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Siria. Monaco: una resa più che un accordo

Mosca, Damasco,Teheran, Hezbollah protesi alla riconquista della Siria utile. Obama gioca di rimessa

PUBBLICATO IL 12 FEBBRAIO 2016 DA
 
 

Monaco non poteva fallire. E non è fallita. La cronaca dell’ufficialità ci dice infatti che dopo ore e ore di negoziato, i 17 paesi del Gruppo di supporto della Siria hanno raggiunto l’accordo per la cessazione delle ostilità a far data dalla prossima settimana, attorno al 20 febbraio insomma. E che hanno tracciato un percorso suscettibile di aprire concretamente la strada agli aiuti di carattere umanitario, diretti alle decine di migliaia di abitanti delle città assediate dalle truppe del regime di Bashar al Assad  e dalle alleate iraniane e di Hezbollah libanese, e bombardate dai russi.

Ma è davvero così? Tutti vorremmo che così fosse; tutti vorremmo che a Monaco si siano create le premesse per aprire uno spiraglio di speranza nell’immane tragedia siriana che le strazianti immagini diffuse nel mondo ci stanno testimoniando. Temo però che così non sia e che quello spiraglio potrà aprirsi finché Mosca non riterrà di essersi sufficientemente garantito l’esito della prima delle due partite in atto: la riconquista della “Siria utile” da parte del regime di Bashar al Assad, indispensabile a suo giudizio per la seconda, quella ufficiale, cioè la battaglia contro l’ISIS e contro al Qaeda.

Se le parole hanno un senso mi pare infatti di capire – augurandomi di essere clamorosamente smentito – che il risultato maggiore raggiunto a Monaco sia stato quello di aver concordato, in principio, l’anticipazione di una settimana dell’auspicato inizio del cessate il fuoco, attorno al 20 febbraio, giorno più giorno meno, invece del 1° marzo proposto da Mosca.

Intendiamoci, è una differenza non da poco se si considerano le condizioni disperate della popolazione interessata, ma è poco significativa se considerata alla luce dei vistosi progressi già conseguiti a tutt’oggi, sul terreno, dallo schieramento Mosca-Teheran-Damasco+Hezbollah a spese delle forze di opposizione a Bashar al Assad e di quelli ancora conseguibili nei prossimi giorni dall’offensiva aerea e terrestre che Mosca ha dichiarato voler portare avanti con la massima determinazione; verosimilmente : più per fiaccare ulteriormente queste ultime, si teme, divenute del resto bersaglio anche delle truppe curde.

Che questo dubbio sia fondato lo ha del resto lasciato intendere lo stesso Kerry quando ha osservato che saranno le effettive azioni sul terreno a dimostrare la forza delle determinazioni concordate (sulla carta). e del resto, come far maturare un cessate il fuoco voluto e non obbligato dalla supremazia schiacciante di una parte e dunque sulle ceneri prodotte da una offensiva che si è ribadito voler proseguire?

Tutto lascia del resto pensare che in realtà Mosca intenda conseguire il massimo possibile vantaggio territoriale e, per converso, il massimo indebolimento delle forze “moderate” – che per Mosca moderate non sono se non in minima parte - per arrivare a sedersi al tavolo negoziale in una posizione di tale forza da poter imporre di fatto i termini della transizione politica, della fin troppo reclamizzata road map concordata nell’ottobre scorso; guarda caso, proprio su proposta russa. L’indeterminatezza in cui è stata lasciata la ripresa del negoziato di Ginevra ne è una riprova, semmai ve ne fosse bisogno.

E Obama? Quando Putin irruppe militarmente in Siria il 30 settembre scorso, il Presidente americano pronosticò che quest’iniziativa lo avrebbe fatto sprofondare in una palude. Dopo poco più di 4 mesi di offensiva militare non potrà che constatare che nella palude ce lo ha spinto invece Putin, sfruttando la debolezza della sua strategia anti-Bashar al Assad e la sostanziale inconcludenza della coalizione anti-ISIS messa in piedi da Washington nel settembre del 2014.

Sta di fatto che da quel 30 settembre Obama si trova costretto, di fatto,  a giocare di rimessa e, peggio ancora, a dover placare i (tardivi) bollenti spiriti agitati da Riyadh e la sempre più discutibile aggressività di Ankara. l'Europa assiste, preoccupata più per l'afflusso che per la sorte dei profughi.

Su questo sfondo, già di per sé indicativo della deriva che si sta materializzando, appare quasi scontata la tetragona difesa russo-iraniana di Bashar al Assad – dovrà essere la popolazione iraniana a decidere del suo futuro hanno ribadito sia Rouhani che Putin – che forse troppo in fretta gli occidentali hanno considerato, dapprima, come il male minore rispetto alla minaccia dello Stato islamico e poi, gradualmente, quale parte della soluzione e non più quale parte, se non addirittura quale fonte e parte ineludibile del problema.

Ribadisco: mi auguro di cuore che questa mia analisi possa essere smentita. Dai fatti.

 

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