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Italia underground: The Rideouts

PUBBLICATO IL 04 FEBBRAIO 2016 DA
 
 

È perennemente tempo di viaggio, qui a Italia underground. E cosa c’è di più bello, per noi assetati di scoperte musicali, se non attraversare lo stivale intero per andare a scovare sempre nuove proposte succulente e di considerevole interesse artistico? Quest’oggi è proprio il caso di sgattaiolare nientemeno che dalla precedente Sicilia alla Trieste terra madre di una notevolissima band – nient’affatto principiante, tanto per cominciare a chiarirci – che risponde al nome di The Rideouts. Cosa vale questo viaggione da capo sud a capo nord tricolore? Prima di tutto un cambio di rotta in termini di genere proposto su queste pagine digitali. In secondo luogo – ma secondo a niente e nessuno – la sempiterna garanzia di qualità regalata dall’incontro con soggetti pienamente dotati prima di cultura musicale (nostra amica primordiale, ora e per sempre) e poi anche di un certo talento.

I Rideouts sono usciti da poco con il loro terzo album in studio intitolato Heart and soul, una sacrosanta miscela di stili compositivi e performativi che arriva alle nostre orecchie direttamente dagli anni ’60 e ‘70 per deliziarci con una mistura talmente energica da far quasi dimenticare ogni derivazione pur di lasciar campo libero alla principale goduria sonora che evade dal supporto tecnologico fin dalle prime note proposte in successione. Un discorso valutativo ben ragionato, però, occorre farlo ugualmente, ed è pressappoco il seguente.

Molti di voi, soprattutto nel corso degli ultimi – diciamo pure – dieci o quindici anni avranno percepito, in giro tra siti specializzati, riviste di settore o semplici discussioni in locali ospitanti band più o meno emergenti, l’utilizzo del termine “revival”. Di cosa si tratta, nello specifico? Per revival, sostanzialmente, si intende il recupero di generi musicali (spesso anche molto) passati per un loro considerevole recupero in funzione di una riproposizione da far avvenire innanzitutto nel presente, con strumenti tecnologici possibilmente moderni o comunque attuali (malgrado ci sia chi navighi in direzione opposta a un simile concetto, vedi alla voce Allah-Las) e, principalmente, cercando di far, appunto, rivivere almeno una parte dell’atmosfera sonica respirata nella decade alla quale si fa riferimento. Il caso dei Rideouts (Max Scherbi alla voce e chitarra, Andrea Radini alla chitarra, Michela Grilli alle seconde voci, Gianpiero de Candia al basso e ai cori e Federico Gullo alla batteria) chiama prontamente a rapporto i mitici anni ’60, soprattutto quelli legati al beat britannico o alla contemporanea “invasion” d’oltremanica e d’oltreoceano. Ma c’è una doverosissima questione da segnalare, per quanto riguarda la band triestina da noi passata in rassegna: i riferimenti di stile e gusto personale sono, certo, quelli legati a nomi di eminenze internazionali – prime su tutte quelle che componevano il nucleo dei Beatles, ma senza tralasciare i fraseggi acidi di Chocolate Watch Band, Seeds, Mitch Ryder & The Detroit Wheels e affini – ma, in fin dei conti, prendono come base di lancio un po’ di più le commistioni operate dai precursori della fase revival, tra cui – prima di tanti altri – i Kula Shaker di Crispian Mills (alla cui voce l’ugola di Scherbi è splendidamente vicina).

Quello dei Rideouts, insomma, può dirsi una sorta di “revival di revival” assolutamente personale e perfettamente in sincrono con le intenzioni di una band che vuole, prima di tutto, divertirsi e far divertire, ma al contempo assorbire, smembrare, ricostruire e sperimentare con quanto di più innovativo posto in gioco dai propri idoli di sempre. Proprio nel corso di questo doppio passaggio di consegne, i riferimenti si avvertono e si godono liberamente nel migliore dei modi. Quello proposto da un disco come Heart and soul è un andirivieni continuo tra generi e sottogeneri che si pone come obiettivo primario – dal lato artistico, ovviamente – il continuo germogliare di un sempre fresco interesse per il dato qualitativo della proposta messa in campo, elemento che fa dell’ascoltatore una sorta di macchina del tempo di se stesso utile ad innalzare la musica – quella musica – a tassello cardine di ogni approccio al formato canzone proposto.

Contaminazione” è di certo un’altra parola d’ordine, se si considera l’eccezionale predisposizione di Scherbi e soci a fare delle loro passioni un must capace di generare veri e propri flussi emotivi che partono da una predisposizione melodica tardo beat per poi oltrepassare le ruvide onde energetiche assimilate da intere generazioni al suon di garage rock e psichedelica. Si arriva, insomma, al punto da ritrovarsi dinanzi, certo, a un saggio e devoto recupero di strutture precedentemente note, ma il traguardo supplementare resta quello riguardante l’appropriazione e la conseguente – nonché del tutto personale – riproposizione di simili scelte come colonna portante per architetture sempre pronte a una nuova centrifuga emozionale.

Non è un caso, quindi, se proprio un sound come quello dei Kula Shaker ritorna in mente grazie al fulminante incipit proposto dall’eccellente binomio composto dai coinvolgenti riff di Not enough e Plastic soul, brani in cui emerge fin da subito anche un eccellente lavoro in termini di sezione ritmica che, in fin dei conti, trasporta il tutto verso orizzonti più marcatamente rock nel senso classico del termine, con vaghe tinte blueseggianti, se non anche ai limiti del funk, che male non fanno al risultato complessivo. È facilmente riscontrabile, tra l’altro, una delicatissima attitudine alla melodia per brani in puro formato canzone come la bellissima ballad I’m so sorry e la melanconica Put the blame on me, non disprezzanti anche incursioni orchestrali di gran pregio e coraggio. Sapienti intrecci acustici ed elettrici costruiscono il sound di una Give it to me che gioca a fare da dinamo per i sinuosi groove proposti dalle incursioni garage di I’ll be free, per i crossover psichedelici offerti da Who I am e per i ritmi funk di Wait eTake it easy. Una vena blues viscerale emerge a chiare lettere dalle metriche di Be a man (scuola “revival di revival” Jon Spencer e Black Keys/Dan Auerbach?), mentre Don’t cry mette in mostra la capacità che il quintetto triestino ha nel fare suo anche un approccio differente dai dichiarati riferimenti, eppure importante per la creazione di linee melodiche avvolgenti e proponibili a un orecchio anche non del tutto allenato (si odono, qui, echi perfino di U2, R.E.M. e Oasis, a voler azzardare). Il risultato complessivo è, lo abbiamo detto fin dall’inizio, un coefficiente di godibilità altissimo, intriso di quell’intuito passionale che fa di un semplice recupero qualcosa di personale e, per di più, anche longevo, paradossalmente. Date, insomma, una chance ai Rideouts e non ne uscirete pentiti, se ne uscirete.

 
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