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Lia Celi

SPETTRI NAZIONALI

L'attentato a Genova e le ferite aperte dell'Italia

Il ritorno della gambizzazione risveglia un passato doloroso. Mai veramente superato.

di Lia Celi

editoriale

Non contento di aver disseppellito dai peggiori armadi degli Anni 70 le zeppe, i borselli e le stragi impunite, un sinistro vintage ci ripropone l’orrendo verbo «gambizzare», con l’attentato a Roberto Adinolfi, amministratore delegato dell’Ansaldo Nucleare.
DESINENZA FUNESTA. «Gambizzare» è una vecchia conoscenza per gli over 40, ma non per gli under 30 anche se a metterli in sospetto basta la trista desinenza «-izzare», quasi sempre garanzia di cose spiacevoli. Il termine venne coniato intorno nella seconda metà dei 70 per indicare gli attentati «dimostrativi» dei terroristi rossi, consistenti nel ferire deliberatamente la vittima alle gambe, anziché mirare a organi vitali.
Il classico «azzoppare» sembrava poco efficace, o forse più adatto a contesti zoologici, e conservava una sfumatura di accidentalità totalmente fuori luogo.
A VOLTE RITORNANO. Dimenticato per un paio di decenni, tanto che nei forum di traduttori su internet si discute se indichi «spezzare», «tagliare» o «rompere le gambe», oggi lo rivediamo pimpante nei titoli dei tiggì e giornali radio e sulle prime pagine online, impiegato con disinvoltura da giornalisti e redattori che ai tempi delle gambizzazioni brigatiste forse non erano nemmeno nati o erano bambini.
GLI ANNI DELLA PAURA. Come me, che di anni nel 1979 ne avevo 13 e alle gambizzazioni pensavo anche troppo. Mio padre all’epoca era direttore del personale all’Italimpianti di Genova, allora azienda del gruppo Iri, dove fino a qualche anno prima aveva lavorato come segretaria Annamaria Ludmann, la brigatista rossa che sarebbe stata uccisa nel 1980 nell’irruzione dei carabinieri nel covo di via Fracchia.
Secondo i carabinieri anche mio padre poteva essere un bersaglio: non una figura nota, ma, per quanto uomo di sinistra, un tipico «servo dei padroni», un simbolo del sistema come altri funzionari e dirigenti che conosceva ed erano stati già stati colpiti.
I CONSIGLI DELLA QUESTURA. Lui oggi sorride ripensando ai consigli che gli dava la Questura di Genova: «Cambi sempre orario e percorso per andare e tornare dall’ufficio; e passi più tempo possibile in luoghi pubblici e frequentati». La soluzione più semplice per un uomo senza famiglia (io e mia madre abitavamo in un’altra città e mio padre ci raggiungeva nel fine settimana) era andare al cinema, che in quel periodo proponeva soprattutto film catastrofici tipo Airport ‘77, Valanga, Sindrome cinese, insomma l’ideale per smorzare la tensione.
UNA GUERRA SILENZIOSA. Nemmeno per noi, a casa, la vita era tanto spensierata. Era come avere il capofamiglia in guerra, e mia madre aveva paura di accendere il televisore all’ora del telegiornale. C’era chi aveva appreso della morte di un familiare dai titoli di apertura, prima che dalla polizia.
CONVIVERE CON LA TENSIONE. Io, come le 13enni di oggi e di ogni epoca, non capivo una mazza, e quando papà tornava a casa al sabato lo rinfrancavo con discorsi tipo: «Non sei troppo importante, quindi al massimo ti gambizzano. Sai cosa? Impara a saltare». Battuta orribile, nata come reazione a una tensione sproporzionata per la mia età, un modo per ostentare freddezza mentre tutto intorno sembrava volermi far impazzire.
FERITE CHE NON SI RINSALDANO. Meglio una gamba rotta che una pallottola in testa, pensavo. Mio padre, invece, che conosceva Carlo Castellano, ferito dalle Br nel 1977, sapeva che certe ferite non si chiudono con il rinsaldarsi delle ossa; e a volte non si rinsaldano nemmeno quelle, e si può restare per sempre su una sedia a rotelle.
Ho l’impressione che, in un certo senso, all’Italia sia successa la stessa cosa: il terrorismo non l’ha «colpita al cuore», come cantava De Gregori, ma alle gambe.
E il nostro Paese è riuscito a ricomporre solo le fratture più evidenti; ce ne sono molte altre, nascoste, ancora non guarite o curate male. I postumi della gambizzazione sono ancora evidenti: l’Italia zoppica, è fragile e insicura, troppo spesso inciampa nel suo passato peggiore. E, così com’è messa, ci sono poche speranze che impari a saltare.

Lunedì, 07 Maggio 2012


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Commenti (4)

saltinbanco1 09/mag/2012 | 12:49

il ragionamento mi è sembrato semplice: in italia si torna sempre a parlare degli anni 70, le stesse proteste più estremiste si rifanno ad allora.
lia celi ha raccontato brevemente la sua infanzia, forse solo per contestualizzare questo breve editoriale. non mi sembra grave: non credo volesse innestare paura, commentava solo la gambizzazione a genova che ne è già di per sé satura

f1a1marini 08/mag/2012 | 12:40

Pubblichiamolo su Libero o Il Giornale
Proprio perchè non si addentra in nessun meandro psicologico o sociale o politico(come dovrebbe fare un giornalisto forse? oppure limitiamoci a leggere le notizie ansa!) è un articolo perfetto per quei giornali che non vogliono veramente le notizie ma solo muovere un po' le acque e passare per divertent-ironici.Questo è semplicemente un twitter usciro dagli argini dei 140 caratteri.

alex_pagliero 08/mag/2012 | 11:47

Lia Celi...
Se qualcuno non la reputa una 'firma autorevole' nonostante riporti un suo vissuto personale senza addentrarsi nei meandri pseudo-psico sociali... senza capo né coda... direi che quel qualcuno può indirizzare i suoi interessi sull'ottimo il Giornale o Libero.

f1a1marini 07/mag/2012 | 20:58

Lia Celi....
Non mi sembra che lei sia una persona talmente autorevole da scrivere un articolo totalmente incentrato sulla sua persona e sulla sua famiglia.Giornalismo...pronto?! ci sei?!?

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