso anno il sito Wikileaks pubblicò un messaggio spedito a Washington nel 2005 dall'allora ambasciatore Usa a Roma, Mel Sembler, nel quale si rassicurava la Casa Bianca sul fatto che il governo Berlusconi intendesse «bloccare i tentativi delle commissioni parlamentari di aprire indagini» sull'uccisione di Nicola Calipari, l'agente del Sisde colpito a morte dai militari Usa a Baghdad. «Berlusconi vuole lasciarsi alle spalle la vicenda», spiegava il diplomatico americano.
TRATTATIVE E RISCATTI. Dietro, c'era una storia simile a quella che divide oggi Roma e Londra. Calipari era in Iraq per liberare la giornalista Giuliana Sgrena, rapita da un gruppo fondamentalista e liberata dopo trattative che si sospetta abbiano compreso il pagamento di un riscatto.
USA E REGNO UNITO CONTRO IL PAGAMENTO. Scelta che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna non hanno mai accettato e tentano di impedire anche ai propri alleati. Pochi giorni prima dell'uccisione di Calipari, per esempio, aerei americani bombardarono - senza però colpire nessuno - il luogo dove due giornalisti francesi rapiti stavano per essere liberati in cambio di un riscatto pagato dall'Eliseo.

Da Abu Omar al Cermis: impotenza del governo

Strategie diverse che implicano una profonda mancanza di fiducia reciproca. In questo quadro si inseriscono anche il rapimento di Abu Omar, imam catturato da agenti della Cia in Italia senza avvertire il governo di Roma ma con collaborazione del Sismi, e la tragedia del Cermis, quando l'Italia non potè nemmeno interrogare i piloti Usa che, nel 1998, tranciando il cavo di una funivia alpina, provocarono la morte di 20 persone.
I militari vennero riportati negli Usa, protetti da una immunità diplomatica concordata da tempo dai due governi ma all'improvviso divenuta imbarazzante per l'Italia.
LA NASCITA DI AISE E AISI. Dopo il caso Omar e una serie di inchieste che hanno coinvolto i vertici dei nostri 007, l'unica misura presa dalla politica per mettere ordine nei servizi segreti fu quella di cambiare loro il nome: Sismi e Sisde, sigle ormai «compromesse» agli occhi dei cittadini italiani e dei governi alleati, sono diventati Aise e Aisi, incaricati della sicurezza internazionale (il primo) e nazionale (il secondo).
Al di là della facciata, però, la sostanza dei rapporti di forza con gli alleati non è mai stata affrontata fino in fondo e il cosiddetto «spread politico» è continuato a crescere drammaticamente.
L'IRAQ E IL NIGERGATE. Un punto di non ritorno venne segnato dalla guerra in Iraq, giustificata dagli Usa dalla ricerca e dalla distruzione delle presunte - e mai trovate - «armi di distruzione di massa» di Saddam Hussein.
Dietro questo sanguinoso impiccio c'era anche il Sismi, il quale, tramite il controspionaggio britannico MI6, fece avere agli americani un falso dossier secondo il quale il raìs iracheno aveva acquistato in Niger l'uranio per costruire la propria bomba atomica. Fu lo stesso George W. Bush a spiegare, parlando nel discoro sullo stato dell'Unione del 2003, di aver appreso tramite Londra che Saddam aveva fatto shopping di uranio in Africa.
ITALIA POCO AFFIDABILE. Nulla si rivelò vero e quel passaggio di informazioni pesa ancora nelle relazioni con Gran Bretagna e Stati Uniti convinti che l'Italia non sia un alleato affidabile, soprattutto quando il gioco diventa duro.
L'uccisione dell'ingegnere piemontese in Nigeria, la liberazione mai confermata di Rossella Urru, e l'arresto dei due marò in India sembrano ora seguire un copione già scritto, ripetuto nelle vicende di Calipari e del Cermis.
Washington, Londra e ora persino New Delhi agiscono, mentre Roma si limita a protestare a cose fatte. Almeno finché il caso esce dalle prime pagine, scalzato da qualche nuovo scandalo o tragedia dove ancora una volta l'Italia sarà costretta ad adattarsi a decisioni che la riguardano ma che sono prese in altre cancellerie.

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