Apri/chiudi Tab
Le top 10 news di oggi chiudi
Le inchieste di Lettera43 chiudi
Le grandi interviste di Lettera43 chiudi
L43 - Local L’informazione dalla tua città Invia
TUTTO ITALIA EUROPA AFRICA ASIA NORD-AMERICA SUD-AMERICA OCEANIA Login | Registrati |  Sabato, 18 Maggio 2013- 23.54

 

MEDIO ORIENTE

Siria, paranoia da complotto

Damasco impaurita e in bilico tra propaganda di regime e media occidentali. Ma le sanzioni Onu favoriscono Assad.

di Michele Esposito

da Damasco

Seduti a un tavolo di un caffè nel quartiere cristiano di Damasco, due uomini sulla quarantina hanno mostrato con una certa concitazione a Lettera43.it alcuni video registrati sui loro telefonini. Il primo, filo-governativo, ha passato in rassegna le immagini dei militari lealisti uccisi dagli attentati degli estremisti. Il secondo, un pacifico oppositore di Bashar al Assad, ha sfoderato della violenta repressione delle truppe regolari. Entrambi hanno giurato sulla veridicità dei loro filmati e accusato l’altro di manipolare l’informazione. Soprattutto davanti a un giornalista.
Con questo semplice aneddoto, forse, è possibile riassumere le due verità di una Siria attraversata da una crisi senza precedenti, ma soprattutto da uno scontro mediatico e propagandistico che ha fatto precipitare il Paese in una sorta di 'paranoia del complotto': quello del regime, da un lato; quello dei media occidentali, della Turchia e dei Paesi del Golfo, da un altro. Acuendo, così, quell’atmosfera da guerra fredda post-litteram che cattura immediatamente chi in questi giorni sbarca a Damasco.
DAMASCO TAPPEZZATA DAI MANIFESTI ELETTORALI. A una prima occhiata la capitale ha la stessa bella faccia di sempre. Una tipica metropoli araba, dinamica, splendida nel suo centro antico, fiera nel mostrare la millenaria fusione di religioni e civiltà. La sensazione, tuttavia, scema già ad un primo giro per le arterie della città moderna, tappezzate dai manifesti delle consultazioni parlamentari del 7 maggio, secondo passo del processo di riforme voluto da Assad dopo l’abolizione, per referendum popolare, dell’art.8 della Costituzione, che garantiva al partito governativo Baath la «dirigenza dello Stato e della società», e quindi anche la maggioranza dei 250 seggi del Parlamento siriano. Un voto, quello del 7 maggio, del quale ancora non si conoscno i risultati ma su cui rimane scontata la patina di falsità.
VIE PRESIDIATE DAI MILITARI. Ma, più che i volti dei migliaia di candidati, molti dei quali membri dei nove partiti nuovi di zecca e svincolati dal Fronte progressista nazionale (pro-regime), sono i militari che, in mimetica e kalashnikov sorvegliano incroci, centri commerciali, obiettivi sensibili, a segnare una città frenata dalla paura, pressoché vuota durante il venerdì di preghiera, quando, oltre che in ossequio alla festività islamica, la popolazione preferisce stare a casa perché intimorita dagli attacchi che negli ultimi mesi hanno spesso funestato la ricorrenza. Perfino nel centralissimo suq al-Hamidyya, è impossibile trovare anima viva: le botteghe chiuse, i turisti lontani e la presenza dei servizi segreti rendono irreale l’atmosfera. Sensazione che trova conforto anche nella moschea degli Omayyadi, tra le più importanti dell’Islam ma poco affollata, nonostante il venerdì di preghiera e il sermone di uno degli imam più noti in Medio Oriente, Muhammad Said Ramadan al Buti.

L'avvicinamento ad Assad effetto collaterale dell'ingerenza straniera

«La gente ha paura, continua a vivere la propria quotidianità ma evita di allontanarsi troppo. Damasco non è più la stessa», ha raccontato a Lettera43.it Anas Shayya, giovane studente ed interprete, che non ha nascosto le falle del regime ma ammesso come, con il crescente intervento dei Paesi stranieri, la popolazione «si stia avvicinando ad Assad, ovvero all’unità della nazione». È l’effetto collaterale delle sanzioni che stanno strozzando il Paese, dove i problemi sono sempre più concreti: per gli stranieri oggi è impossibile usare i bancomat.
IL REGIME CONTRO LA COSPIRAZIONE OCCIDENTALE. Anas per alcuni giorni ha accompagnato a Damasco un reporter britannico, Gary Sullivan. «La crisi», ha spiegato, «ha 3 componenti: Usa e Paesi del Golfo tesi a estendere la propria influenza su un Paese scomodo, a due passi da Israele; Russia e Cina che si giocano la propria credibilità; la contrapposizione tra sunniti ed alawiti, che ha caratterizzato i primi mesi delle rivolte». E ora? «Adesso è un fatto internazionale. Uno scontro di propagande che ha gettato i siriani nella paranoia». E su cui il regime si è gettato a capo chino, respingendo colpo su colpo le notizie diffuse dai media 'nemici' Al Jazeera e Al Arabiya e reiterando ad ogni ora, sulla tivu di Stato, le accuse del governo alla «cospirazione dell’Occidente contro lo stato sociale siriano».
L'INGOMBRANTE FIGURA DI ASSAD. Mentre per le strade, il moltiplicarsi delle immagini di Bashar al Assad, che con il suo sguardo sovrasta negozi, edifici pubblici, luoghi di culto, punta a ingigantire la personalità di un leader che non ha mai raggiunto l’autorevolezza del padre né era entrato nel cuore dei cittadini come il predecessore.
«Hafez era solito controllare la posta della popolazione personalmente. Non permetteva a nessuno di visionarla. È così che ha messo sotto scacco i suoi traditori», racconta un manifestante filo-governativo a margine di una dimostrazione organizzata su Facebook per il venerdì di preghiera e che, tuttavia, non ha registrato l’attesa affluenza. «Bashar», ha continuato il lealista, è stato «troppo morbido. Ha fatto delle riforme, ed è un bene, ma ha aperto delle falle nella struttura del suo potere». E ora, forse, è troppo tardi per recuperare.

Escalation di violenza e una la rivoluzione sfociata nel banditismo

La sensazione che ci sia spinti troppo in là non è però soltanto di chi dalla fedeltà ad Assad riceve un po' di denaro per andare avanti. Nel patriarcato siro-cattolico-melchita di Damasco, un'oasi di pace nel cuore del quartiere cristiano, della città, anche Gregorio III Laham, patriarca di Antiochia, di tutto l'Oriente, di Alessandria e di Gerusalemme, si è lasciato andare a qualche considerazione amara. in Siria «adesso non è più una rivoluzione, è banditismo, anarchia. Noi non siamo servi di Assad, ma siamo con il popolo siriano e ormai la violenza ha superato ogni limite».
METROPOLI IN COSTANTE ATTESA. Tutt’intorno, Damasco appare come una metropoli sospesa, in costante attesa. E mentre in periferia gli osservatori dell’Onu hanno ascoltato le denunce dell’opposizione, smascherando i tank del regime e ammettendo tra i denti che la tregua non è stabile e la violenza è dietro l’angolo, nell’aula parlamentare, un membro della delegazione italo-siriana in visita, ha fatto irruzione in una simulazione dell’assemblea riservata agli studenti, gridando loro che la «battaglia è per Assad, per Hezbollah, per Fidel Castro, per i palestinesi» e incassando una fragorosa ovazione.
LITANIA FILO GOVERNATIVA. Parole che, nel centro moderno, i filo-governativi ripetono come una litania, annunciando con fierezza che pochi estremisti non distruggeranno il Paese. E, almeno nel centro moderno, è difficile imbattersi in chi ha un’opinione diversa. Anche, se, lontano da occhi indiscreti, un tassista barbuto, dal tipico aspetto sunnita (che a Damasco bollano come salafita) si lascia andare a un indicibile auspicio: «Speriamo che il regime crolli». Voce nel silenzio in una Damasco ripiombata a 30 anni fa, quando era pedina inamovibile dell’alleanza rossa contro gli Stati Uniti d’America.

Martedì, 08 Maggio 2012


File multimediali correlati a questo articolo

Manifestanti pro-Assad davanti alla Banca centrale, nella Damasco moderna.

3 foto
FOTO

Content on this page requires a newer version of Adobe Flash Player.

Get Adobe Flash player

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi ed accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

L’informazione dalla tua città
Invia
Barletta, Andria e Trani - Bisceglielive.it E' morto il giornalista Astigiano Giuseppe Sini, aveva 72 anni
Le TV tematiche di L43