IL RICORDO
Carlo Petrini, vittima e inquisitore del calcio
Per anni aveva denunciato i rischi del doping nei suoi libri e coi ragazzi delle scuole.
di Massimo Del Papa
Perché la gente applaude la bara di un ragazzo, di un atleta che casca improvvisamente sul campo,
stroncato dalle convulsioni? Perché era un campione? O perché,
con l'applauso, si copre quel che non si vuol sapere, non si
vuol sospettare e perché chi muore giace e chi vive si dà pace
e torna a tifare, a giocare, in attesa della prossima bara?
CONSUMATO DAL DOPING. Ma c'era chi aveva
spento tutte le illusioni, libro dopo libro, e che era stato
silenziato puntualmente. Carlo Petrini è morto consumato dal doping,
almeno questo nel suo caso lo si può dire. Lui, per primo, lo
aveva urlato fino all'ultimo, ed è morto perdendo i pezzi e
contando i tumori. Sconfiggendoli, uno per uno. È morto con
«una metastasi in un corpo ancora sano».
LE OSSESSIONI DI CARLO. Aveva due ossessioni
Carlo. Ma il calcio malato, marcio, falso, era la seconda. La
prima, la più divorante, era il figlio Diego, morto a neppure 20
anni senza il padre, che non poteva andare al funerale, che
doveva nascondersi da chi lo braccava.
Nel malaffare nel calcio di oggi, non c'è niente di nuovo e
Petrini l'aveva già raccontato pagando sulla propria pelle.
«Magari mi querelassero. Mi maledicono perché dico la verità»
Zingaro dal calcio, una carriera avventurosa, partita nelle
giovanili del Genoa all'inizio degli Anni 60, per poi
esplodere, come attaccante, nel Milan di Nereo Rocco e di Rivera,
con cui vinse una Coppa dei Campioni nel 1968-1969. Poi ci fu il
Torino, con cui si aggiudicò la Coppa Italia nel 1970-1971, e di
lì a zonzo, vestendo le pelli di Catanzaro, Ternana, Roma,
Verona, Cesena e Bologna.
TRAVOLTO DAL CALCIOSCANDALO. Fino al
calcioscandalo del 1980, quello della Finanza negli stadi che
portava via i calciatori ammanettati, nel quale si ritrovò
coinvolto, e che lo fermò per sempre.
Il primo calcioscandalo poi esorcizzato con la provvidenziale
vittoria al Mundial del 1982, esattamente come quello del 2006 è
stato cancellato dal trionfo mondiale in Germania.
UNA VITA IN FUGA. Petrini si era perso, ridotto
a una vita in fuga, un'esistenza da reietto. Poi era scattato
qualcosa. Aveva realizzato di non avere più niente da perdere:
se la vita doveva ridursi a questo, allora che finisse pure.
IL DIO NEL FANGO. Così tornò, cominciò a
raccontarsi. Quando scrisse il primo libro, Nel fango del dio
pallone - il suo più temuto, famigerato e di successo -
viveva in un sottoscala con un tavolino, due sedie, una stufa a
legna e l'umidità padrona di tutto.
Tutte queste cose gli diedero però una mano, gli fecero scoprire
la noluntas - per dirla con Arthur Schopenhauer -, la
totale mancanza di ambizione, di aspettative che lo rendeva
libero.
TOTEM PRESI A SASSATE. Scrisse altri libri, e
sempre più gente s'incazzava. Non faceva sconti a niente e
nessuno a cominciare da se stesso, non perdonava nessuno dentro e
fuori dal campo, prendeva a sassate anche i totem.
MOGGI, BERSAGLIO PRIVILEGIATO. Ma il suo
principale bersaglio, curiosamente, era il suo conterraneo di
Monticiano Luciano Moggi, che Petrini considerava non certo
l'unico colpevole ma il burattinaio malvagio del calcio
italiano.
Quando lo incontrava, Moggi lo apostrofava immancabilmente:
«Però, i tuoi libri...». Seguito, si capisce, anche da tutti
gli altri - gli ex colleghi, gli ex amici - che non gli
perdonavano la verità, di aver lavato i panni sporchi fuori
casa.
Ricordava sempre lui con amarezza quasi incredula: «Non mi
accusano di dire bugie, mi maledicono perché dico le cose come
stanno».
Nessuno l'ha mai citato in giudizio. Lui aspettava: «Magari
mi querelassero. Ma non lo faranno mai, nessuno ne ha le
palle?».
L'impegno contro il doping e contro il marciume del calcio
Adriana, l'ultima compagna, ricorda i nove anni insieme senza
un minuto di non amore: «Quante ne ha dovute passare, e non
tanto per la malattia. I medici hanno detto che è morto in un
corpo 'sano'? Certo, sapevamo che doveva succedere, io
come lui. Ma i tanti tumori subiti, al cervello, al polmone, al
rene, erano stati debellati uno dopo l'altro, e lui era
perfino integro. Aveva avuto un crollo prima di Natale, tutti
pensavano che non sarebbe arrivato alla fine dell'anno. Dopo
una settimana di ospedale, era uscito rifiorito,
rigenerato».
LA CENSURA DE LE IENE. No, erano altre
le cose terribili. Nessuno può sapere quanto astio, quanto
isolamento per Carlo, che aveva scelto di parlare. «L'ultima
amarezza», continua Adriana, «è stata un'intervista
che gli avevano fatto Le Iene a gennaio: mai
andata in onda. Qualcuno s'è messo di mezzo, e non è
difficile immaginare chi. Eppure qui a Lucca, dove è morto (non
a Monticiano, come hanno scritto le agenzie, ndr),
davvero gli volevano bene tutti. Io dico sempre che lui era
ingombrante, in senso buono: non si poteva prescindere da Carlo,
ti riempiva la vita, ogni momento».
A SCUOLA TRA I RAGAZZI. E alla vita Carlo era
tornato, senza contarci troppo, senza chiederle niente, ma
riscoprendo l'amore, proprio grazie ad Adriana.
E non scriveva per astio. Andava nelle scuole, tra i ragazzi.
Entrava, quasi cieco, scortato dalla moglie. Si sedeva. E, col
suo vocione baritonale, diceva semplicemente: «Vedete qua?». E
protendeva il cranio. C'era un buco, un abisso.
I TUMORI E LE RADIOTERAPIE. E raccontava come
gli era venuto il tumore, le operazioni, la radioterapia
assorbita in quantità industriali. Poi spiegava cosa gli
facevano prendere e ricordava l'eccitazione in campo, che non
si placava mai, neanche a ore di distanza dalla partita.
Tanto che c'era bisogno di un'altra scopata selvaggia.
Tanto la depravazione non mancava mai nel fango dorato del
pallone, ce 'era quanta ne volevi, come e dove la volevi.
L'unica differenza, aggiungeva, «era che noi ce le
scopavamo, questi invece se le sposano».
SEMPRE PIÙ DURO. Era tornato a vivere, ad
amare, a credere Petrini. Ma non si era rammollito, anzi non era
mai stato così duro, neanche quando ingaggiava furibonde
battaglie nel fango di un campo d'inverno.
I suoi libri sono gironi infernali, è dura arrivare fino in
fondo. È stato lui il primo anche a denunciare la storia di
Donato Bergamini, il calciatore «suicidato» a Cosenza
nell'alone di criminalità organizzata. A distanza di oltre
20 anni, adesso hanno riaperto le indagini.
Il modo per riscattare il figlio perduto
E i ragazzi lo ascoltavano sconvolti, choccati. Qualcuno non ce
la faceva, usciva dalla sala, e lui se ne accorgeva: «Dove vai,
tu? Non ho ancora finito». Era il suo modo per amarli, per
riscattare Diego, il figlio perduto.
L'IMPORTANZA DELLA CONSAPEVOLEZZA. Non
faceva prediche, diceva solo: «Se volete distruggervi, sono
affari vostri. Ma non potrete ignorare che lo state
facendo».
«Se ci hanno ridotto così», aggiungeva amaro, «se stiamo
morendo tutti a 60 anni, uno dopo l'altro (l'ultimo,
Giorgio Chinaglia, suo contemporaneo, poche
giorni fa), come finiranno i calciatori di oggi, che rispetto a
noi sono dei giganti, dei missili?».
«LA MENTALITÀ NON CAMBIA». Ma i calciatori di
oggi, che non sono, non possono essere ignari come Petrini, al
quale non dicevano cosa gli propinavano, non sembrano
preoccuparsene. Cosa che Carlo non riusciva ad accettare: «La
mentalità è ancora quella. Eh no, cazzo, basta, è
finita!».
Ma non è finita, non è mai finita. Solo i giovani, cari agli
dei, finiscono. E poi un'altra bara, un altro applauso. Un
altro oblio.
FIDANZATO CON LA MORTE. Petrini era fidanzato
con la morte ma non era pronto a concedersi ancora. Troppe cose
gli restavano da dire, altri libri da scrivere, tra cui uno
proprio su Diego. L'ultimo, dedicato ancora a Moggi,
Lucianone da Monticiano, è appena uscito, per Kaos,
come tutti gli altri. Nel silenzio generale, come per tutti gli
altri.
Lui continuava. Non era messo male come si credeva, anzi. Poi, la
settimana scorsa, è arrivata una febbriciattola, che non
preoccupava i medici. Invece, sabato 14 aprile è entrato in
coma. Forse non ha fatto in tempo ad apprendere dell'ultima
possibile conferma, il crollo di Piermario Morosini. Adriana
glielo sussurrava, «Sai Carlo, c'è stato un altro morto, un
ragazzo giovane», ma lui non reagiva più.
Però le stringeva la mano, gliel'ha stretta fino
all'ultimo.
Lunedì, 16 Aprile 2012
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(2)
fmgy 17/apr/2012 | 21:55
Ciao, Carlo Petrini
Ciao Carlo Petrini,
complimenti per il tuo coraggio.
Riposa in pace grande uomo e calciatore.
Condoglianze ad Adriana (spero che ti giunga questo messaggio).
Ricordando quando siete stati a Borgomanero.
Un abbraccio
Mauro Facchini. - Borgomanero
ex Gym Volley Borgomanero
ROMAOSTA 16/apr/2012 | 14:21
GRAZIE
Carlo Petrini non lo conoscevo, però mi ha molto colpito il racconto della sua vita, la forza e la tenacia con cui ha cercato di combattere lo sporco che c'è nel mondo del calcio.
GRAZIE PER TUTTO QUELLO CHE CI HA LASCIATO
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