L'INTERVISTA
«Francis, manager del crimine»
Milano: D'Agostino racconta in un libro l'altra faccia di Turatello.
di Umberto Gay
Negli Anni 70, Milano era la capitale morale d'Italia, fucina inesauribile di fermenti intellettuali e commerciali. Più di ogni altra città generava movimenti politici di vari colori: il mondo delle fabbriche e quello della finanza convivevano e si alimentavano a vicenda in un susseguirsi di cortei e assemblee.
Ma Milano aveva anche una parte oscura: quella dalla 'ligera', la piccola malavita fatta di borsaioli, topi d'appartamento, ladri d'auto, rapine, circuiti di prostituzione, bische clandestine e gioco d'azzardo. Ma anche di sequestri e omicidi.
FRANCIS, UN RE OSCURO. Questo regno aveva un sovrano indiscusso: Francesco «Francis» Turatello, detto «Faccia d'angelo», 'nemico' di Renato Vallanzasca. Il re venne ucciso, anzi ritualmente scannato, nel cortile del carcere di massima sicurezza Badu'e Carros, a Nuoro.
L'ordine, secondo alcuni, venne da un'organizzazione mafiosa che si sentiva ostacolata dal potente Turatello, l'uomo che «tutto poteva fare e disfare sulla piazza milanese». Anche se il vero motivo dell'omicidio resta ancora un mistero. Di certo Francis «era assolutamente contrario al business dell'eroina e all'idea che venisse spacciata massicciamente a Milano» racconta Antonella D'Agostino, moglie di Renato Vallanzasca, nel suo libro Faccia d'angelo. La Milano di Turatello, che quel re lo ha conosciuto molto bene. «Non è difficile dedurre, quindi, che chi decise di toglierlo di mezzo fu una delle grandi organizzazioni mafiose che già trafficavano droga e volevano imporsi in città».

- Antonella D'Agostino, moglie di Renato Vallanzasca
DOMANDA: Perché un malavitoso come Turatello si opponeva a un'attività così lucrosa?
RISPOSTA: Lui e i suoi ricavavano già molto con il gioco d'azzardo e gli altri business illegali. Ma il motivo vero è un altro: Francis amava più di ogni altra cosa suo figlio Eros. E pensava che l'eroina sarebbe stata un flagello per i giovani come lui, che avrebbe spento la passione politica di tanti ragazzi, rossi o neri. Per questo, diceva che i soldi dell'eroina lo avrebbero ripugnato.
D: Dunque, un uomo responsabile di omicidi, rapine e sequestri aveva una morale?
R: Francis era figlio naturale di un potente mafioso italo-americano, Frank Coppola, detto 'tre dita', che all'inizio della sua carriera criminale rappresentò una forte protezione.
Ma Francis non divenne mai mafioso e quando cominciò il traffico di stupefacenti Coppola era ormai anziano e fuori dai giochi. In ogni caso, la figura forte per lui fu la madre Luisa, che non c'entrava nulla con la mala. Turatello ebbe una vita normale fino ai 20 anni. Io lo conobbi quando, dopo il diploma di liceo classico, cominciò a lavorare in un negozio di tappeti in via Montenapoleone. Nel locale di fronte, il barista era Michele Argento, che poi divenne il 'vicerè'. Si conobbero e diventarono presto amici fraterni.
D: Come entrò a far parte della mala milanese?
R: Era l'epoca del consumismo sfrenato, dell'attrazione per tutto ciò che il mercato pubblicizzava. Così, una parola dopo l'altra, quei ragazzi “normali” scelsero di prendersi tutto. Per avventura, bisogno, spavalderia, per accedere alla cosiddetta 'bella vita'. Così nacque la banda di Turatello, che diventò il gruppo più forte della criminalità milanese.
D: Perché Turatello ne diventò il capo incontrastato?
R: Francis aveva un carisma speciale, sia che avesse a che fare con un giovane criminale sia che trattasse con persone potenti che frequentavano le sue bische. Sapeva ragionare e convincere, si muoveva cercando le soluzioni meno evidenti, quando c'erano contrasti puntava a mediare più che a usare la forza. E, soprattutto, era sempre attentissimo all'unità del gruppo. Voleva diventare il numero uno, privilegiando intelligenza e discrezione ed evitando i gesti eclatanti.
D: Ma ha condotto comunque una vita di violenza. Suo marito Vallanzasca assaltava banche e uffici postali con il mitra in mano. Turatello che tecnica usava?
R: Preferiva stare nascosto una notte intera nelle cantine di un negozio accanto a quello da svaligiare e poi entrarci bucando le pareti o strappando le griglie dalle vetrine grazie alla forza del motore di una potente auto, rubata per l'occasione.
Una volta svaligiarono un'importante gioielleria del centro fingendo di girare la scena di un film, sapendo che il giorno prima, proprio in quella via, era stato allestito un vero set cinematografico.
D: Ma sono stati accertati diversi omicidi, di cui Turatello era mandante o esecutore...
R: Come ho già detto, Francis cercava sempre di non coinvolgere innocenti, piuttosto rinunciava o rinviava un colpo. I morti che si fanno risalire a lui sono tutti interni alla mala. A ragione o a torto, si tratta di persone che avevano sgarrato mettendo in difficoltà il gruppo, spie o 'infami' che magari avevano infastidito la moglie di un detenuto. In quei casi, Francis diventava spietato: pesanti pestaggi, a volte seguiti dall'esilio della vittima, minacce da incubo e sì, certo, anche l'eliminazione fisica.
D: E i sequestri di persona?
R: Servirono al gruppo per mettere insieme il capitale che era necessario per rilevare e ampliare il giro delle bische. A Francis non piacevano particolarmente, tant'è che inventò un suo metodo. In alcuni casi, si accordava con la vittima che si faceva sequestrare per un po' trattando una cifra che non lo avrebbe rovinato, magari con le spalle coperte da un'assicurazione dei Lloyd's. Oppure, si limitava a telefonare a casa di una famiglia ricca proponendo un'offerta: «Senta, commendatore se non vuole che succeda qualcosa a uno dei suoi figli basta che lei ci versi 50 milioni di lire». Molti sequestri avvennero così.
D: Come entrò nel business del gioco e delle bische?
R: Una volta, era andato in viaggio a Las Vegas col padre Frank Coppola. Lì capì che c'era un'intera umanità desiderosa di giocare d'azzardo in luoghi tranquilli, lussuosi, magari in mezzo a ragazze e champagne. A poco a poco, Milano ebbe le sue case da gioco curate con stile, dagli arredi alle divise del personale. La prima fu in via Panizza, poi seguirono quelle di corso Sempione, via Calvi, via Savona, via Cellini, che era la più bella. Ne aprì persino una a Salsomaggiore Terme.
D: Chi frequentava questi posti?
R: Chiunque avesse il portafoglio gonfio e un profilo discreto. Ai tavoli giocavano industriali, professionisti, attori, cantanti, noti politici e, naturalmente, importanti malavitosi e mafiosi.
D: Come riusciva a difendersi dalle forze dell'ordine una realtà tanto vistosa quanto illegale?
R: Era comunque meno pericolosa per la città di altre attività malavitose o del terrorismo. Così, le autorità chiudevano spesso gli occhi. E lo facevano anche per evitare l'imbarazzo di fare irruzione in una bisca e trovarsi di fronte alti papaveri.
E poi Turatello aveva a libro paga diversi personaggi appartenenti a polizia e carabinieri, che lo informavano delle eventuali indagini. Senza contare lo stuolo di prestanome, avvocati e professionisti insospettabili che fungevano da copertura per le sale.
D: Per un lungo periodo, negli Anni '70, Milano tremò perché si paventava una guerra tra Vallanzasca e Turatello, i due principali pericoli pubblici del tempo. Come andarono le cose?
R: Molto è stato pompato dai giornali. In realtà, in un certo senso, Francis e Renato si rispettavano e provavano reciproca simpatia. Erano i rispettivi clan che non si sopportavano e si vivevano con fastidio.
D: Perché?
R: Tanto Francis tendeva a condurre le proprie attività senza attirare l'attenzione, quanto Renato era portato a gesti eclatanti, alle azioni vistose. I due stili erano incompatibili nella stessa città. Renato e la sua banda somigliavano più al “mucchio selvaggio” del famoso film western. Francis era il prototipo del moderno manager criminale.
D: Come finì?
R: In un periodo in cui si trovavano entrambi detenuti, Turatello consigliò a Renato di sposare una delle sue tante ammiratrici: lui gli avrebbe fatto da compare d'anello, sancendo così agli occhi di tutti la non belligeranza.
Furono inviate migliaia di partecipazioni fuori e dentro il carcere di Rebibbia, dove Vallanzasca convolò a nozze. Divenne un simbolo di quel momento la famosa foto di Renato e Francis con indosso preziosi thight, mentre brindano sorridendo e tenendosi sottobraccio.
D: Turatello fu un re della malavita. Ma dal suo racconto appare come un uomo con diverse qualità. Come lo definirebbe, tenendo conto di tutto?
R: Meglio di qualsiasi giudizio valgono le parole che Eros, il figlio di Francis, ha scritto nella prefazione del mio libro. Eros, con forza e commozione, ricorda le tante volte in cui il padre si fece dare da lui la parola d'onore, la promessa solenne di non ripercorrere per nessun motivo la sua stessa strada: «Io ho fatto tanti errori, Eros». E il ragazzo, ora un uomo di 40 anni, quella parola l'ha sempre mantenuta.
Domenica, 22 Aprile 2012

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