Crisi Ucraina, a Minsk Kiev ha già perso

In caso di accordo Kiev ne uscirebbe indebolita. Senza rischierebbe di sparire.

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09 Febbraio 2015

Un tank dei separatisti nell'Ucraina dell'Est.

(© GettyImages) Un tank dei separatisti nell'Ucraina dell'Est.

L'11 febbraio a Minsk i leader di Ucraina, Russia, Germania e Francia sono pronti a rilanciare il processo di pacificazione nel Donbass, congelato per quale mese e andato a rotoli definitivamente con l’escalation militare delle ultime settimane.
È probabilmente l’ultimo tentativo per evitare che il conflitto ucraino degeneri completamente e si trasformi in una proxy war, un conflitto per procura tra Russia e Stati Uniti, sul continente europeo.
L'EUROPA È SPACCATA. Che questa ipotesi sia molto vicina è un fatto rilevabile proprio dall’offensiva diplomatica guidata da Berlino e Parigi che nell’ultima settimana ha riportato al tavolo delle trattative Mosca e Kiev. Per parole della cancelliera tedesca Angela Merkel non ci sono alternative alla soluzione della crisi con il dialogo e non con l’opzione militare, mentre per François Hollande un fallimento dei prossimi colloqui potrebbe condurre a una guerra totale.
L’Europa è spaccata sulla strategia da utilizzare con la Russia: da un lato i falchi filoamericani (Gran Bretagna, Polonia, Paesi baltici) spingono per l’invio di armi letali a Kiev, dall’altro i moderati, tra cui l’Italia, prediligono la via diplomatica ed eventualmente un nuovo giro di vite alle sanzioni.
ITALIA DALLA PARTE DI CHI VUOLE TRATTARE. La posizione di Bruxelles, ribadita dall’alto rappresentatne per la politica estera Federica Mogherini anche alla recente Conferenza sulla sicurezza di Monaco, è che dallo stallo nel Donbass non se ne esce con artiglieria o aviazione. Le priorità immediate sono quelle del cessate il fuoco e degli aiuti umanitari alla popolazione, quelle sul medio-lungo periodo quelle di una ristrutturazione del sistema-paese ucraino attraverso il dialogo nazionale e il conseguente decentramento. Questi gli scenari per il dopo Minsk.

 

In caso di accordo Kiev deve subito affrontare il nodo autonomie

Un soldato dell'esercito ucraino a Mariupol, 21 ottobre 2014.

(© Gettyimages) Un soldato dell'esercito ucraino a Mariupol, 21 ottobre 2014.

Ammesso e non concesso che si giunga a un’intesa, basata sostanzialmente sugli accordi già firmati lo scorso settembre sotto la regia di Petro Poroshenko e Valdimir Putin, si pone in primo luogo ovviamente la domanda dell’implementazione.
Da questo punto di vista la questione rimane incerta come è stata finora e non ci sono attualmente garanzie che le parti in causa rispettino sino in fondo ciò che verrà stabilito.
L'OPZIONE DI CONGELARE LE POSIZIONI ATTUALI. Molto, se non tutto, dipende proprio da quello che uscirà da Minsk e dal tipo di concessioni che potranno essere fatte da un lato e dall’altro.
Il congelamento del conflitto sulle posizioni attuali e il mantenimento delle tregua darebbero in teoria la possibilità di guadagnare il tempo perso per rimediare alla situazione sfuggita di mano negli ultimi mesi e facilitare il dialogo interno tra centro e periferia. I separatisti filorussi, con il sostegno di Mosca, partono da una posizione di vantaggio, mentre a Kiev il tandem al comando, Poroshenko e Arseni Yatseniuk, se vorrà, dovrà accettare le regole del gioco.
POROSHENNKO E YATSENIUK INDEBOLITI. In ogni caso presidente e primo ministro, se l’armistizio terrà, dovranno confrontarsi in fretta con il tema dell’autonomia, sia del Donbass sia di altre regioni. Sino ad oggi non è stato fatto alcun passo verso le riforme costituzionali per il decentramento, promesse subito dopo la cacciata di Victor Yanukovich un anno fa.
Nel caso di un accordo a Minsk la posizione di Poroshenko e Yatseniuk sarà comunque necessariamente indebolita, aprendo di conseguenza un nuovo capitolo delle lotte interne, in realtà già cominciate, ma rimaste un capitolo sostanzialmente non narrato in Occidente.
Il rispetto dell’intesa si rifletterebbe positivamente sia sulle relazioni tra Russia ed Europa e soprattutto alleggerirebbe la pressione su Mosca nel caso della revoca nel breve periodo delle sanzioni.

 

Col fallimento dell'incontro il rischio per l'Ucraina è di scomparire

Combattente filorusso a Troitsko-Khartsyzk, Donetsk, 28 agosto 2014.

(© Getty Images) Combattente filorusso a Troitsko-Khartsyzk, Donetsk, 28 agosto 2014.

Se a Minsk non ci fosse accordo o se l’intesa andasse a gambe all’aria come accaduto nel recente passato, per l’Ucraina significherebbe il disastro totale.
La possibilità di un conflitto armato esteso, con i separatisti sostenuti ancor più da Mosca e il governo di Kiev armato da Usa e altri paesi Nato, sarebbe l’inizio della fine.
IL PAESE È GIÀ AL DISASTRO ECONOMICO. L’Ucraina, già al collasso economico, diventerebbe un buco nero in mezzo all’Europa seguendo il modello della disgregazione balcanica durante gli anni novanta.
Dopo il Donbass la guerra potrebbe allargarsi nelle regioni limitrofe, da Kharkiv a Odessa, spaccando in maniera definitiva il Paese.
CON LA GUERRA KIEVA SARÀ LA PRIMA DA AFFONDARE. Nel conflitto diretto, in cui la Russia interverrebbe in maniera più diretta e massiccia e l’Alleanza atlantica farebbe altrettanto, sarebbe Kiev la prima ad affondare.
Dal punto di vista politico è difficile che Poroshenko e Yatseniuk riescano a sopravvivere e la fragile alleanza tra colombe e falchi lascerebbe spazio a un governo militarizzato e teleguidato da Washington, in grado di controllare solo una fetta del Paese.
Sull’altra ci sarebbe la zampa dell’orso russo e l’Ucraina di fatto non esisterebbe più.

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