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Il corpo del reato

Se noi vivessimo in un paese normale, Ilaria Cucchi avrebbe commesso un reato gravissimo, sul quale non varrebbe nemmeno la pena disquisire. La pubblica esposizione della foto di un indagato di reato (grave) mentre le indagini sono in corso, mentre la magistratura sta cercando di fare luce sulle possibili cause della morte di un ragazzo, probabilmente incappato nella violenza sadica di qualcuno. Ma noi non viviamo in un paese normale.

PUBBLICATO IL 05 GENNAIO 2016 DA
 
 

 Se noi vivessimo in un paese normale, Ilaria Cucchi avrebbe commesso un reato gravissimo, sul quale non varrebbe nemmeno la pena disquisire. La pubblica esposizione della foto di un indagato di reato (grave) mentre le indagini sono in corso, mentre la magistratura sta cercando di fare luce sulle possibili cause della morte di un ragazzo, probabilmente incappato nella violenza sadica di qualcuno.   Ma noi non viviamo in un paese normale. Se così fosse, un cittadino che si rivolge alla Stato per avere giustizia dopo aver sepolto un proprio familiare ridotto ad una maschera di orrore e tumefazione, dovrebbe sentirsi garantito, rassicurato. Non dovrebbe impegnare parte della propria vita girando per le piazze con le foto del fratello morto, per svegliare quella Lex sonnacchiosa che, da piccolo, gli hanno raccontato, lo avrebbe protetto e sostenuto.

Se vivessimo in un paese normale, un genitore al quale hanno restituito il figlio cadavere,   con l’espressione del viso fissata in una smorfia di dolore, che forse annunciava una morte liberatrice da un pomeriggio di pestaggi, non dovrebbe essere sottoposto alla feroce umiliazione di ascoltare, ovunque, conversazioni nelle quali qualcuno si vantava di ‘aver pestato un drogato di merda’.

Lo so, il gesto di Ilaria Cucchi è stato avventato, può infatti armare la penna, o peggio le mani, di un qualche esagitato in cerca di vendetta fuori legge.

Sono certo di questo. Come sono certo che il cuore di quella madre sia stato scosso leggendo di quella   solidarietà che altri appartenenti alle forze dell’ordine hanno concesso all’indagato,  in maniera forse troppo precipitosa.

Dicevo, appunto, in un paese normale, la madre di un un altro ragazzo, Federico Aldrovandi,   non avrebbe dovuto rivedere suo figlio incollato a terra, con un lago di sangue dietro al cranio , il tutto condito da insulti di bassa lega lanciati da appartenenti a quelle forze dell’ordine che avrebbero dovuto proteggere lui e lei dal crimine, dal pericolo. Chissà se la madre di Federico  , mentre lo cresceva, immaginava che i rappresentanti del suo Stato, dopo averglielo restituito a brandelli, lo avrebbero definito ‘cucciolo di maiale’.

 

 

Quello che so, è che la verità può rendere pazzi.

Ho visto, nella mia pratica clinica, donne portate sull’orlo della follia perché il piccolo paese al quale chiedevano giustizia per essere state massacrate di botte dal compagno, le condannava al ruolo di puttana mendace. Ho visto fior di uomini adulti crollare, a metà del percorso di vita, perché nessuno mai credette alla violenza subita da ragazzini entro le mura familiari, o nelle opache pareti di alcuni istituti pseudo religiosi. Ho letto nei loro occhi la medesima disperazione  dalla famiglia di Cucchi, di Aldrovandi, il dramma di chi ha toccato con le mani una verità, ma è stato condannato ad occupare il posto di marginale, di folle, di colui che attenta e cerca di sovvertire quel malefico legame che da sempre unisce il mondo della legge all’universo grigio della non legge e della perversione.

In un consesso civile, nel quale a volte la legge abdica alla sua funzione, chi è vittima di reato può trovarsi chiuso in un angolo della verità e, dunque, in posizione delirante.

Le verità toccate con mano e rifiutate perché troppo scabrose,   lasciano cicatrici indelebili nei corpi e nelle menti dei testimoni, i quali vengono sistematicamente ignorati da gran parte dei media, esponenti del mondo politico e , dunque, scivolano nella pericolosa zona grigia dei fatti che, accerchiati da verità ufficiali che li sovrastano, finiscono per tramutarsi in delirio.  Gli uomini miti, nei quali non vi è ombra di perversione, si ammalano proprio per questa sovversione della legge. Questo è il paese della Diaz e di Bolzaneto. Come ebbi modo di scrivere a suo tempo,[1] durante i fatti di Genova la legge ordinaria venne sospesa, e uomini delle forze dell’ordine abdicarono alla loro funzione, quella di tutela e salvaguardia del cittadino, dando sfogo alle loro peggiori pulsioni sadiche, sino a quel momento forse malcelate, e strette forzosamente in una divisa per la quale si sono dimostrati indegni. Profittando di una condizione eccezionale: il via libera arrivato dai vertici i quali   acconsentirono alla sospensione della lex per allestire un altro palco , una scena perversa , regolata da un’ altra legge. Quella legge che ben descrisse Orwell:   Come si può esercitare potere su un essere umano?’ Facendogli sperimentare del dolore


 

‘Certo che sono stato io! Cosa credi!’ sbotta spazientito Jack Nicholson, il colonnello Jessep, provato dalla fatica di dover sostenere l'interrogatorio al processo per l'omicidio di un soldato, da lui ordinato secondo il 'codice d'onore', legge interna al sistema militare che permette qualsiasi nefandezza verso i sottoposti in nome del mantenimento dell'ordine interno.  Anche l'uccisione.  Un codice militare antico, strutturale, di natura opposta alle leggi democratiche che regolano la quotidianità americana, dai militari difesa e salvaguardata.  Quando spiega al novello avvocato Tom Cruise che cerca di incastrarlo applicando il codice penale, il comandate svela la sua natura di   guardiano dell'ordine parallelo, custode di regole che quell'avvocato non vedrà mai .
'Ordinò lei il codice rosso?' chiede l'avvocato Tom Cruise' Io voglio la verità!'  .' Tu non puoi reggere la verità!' grida Nicholson, assumendosi la responsabilità di aver dato l’ordine di pestare il soldato'Viviamo in un mondo pieno di muri, e quei muri devono essere sorvegliati col fucile. E chi lo fa questo lavoro. tu?Io ho responsabilità più' grandi di quello che voi possiate mai intuire! (….) Vi permettete il lusso di non sapere quel che so io. Cioè che la morte di Santiago probabilmente ha salvato delle vite. E che la mia stessa esistenza, benché grottesca ed incomprensibile ai vostri occhi, salva delle vite. Noi usiamo parole come codice, onore, fedeltà. Usiamo queste parole come spina dorsale di una vita spesa per difendere qualcosa. (…) Io non ho la voglia, nè il tempo, di venire qua a spiegare me stesso ad un uomo che passa la sua vita a dormire sotto la coperta di quella libertà che io gli fornisco, e poi contesta il modo in cui glie la fornisco! 

 


[1] http://www.psychiatryonline.it/node/5599

 

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