MEDIO ORIENTE

Egitto, niente stop ad accordi con Israele

«Sì» del parlamento, ma il governo vanifica la richiesta.

13 Marzo 2012

L’Egitto interrompa i rapporti con Israele. La richiesta è arrivata il 13 marzo dal parlamento egiziano esattamente nel momento in cui sembrava avere successo la mediazione del Cairo per stoppare le violenze tra l’esercito israeliano e i palestinesi sulla Striscia di Gaza. Diverse le richieste approvate dall’assemblea egiziana per rompere con Israele: espellere l'ambasciatore al Cairo, Yaakov Amital, peraltro non in sede da tempo, ritirare quello egiziano, sospendere le forniture di gas, riavviare il boicottaggio da parte dei paesi arabi.
INTERROMPERE TUTTI I GLI ACCORDI. L’insolita e contradditoria iniziativa è nata come protesta contro i raid aerei dello Stato ebraico su Gaza che nelle ore precedenti il 13 marzo hanno provocato 23 morti, in seguito al lancio su Israele di missili palestinesi. La decisione dei deputati del nuovo parlamento egiziano ha avuto del clamoroso: per la prima volta è stato infatti preparato un documento con la richiesta al governo di ridurre i rapporti con il «nemico sionista» e, soprattutto, di rivedere tutti gli accordi esistenti tra i due paesi. Tra questi, ovviamente, il Trattato di pace che Sadat, primo leader arabo, firmò nel 1979 a Camp David. Un documento grazie al quale l'Egitto ha ricevuto ogni anno dall'amministrazione statunitense due miliardi di dollari (1,3 per spese militari e 700 milioni per lo sviluppo economico).
TIMORI INTERNAZIONALI. Una mossa che non ha mancato di suscitare preoccupazioni sul piano internazionale. Timori che hanno seguito quelli espressi da Israele per la maggioranza conquistata dai Fratelli Musulmani e dai salafiti nella nuova Assemblea del Popolo egiziana. Sempre l’iniziativa dei parlamentari del Cairo non avesse origini e risvolti legati alla situazione politica interna.
RICHIESTE VANIFICATE DAL GOVERNO EGIZIANO. C’è stato infatti chi non ha escluso che il forte documento, che usa toni «antisionisti» da tempo assenti dalla politica egiziana, fosse in realtà motivato da uno scacco subito proprio nelle ore precedenti questa clamorosa presa di posizione, dal consistente gruppo di parlamentari che aveva annunciato di voler ritirare la propria fiducia al governo di Kamal el Ganzouri, in carica dal novembre scorso su designazione del Consiglio Supremo delle Forze Armate, che ha continuato a sostenerlo, almeno fino al 13 marzo.
Provocazione, però, che non ha avuto gli effetti sperati: il governo, senza neanche scomodarsi a presentarsi in parlamento, ha che la Dichiarazione Costituzionale approvata con referendum l'anno scorso non autorizza i parlamentari ad assumere posizioni di critica nei confronti del governo, né tantomeno a sfiduciarlo.
Fatti che hanno fatto supporre che, a meno di quattro mesi alle elezioni del nuovo presidente dell'Egitto, l’ipotesi un attacco non solo a parole del nuovo parlamento verso il «nemico sionista» fosse più che improbabile. Se questa circostanza si fosse realizzata, avrebbe irritato moltissimo Washington, causando ulteriori debolezze in una situazione economica molto difficile.
CROLLA IL TURISMO, CRESCE IL DEFICIT. Le casse egiziane hanno ridotto per la prima volta le riserve di valuta estera a 13 miliardi di dollari (prima della rivoluzione del gennaio 2011 erano oltre 30 miliardi), il turismo straniero ha segnato pesantemente il passo, sono poi cresciute le stime del deficit di bilancio dello Stato per l'anno fiscale 2011-2012, salito a 150 miliardi di lire egiziane (circa 24 mld di dollari), rispetto a quelle precedenti di 134 miliardi. In aggiunta l'Egitto negli ultimi tempi ha ripreso a negoziare richieste di prestiti con il Fondo Monetario Internazionale (per 3,2 mld di dollari) e con la Banca Mondiale.

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