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Rapporto Amnesty, focus America latina

Il Rapporto 2015 - 2016 di Amnesty International denuncia una «tendenza regressiva» per i diritti umani, in America latina.

PUBBLICATO IL 24 FEBBRAIO 2016 DA
 
 

Appena uscito, il Rapporto 2015 - 2016 di Amnesty International vede a tinte fosche il quadro del rispetto dei diritti umani in America latina; e segnala, su questo fronte, una «tendenza regressiva». Nella lista nera troviamo in primis Repubblica dominicana, Ecuador e Cile, per l'«uso eccessivo» della forza, da parte degli organismi a tutela dell'ordine pubblico.

Secondo Erika Guevara Rosas - responsabile dell'organizzazione per l'America - la Regione soffre una «crisi dei diritti umani», nascosta dall'«invisibilità mediatica e dagli apparati di propaganda»: la violenza che vive l'Area è «sproporzionata», tenendo in considerazione l'attuale «momento storico», all'insegna della democrazia.

 

Sono latinoamericani otto tra i 10 Paesi più violenti in assoluto, mentre, prosegue il documento, «quasi un omicidio su quattro compiuto nel mondo si è verificato in uno di questi paesi: Brasile, Messico, Venezuela e Colombia». Dopo aver spiegato che solo per un quinto degli omicidi si trova il colpevole, si rileva come la violenza sia particolarmente diffusa in El Salvador, Venezuela e Honduras. In quest'ultima Nazione «le organizzazioni locali della società civile hanno subito attacchi violenti per mano di vigilantes legati a potenti proprietari terrieri». C'è poi il capitolo Brasile, che pone l'accento sia sui conflitti agrari («decine di persone sono state uccise a causa di conflitti scoppiati nel contesto di dispute sulla terra»), sia sugli sgomberi legati ai Giochi olimpici di Rio de Janeiro.

 

La costruzione d’infrastrutture ha provocato sgomberi di persone dalle loro case, «senza adeguato preavviso, forme di compensazione economica o soluzioni abitative alternative». Corposo il dossier sul Messico, ove violenza e crisi - come accaduto peraltro anche in America centrale - hanno spinto «un numero crescente di persone, in particolare minori non accompagnati, ad abbandonare le loro abitazioni e ad attraversare i confini nazionali». Nel Paese non soltanto sono state segnalate «migliaia di denunce di tortura e altro maltrattamento, oltre che segnalazioni di esecuzioni extragiudiziali». Ancora, infatti, non è stata fatta luce sulla sorte di 27mila desaparecidos, e a un anno dalla sparizione dei 43 studenti dell’Istituto magistrale di Ayotzinapa, «le indagini continuavano a essere segnate da vizi e irregolarità».

 

Dito puntato poi sul Venezuela. A un anno dalle manifestazioni in cui perirono 43 persone (centinaia rimasero ferite e decine furono torturate), nessuno dei responsabili è stato chiamato a rispondere, «mentre», prosegue Amnesty, «erano ancora in piedi le accuse contro coloro che erano stati arbitrariamente detenuti dalle autorità». E ancora, «i difensori dei diritti umani hanno affrontato minacce, vessazioni e aggressioni, mentre le forze di sicurezza hanno continuato a fare un uso eccessivo della forza per reprimere le proteste». Si registrano poi attacchi subiti da politici dell'opposizione, tra cui l'omicidio di Luis Manuel Díaz, «durante un raduno poco prima delle elezioni».

 

Sul banco degli imputati anche Asunción: le Autorità paraguayane non hanno, infatti, consentito l'aborto a una ragazzina di 10 anni - rimasta incinta dopo uno stupro di cui era accusato il patrigno - nonostante i rischi che il proseguimento della gravidanza comportava. Non poteva mancare Cuba, le cui Autorità «hanno continuato a soffocare il dissenso e a perseguire penalmente persone che avevano esercitato il diritto a esprimere pacificamente le loro opinioni».

 
Pubblicato in Storie

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