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Unione Europea: pactum sceleris

L'accordo UE-Turchia è un accordo di riammissione di massa affidato ad un paese inaffidabile

PUBBLICATO IL 20 MARZO 2016 DA
 
 

Il Mediterraneo come il fossato che in un lontano passato serviva a proteggere il castello da potenziali invasori. L’Europa come il castello. I signori e signorotti di allora come i nostri governanti di oggi.

 Questa è l’immagine che mi è venuta agli occhi della mente quando ho letto le agenzie che battevano le notizie dell’apertura del vertice Turchia-Unione europea. E per un po’ ho tifato perché prevalessero le ragioni del suo fallimento e prevalessero quelle dell’accoglienza e di una convivenza solidaristica che altri paesi ben più in difficoltà dell’Europa, dalla Tunisia al Libano alla Giordania stanno da tempo garantendo a milioni di migranti. Ho tifato perché perdesse la logica della squallida barriera eretta a difesa del sacro suolo dell’Unione europea.

Ha vinto il suo esatto contrario e cioè l’accordo sul “trasferimento” in Turchia, noto paese simbolo del rispetto dei diritti umani, di migliaia e migliaia di persone lasciate a marcire fino ad allora nella sporcizia e nel fango. E l’accordo perché la Turchia si incarichi di bloccare altra migrazione verso l’Europa.

Deprime il fatto che pochi governanti si siano interrogati sull’accettabilità politico-morale di un tale accordo – che illustri giuristi si sono affrettati a definire pienamente coerente con il diritto internazionale – e molti invece sulla possibilità del suo fallimento per responsabilità della (in)affidabile Turchia. Molti ai quali ha risposto il Presidente Junker che col suo noto, indomito coraggio ha definito l’intera operazione come “un’impresa erculea” ma “realizzabile”.

Debbo dire che dopo tanti anni spesi nella doverosa real politik imposta dagli interessi di fondo del mio paese, mi sono sentito umiliato nella mia cittadinanza europea e italiana. Sì umiliato, il verbo usato dal cardinale Parolin. Umiliato per la vittoria dei Salvini oramai sparsi in tutto il continente e capaci di condizionarne la governance nazionale ed europea. I Salvini che i migranti li vogliono tenere lontani, ad ogni costo; anzi al costo di 3 + 3 miliardi.

La parola d’ordine è: fuori tutti i migranti con il buonistico accorgimento che se fra i rispediti in Turchia vi dovesse figurare un siriano, un altro siriano potrà entrare in Europa. Ma entro il tetto delle 72mila unità!

Insomma, un accordo che non fa onore all’Europa e alla sua storia.

Intendiamoci, non penso affatto che l’Unione europea debba essere pronta ad accogliere tutti, per carità. Penso però che un continente di oltre 500 milioni di abitanti poteva esprimere una ben diversa strategia di gestione di un fenomeno che affonda le sue radici in una tragicità di situazioni e dinamiche di cui anche l’Europa è corresponsabile. Ma il tema resterebbe in tutta la sua gravità anche se l’Europa non ne portasse alcuna, di responsabilità.

Davvero vogliamo creare dall’altra parte del Mediterraneo delle aree nelle quali parcheggiare, si fa per dire, migliaia di persone in fuga dalla guerra e dalla fame e affidarle alle cure di regimi e governi come o forse ancora peggiori di quello turco?

E davvero pensiamo che questa soluzione ci metta al riparo, non di sensi di moralistici colpa ma di derive suscettibili in definitiva di alimentare il brodo di coltura del risentimento e della voglia di ripagarci della stessa se non di una moneta ancora più pesante?

Sono persuaso che l’Europa abbia perso due volte: l’una sul piano della lungimiranza e dell’incapacità di gestire una realtà gestibilissima – lo indicano inequivocabilmente i numeri – a dispetto dei valori di cui si erge a vessillifera. L’altra accettando di venire a patti con un regime che definire preda di una deriva dispotica e settaria rasenta l’eufemismo.

E l’Italia? Si decida il governo, a presentare a Bruxelles una sua proposta strategica di gestione del fenomeno.

 

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