CENSURA
Pechino, guerra all'informazione
La Cina espelle la corrispondente di Al Jazeera: il governo non gradisce un documentario sui campi di lavoro.
di Cecilia Attanasio Ghezzi
da Pechino
La Cina dichiara guerra ad Al Jazeera. Pechino ha costretto la rete diffusa via satellite a chiudere la sezione news del suo canale in lingua inglese nel Paese del Dragone. È il primo episodio dopo 14 anni di trasmissioni ed è un segno forte che il Partito comunista cinese al potere assegna ai giornalisti stranieri che si occupano di Cina.
L'INVIATA LASCIA LA CINA. Anche la corrispondente Melissa Chan è stata obbligata a lasciare Pechino. Ha preso un aereo nella notte di lunedì 7 maggio, dopo che il governo le aveva rifiutato il rinnovo del visto giornalistico (per non meglio definite «violazioni delle regole») né le aveva consentito di essere sostituita da un altro corrispondente. E se i media occidentali ne hanno dato notizia, sulla stampa cinese non c'è traccia.
PRESSIONI DAL GOVERNO. D'altro canto l'aveva scritto lei stessa esattamente nel 2011 in un articolo proprio per il sito di Al Jazeera sulle condizioni dei giornalisti in Cina: «In un recente sondaggio del Club dei corrispondenti stranieri in Cina (Fccc) ci sono numeri scoraggianti sulle condizioni dei giornalisti nel Paese. Il 94% ha l'impressione che il suo ambiente lavorativo sia peggiorato rispetto a quello del 2011; il 70% ha subito pressioni o violenze di qualche tipo e il 99% concorda sul fatto che le condizioni del giornalismo in Cina non rispettino gli standard internazionali».
DOCUMENTARIO SULLA RIEDUCAZIONE. La giornalista però ha preferito non commentare la partenza da Pechino e il governo non ha offerto chiarimenti. Si dice che alcuni funzionari si siano irritati per un documentario (in inglese) sulla rieducazione in Cina nei campi di lavoro, che Al Jazeera ha trasmesso a novembre 2011, che però, prodotto lontano da Pechino, non aveva coinvolto Chan.
Produzione nei campi di lavoro anche da parte delle grandi aziende
I campi di lavoro sono ancora un tema caldo in Cina e sono ancora usati per punire criminali e dissidenti. Nel documentario di Al Jazeera i campi sono definiti come una forma di moderna schiavitù in cui milioni di prigionieri producono beni poi rivenduti in tutto il mondo, anche da grandi aziende. Ovviamente la Cina ha negato che sia possibile questo tipo di business.
Il documentario però racconta che i detenuti sarebbero costretti - tra i tanti lavori - anche a fabbricare prodotti come luci di natale, parti di calzature, vestiti e macchinari vari.
PRODOTTI NEGLI USA E IN EUROPA. Pur riportando la versione ufficile per cui Pechino proibisca l’esportazione dei prodotti che escono dai campi di lavoro, l’inchiesta di Al Jazeera ha fornito alcune testimonianze dirette di come gli oggetti lì prodotti escano dai confini dello Stato.
Al Jazeera ha seguito il viaggio di quanto prodotto nei campi di lavoro fino in America, dove l'importazioni dei prodotti fabbricati attraverso il lavoro 'non volontario' è proibita. Il documentario denuncia anche il coinvolgimento dell'Europa, che sta affrontando una discussione proprio su questo tema.
CENSURA SUI GIORNALISTI. Il Fccc ha però ribadito che Chan non avrebbe svolto alcun ruolo nel lavoro prodotto da Al Jazeera, ma Pechino pare non aver creduto a quanto riferito.
«Questo è l'esempio più estremo della recente tendenza di usare i visti dei giornalisti nel tentativo di censurare e intimidire i corrispondenti stranieri in Cina», ha scritto Fccc, «sono gli organi di informazione straniera, non il governo cinese, che hanno il diritto a scegliere chi far lavorare nel Paese».
Anche Al Jazeera ha espresso rammarico per la chiusura delle sue attività in Cina e ha riferito in un comunicato di aver cercato visti supplementari per i giornalisti per di espandere la propria copertura. Ma non ha avuto successo.
Difficile copertura dei servizi giornalistici in tutto il mondo
La chiusura in Cina rappresenta una perdita significativa per Al Jazeera, che in 15 anni di attività ha aperto oltre 60 uffici in tutto il mondo.
«Diamo voce a chi non ce l'ha e a volte ciò richiede una difficile copertura delle notizie da qualsiasi parte nel mondo», ha scritto in una dichiarazione ufficiale Salah Negm, direttore del telegiornale in inglese di Al Jazeera. «Ci auguriamo che la Cina apprezzi l'integrità della nostra copertura di notizie e il nostro giornalismo. Apprezziamo questa integrità giornalistica nella nostra copertura di tutti i Paesi del mondo».
CRITICHE AL DRAGONE. Il rifiuto del visto per Chan è arrivato in un momento di crescente sensibilità da parte dei funzionari nei confronti della copertura estera delle notizie, dal momento che l'ascesa della Cina è diventata una questione di importanza globale e, in alcuni ambienti, soggetta a critica.
Negli ultimi tempi, le autorità di Pechino hanno criticato la copertura dei media occidentali degli sconvolgimenti nelle gerarchie della leadership del Paese dopo la cacciata di Bo Xilai, l'ambizioso membro del Politburo la cui moglie è stata accusata di aver ucciso un businessman inglese.
TENSIONE SU CASO CHEN. Nell'ultima settimana, inoltre, i funzionari della sicurezza di Pechino hanno reso la vita difficile ai giornalisti stranieri che hanno coperto il caso di Chen Guangcheng, l'avvocato cieco e attivista che si è rifugiato nell'ambasciata Usa in Cina.
Per evitare fuga di notizie, il governo ha temporaneamente confiscato tesserini e visti di diversi giornalisti che sono entrati nell'ospedale di Pechino, dove è confinato Chen. Circa una dozzina di altri giornalisti sono stati convocati dall'ufficio di sicurezza pubblica e sono stati avvertiti che i loro visti sarebbero stati revocati se non avessero chiesto il permesso prima di richiedere colloqui a funzionari o a altre persone informate sulla situazione dell'attivista cieco.
I giornalisti in Cina in teoria sono infatti tenuti a richiedere l'approvazione prima delle interviste, ma in pratica, la regola non è quasi mai applicata.
Maggiori controlli per assicurare la stabilità del Paese
Le restrizioni nei confronti dei giornalisti stranieri in Cina sono state fortemente inasprite negli ultimi 18 mesi, poiché i leader cinesi hanno cercato di proiettare un'aura di stabilità e di unità in un periodo di sconvolgimenti politici globali in vista del ricambio della leadership nazionale, in programma in autunno.
ESCALATION DI VIOLENZE. Il giro di vite risale ai primi mesi del 2011, quando agenti di sicurezza hanno arrestato giornalisti stranieri che cercavano di coprire le cosiddette proteste della Primavera dei gelsomini, una campagna online per organizzare manifestazioni di solidarietà nei confronti delle rivoluzioni della Primavera araba in Medio Oriente.
Un giornalista americano è stato duramente picchiato e ricoverato in ospedale. Molti altri sono stati convocati agli uffici di pubblica sicurezza per avvertimenti.
ULTIMA ESPULSIONE NEL 1998. Tuttavia, Pechino è in genere restia a espellere i giornalisti stranieri. I pochi casi erano motivate con accuse di violazione dei divieti di sicurezza nazionale.
Il New York Times scrive che l'ultimo corrispondente straniero accreditato espulso risale a ottobre 1998: Yukihisa Nakatsu, il giornalista del più grande quotidiano giapponese, lo Yomiuri Shimbun.
L'uomo era stato accusato di aver ottenuto segreti di Stato per aver pubblicato notizie fornite da un giornalista economico cinese precedentemente arrestato.
TENSIONE PER PIAZZA TIENANMEN. Prima ancora, nel 1995, la Cina aveva espulso un corrispondente tedesco perché aveva scritto articoli fortemente critici nei confronti dell'allora premier Li Peng, che aveva giocato un ruolo chiave nella decisione di usare la forza per reprimere le proteste di Piazza Tienanmen del 1989.
Nel 1991 Andrew Higgins, l'allora corrispondente dell'Independent, era stato espulso perché trovato con informazioni riservate su un presunto giro di vite contro i nazionalisti della Mongolia.
Martedì, 08 Maggio 2012

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