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Domani andrò a Scuola e dirò che due ragazze sono state uccise

PUBBLICATO IL 13 MARZO 2016 DA
 
 

Domani andrò a scuola e spiegherò quello che non vorrei mai dire. Ma è mio dovere come donna, madre e insegnante, dire a tutti i  miei studenti che due ragazze sono state uccise. Due ragazze di vent’anni che viaggiavano da sole in Ecuador. Le foto di Josè Maria Coni e Marina Menegazzo, sono su tutti i social e loro, i miei ragazzi, devono capire che la morte può avere gli occhi grandi come i loro. Sono morte, per non aver dato il loro corpo a mani squilibrate, imbrattate da una  furia legittimata da un’educazione culturale maschile improntata al dominio e al potere. Loro mi guarderanno, e io farò fatica a far capire che  il sorriso spensierato di Josè e Marina, si è  spento dopo un massacro spietato. Sarà difficile dire che le  hanno lasciate nel loro sangue ancora caldo a morire nella solitudine di una spiaggia abbandonata dall’umanità. Chiuse in un sacco per non vedere la luce della luna che lambiva le loro lacrime. Ascolterò i loro silenzi che non saranno come i commenti di un mondo che non si riconosce più, deformato dall’assenza di empatia, svuotato da ogni principio di moralità. E non sarà facile far capir loro che questi uomini non sono immaginari. No, queste persone sono dappertutto, vicino a noi, all’angolo della strada, nelle stazioni,  nelle ville lussuose, nelle case, come nelle chiese. Solo che noi non li vediamo, sono un’immagine collettiva che non ha volto, li rappresentano come ombre privi di forme umane. Eppure esistono, indossano i nostri stessi vestiti, parlano, ridono, mangiano e magari sono nostri amici. Non basterà ai miei ragazzi sentirmi dire che sarà una lotta eterna, che le donne possono e devono combattere per il solo fatto di essere nate tali. No, loro mi chiederanno perché dovranno aver paura  dei loro sogni, di un futuro di speranza, di ottimismo, di entusiasmo, di un viaggio con gli amici. Non posso rivelare che tanta gente pensa che la violenza sulle donne sia un problema delle donne, non posso narrare di quella giudice spagnola che di fronte ad una donna violentata e quasi ammazzata di botte  ha chiesto: ”Ma lei ha provato a chiudere le gambe?”, non posso assentire che il fittizio scenario maschile detti legge nelle parole e nelle immagini, per descrivere la violenza sulle donne. Non posso parlare di “raptus improvviso”, di gelosia, di repressioni infantili. Basta, io non lo farò più. Non posso dire che ci hanno abituato pomeriggio dopo pomeriggio ad assistere a processi, scoperte di cadaveri, interviste con l’assassino e che proprio su questo, si gioca l’auditel di un servizio informativo che celebra la morte della donna ogni giorno. Il linguaggio plasma la realtà, e i commenti di persone a cui la morte non ha mai sussurrato il suo ghigno, sono disumani e spietati: ” Se la sono cercata, potevano stare a casa loro, non dovevano andare in un posto così pericoloso, dovevano coprirsi di più”. Sempre questa doppia morale che attribuisce alle vittime una sorta di complicità. E il dolore, a volte non è peggio dell’umiliazione a cui noi donne siamo condannate da leggi fatte da uomini e non da Dei. Perché in questa società tutto ciò che si innalza deve essere prima o poi umiliato. Quando cala poi il sipario, non pensiamo più ai sogni distrutti, alle fantasie mai vissute di quelle due splendide ragazze, né al dolore dei familiari. E così se la sono andata a cercare: come Giulio Regeni, e Valeria Solesin. Luminosi ragazzi di cui dobbiamo tutelare almeno la loro dignità. Ai miei studenti domani parlerò di Josè Maria e di Marina, parlerò dell’importanza dell’educazione e come si  possa usarla per cambiare il mondo. Parlerò degli specchi della vita che solo loro decideranno se trasformarle in finestre.  Farò imparare a memoria questa frase, sperando continuino a sussurrarla nella loro vita: ”Andiamo a combattere, sempre al vostro fianco, nel vostro spirito, e vi  promettiamo che un giorno diventeremo così tanti, che non esisteranno le quantità di sacchetti per soffocarci tutti”.  E dedicherò loro questa poesia:

Fragile, opulenta donna, matrice del paradiso
sei un granello di colpa
anche agli occhi di Dio
malgrado le tue sante guerre
per l’emancipazione.
Spaccarono la tua bellezza
e rimane uno scheletro d’amore
che però grida ancora vendetta
e soltanto tu riesci
ancora a piangere,
poi ti volgi e vedi ancora i tuoi figli,
poi ti volti e non sai ancora dire
e taci meravigliata
e allora diventi grande come la terra
e innalzi il tuo canto d’amore..

Alda Merini

E loro guarderanno il sole. Trafitti da un raggio nell’immensa sera.

 

 
Pubblicato in cultura - istruzione

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