Expo 2015, le contraddizioni con la Carta di Milano

Il documento predica tutele. Ma tra sponsor e Paesi ospiti i conti non tornano. Dal land grabbing alla deforestazione. Fino alle nuove schiavitù. Le criticità.

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29 Aprile 2015

Era il 2009 e l'allora sindaco di Milano Letizia Moratti presentava così l'Expo assegnata da poco alla città: «È un progetto che si propone non solo obiettivi di crescita economica, ma anche di rafforzamento del dialogo interculturale e di responsabilità sociale nei confronti di Paesei colpiti dal dramma della povertà. Milano deve essere un punto di riferimento per il sistema Italia e del mondo intero».
Di più: «L'Expo dovrà essere la proposta corale e condivisa di nuovi paradigmi per l'esistenza del mondo».
Sette anni di inchieste, ritardi e polemiche dopo cosa resta di questi propositi? L'Expo ambrosiana rappresenterà davvero un nuovo paradigma?

 

  • Letizia Moratti festeggia l'assegnazione dell'Expo a Milano.

 

La Carta di Milano, l'eredità immateriale di Expo (almeno così è stata definita) parla chiaro. Anche se a guardare sponsor e partecipanti qualche dubbio viene.
Diritto al cibo sicuro e nutriente, contrasto degli sprechi, difesa del suolo, promozione dell'educazione alimentare, lotta al lavoro nero e minorile, sostegno del reddito, tutela della biodiversità investimenti nella ricerca, guerra alle frodi, energia pulita. Sono questi i 10 obiettivi contenuti nel manifesto tradotto in 19 lingue. Un impegno per i singoli cittadini e per i governi per sfamare la Terra.
MARTINA: «IMPEGNI CRUCIALI». «Il fondamento della Carta», ha detto il ministro per le Politiche agricole Maurizio Martina presentando il documento, «è tanto ambizioso quanto urgente: il diritto al cibo deve essere considerato diritto umano fondamentale e occorre, oggi più che mai, una mobilitazione diffusa per garantire l’equo accesso al cibo per tutti».
Gli impegni proposti, ha proseguito, «altrettanto cruciali: lotta allo spreco e alle perdite alimentari, difesa del suolo agricolo e della biodiversità, tutela del reddito di contadini, allevatori e pescatori, investimento in educazione alimentare e ambientale a partire dall’infanzia, riconoscimento e valorizzazione, più di quanto non sia stato fatto sino a qui, del contributo essenziale delle donne nella produzione agricola e nella nutrizione». 
CONTRADDIZIONI INTERNE ALL'EVENTO. E ancora: «Investire nella ricerca e in tecnologie con un rapporto nuovo tra pubblico e privato, favorire l’accesso all’energia pulita e lavorare per una sempre più corretta gestione delle cruciali risorse idriche, promuovere il riciclo e il riutilizzo, adottare azioni per la salvaguardia dell’ecosistema marino, proteggere con legislazioni adeguate il cibo da contraffazioni e frodi e contrastare il lavoro minorile e irregolare ancora drammaticamente diffuso».
Tutto pienamente condivisibile, certo. Eppure per quanto riguarda il diritto al cibo sano, la tutela del suolo, la lotta al lavoro nero e minorile, ci sono delle contraddizioni tutte interne all'evento.

 

 

  • McDonald's e Coca-Cola sono tra gli sponsor di Expo.

1. Lotta all'obesità: la scelta degli sponsor fa discutere

I governi, è sottolineato nella Carta, devono garantire a tutti una quantità di cibo sicuro, sano e nutriente.
Bene. Fa strano vedere tra gli sponsor marchi come Coca-Cola e McDonald's.
«Coca-Cola è l’Official Soft Drink Partner di Expo Milano 2015», è scritto chiaramente nel sito della manifestazione. «Il brand è stato scelto in virtù del suo impegno sul fronte dell’innovazione e della crescita sostenibile, capace di generare ricchezza per le comunità, tutelando le risorse utilizzate e incoraggiando consumi e stili di vita equilibrati».
McDonald's rientra invece nel progetto Fare Futuro lanciato per sostenere l'agricoltura italiana con il patrocinio del ministero delle Politiche agricole. L'iniziativa si rivolge a imprenditori italiani con meno di 40 anni che hanno un progetto di innovazione e sostenibilità per la propria azienda. Venti di loro potranno rientrare tra i fornitori ufficiali di McDonald's per tre anni.
INVESTIMENTI IN ITALIA. «Questo progetto», ha detto l'amministratore delegato di McDonald's Italia, Roberto Masi, «aiuterà 20 giovani agricoltori a rafforzare la loro azienda. Al momento già oltre l'80% delle forniture proviene da allevamenti e aziende agricole italiane per un valore di 400 milioni di euro».
«Questo progetto», ha ribadito Martina, «rappresenta un'occasione per sperimentare nuovi rapporti di lavoro con i giovani imprenditori agricoli, puntando sulla innovazione che incarnano, dando loro stabilitaà anche nel medio periodo e contribuendo al ricambio generazionale in un settore chiave come quello agroalimentare».
Bene. Lavoro e opportunità. Ma la salute?
IN SOVRAPPESO IL 20% DEGLI ITALIANI. I numeri sono impietosi. In Italia circa il 20% della popolazione è obeso. Percentuale raddoppiata dagli Anni 80 a oggi. Per un costo sanitario di circa 2,5 miliardi di euro all’anno.
Una piaga sociale che non risparmia i più piccoli: il sistema di monitoraggio OKkio alla Salute del Centro nazionale di prevenzione e controllo delle malattie (Ccm) del ministero (raccolta di dati antropometrici e sugli stili di vita dei bambini delle terza classe primaria 8-9 anni di età) ha riportato che il 22,9% degli individui presi in esame è in sovrappeso e l’11,1% in condizioni di obesità (dati relativi all’anno 2010).
IL NESSO TRA FAST FOOD E MASSA CORPOREA. Ma c'è correlazione tra fast e junk food e obesità? Il nesso è stato studiato da Roberto De Vogli del dipartimento di Salute pubblica dell’Università della California di Davis e pubblicato sul Bulletin dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms). Più le persone effettuano «transazioni» nei fast food più aumenta il loro indice di massa corporea.
L'aumento dell'obesità non è poi un allarme solo per i Paesi industrializzati, ma anche per quelli in via di sviluppo.
Ci si chiede dunque se sia stato opportuno, al di là dell'aspetto economico, accettare tra i main sponsor Coca-Cola e McDonlad's. A meno che non si voglia nutrire il Pianeta a bocconi di BigMac. E pagarne le conseguenze.

 

  • Una coltivazione di palma da olio.

2. Tutela della terra: l'ombra del land grabbing sul grande evento

Tutelare il suolo, uno dei punti della Carta, equivale a tutelare i suoi lavoratori oltre all'ambiente. La sostenibilità è infatti anche sociale.
Eppure anche in questo caso Expo predica bene e pare razzolare male.
LA NUOVA ALLEANZA NEL MIRINO. A dimostrarlo è la contestata New Alliance. Stretta nel 2012 dai Paesi del cosiddetto Primo mondo, ha come obiettivo sconfiggere la fame di 50 milioni di persone in Africa entro il 2020. Il problema è che si tratta di una partnership tra pubblico e privato che consegna di fatto lo sviluppo agricolo di 10 Stati del Continente nero a 180 aziende, molte delle quali multinazionali. L'investimento promesso è di 8 miliardi.
Si tratta però di neo-colonialismo mascherato, un semplice make up. Visto che le terre spesso vengono espropriate, «arraffate» (land grabbing) praticamente gratis (in Mozambico la concessione per 99 anni è pagata un dollaro l'ettaro) a danno dei contadini locali.
IL CASO DELLA TANZANIA. È accaduto anche in Tanzania, ma è solo uno degli esempi. In 1.300 hanno perso la loro proprietà. Protagonista la svedese EcoEnergy che ha affittato 20 mila ettari di terre per 99 anni dove coltivare principalmente canna da zucchero. La terra risulta quindi in mano al governo e pertanto non è tassabile.
Dal 2006 al 2012, l'associazione non governativa Grain.org ha censito 416 espropriazioni, per 35 milioni di ettari in 66 Paesi. Gli Stati Uniti sono i primi con 7,6 milioni di ettari, seguono Malesia (3,6 milioni), Emirati Arabi Uniti (2,8 milioni), Regno Unito (2,4 milioni). Ma anche l'Italia ha fatto la sua parte, piantando il tricolore in Etiopia, Liberia, Mozambico e Senegal. Oltre al Sud-Est asiatico.
LA PIAGA DEL LAVORO MINORILE. Accusata di land grabbing e sfruttamento è stata anche Eni, per il 30% di proprietà dello Stato e tra gli sponsor di Expo. Da alcune ricerche effettuate da ActionAid, Fao e Grain (il cui database online farmlandgrab.org è tra i più documentati sulle acquisizioni e locazioni di terra riportate dai media dal 2008), compariva tra le aziende italiane coinvolte in grandi progetti di affitto di terreno agricolo: 180 mila ettari nella Repubblica Democratica del Congo, destinati a coltivazioni di palme da olio.
Insieme con il jatropha, l'olio di palma è usato come combustibile bio (oltre a essere presente in moltissimi alimenti che finiscono sulle nostre tavole).
Il problema è che queste piantagioni uccidono spesso la foresta pluviale e, con essa, gli animali che la abitano, tra cui gli oranghi. Non solo. Gli agricoltori locali vedono distrutte le loro terre, a danno della biodiversità. E, infine, in questi campi lavorano centinaia, migliaia di bambini per quattro o cinque dollari al giorno. E il lavoro minorile è un'altra delle battaglie della Carta di Milano.
Nel 2013 1,9 milioni di tonnellate di olio sono arrivate in Unione europea. A produrlo aree di 700 mila ettari in Malesia e Indonesia.
LA CERTIFICAZIONE DI SOSTENIBILITÀ. Parte di questo olio è acquistato da Eni che ha recentemente riconvertito la raffineria di Porto Marghera. Operativa dal mese di giugno 2014, con una capacità di circa 350 mila tonnellate all'anno di green diesel, la raffineria «utilizza oli vegetali di prima generazione (olio di palma), provenienti dall’Indonesia», ha chiarito il gruppo a Lettera43.it. Sottolineando che «l’olio che oggi viene utilizzato è certificato secondo una o più norme volontarie approvate dalla Commissione europea». In particolare, «tutte le norme vietano la coltivazione in zone di alta biodiversità come per esempio le aree ricoperte da foresta primaria». Il sistema di certificazione di bio-sostenibilità prevede inoltre che «ogni singola partita di prodotto acquistata debba essere dichiarata sostenibile ai sensi della direttiva europea 28/2009 e del d.l. attuativo 28/2011 dal fornitore stesso, che sia già stato a sua volta certificato tramite i suddetti sistemi di certificazione volontaria».
Dunque è il fornitore che certifica la sostenibilità del prodotto. E, mentre si presta attenzione alle emissioni e alla deforestazione, non si fa cenno al lavoro minorile.
UN INGREDIENTE ONNIPRESENTE. Sempre legata all'olio di palma, ma per questioni di opportunità, è da segnalare la presenza di questo ingrediente in moltissimi prodotti italiani.
Tra cui quelli a marchio Ferrero (altro sponsor Expo). Pure le patatine San Carlo utilizzano l'olio di palma. E testimonial del marchio, tra mille polemiche, è Carlo Cracco, chef ambassador della manifestazione.

 

  • Baby lavoratori birmani in Thailandia.

3. Difesa dei lavoratori: nuove schiavitù crescono in Thailandia e Bangladesh

La sostenibilità è un grosso problema anche in Bangladesh. Nel mirino l'allevamento di gamberi (come raccontato da Presa Diretta). A 12 ore da Dacca, si trova un'area agricola trasformata in un enorme lago salato.
Dove prima c'erano campi, risaie e foreste, ora donne e bambini allevano crostacei per il mercato straniero. 
IL BUSINESS DEL TRASH FISH. In Thailandia, invece, è in espansione il business del pesce spazzatura, destinato a diventare mangime anche per i nostri polli e maiali. Non solo. Molti degli uomini che lavorano sui pescherecci, infatti, sono schiavi.
Immigrati, prevalentemente birmani, sono venduti ai proprietari delle imbarcazioni per 25-35 mila bath (dai 620 agli 800 euro) e costretti a lavorare fino a 20 ore al giorno per un piatto di riso. Questo con la connivenza di polizia e potentati locali.
OLTRE I PADIGLIONI. Bene, il Bangladesh, che permette questo tipo di allevamenti, sarà presente all'Expo nel cluster dedicato al riso. La Thailandia offre diversi filoni espositivi tra cui «Innovazioni tempestive» e «Servire un sogno», volto a prevenire la fame nel mondo, proteggendo l’ambiente e garantendo una vita improntata alla sostenibilità per ogni Paese e individuo. E «Sostenibilità, l’equilibrio della vita» è l’approccio adottato dal re della Thailandia nel suo costante sforzo di sostenere i contadini locali.
Sarebbe interessante conoscere in occasione dell'Esposizione universale l'impegno di questi Stati per tutelare l'ambiente e i diritti civili.

 

  • Carlin Petrini, fondatore di Slow Food.

4. Biodiversità e produzioni locali: il contrasto con le multinazionali

Altra contraddizione è la convivenza (forzata?) all'interno dell'Expo di piccole realtà produttive - alla Slow food per intenderci - e le grosse multinazionali alimentari.
Barilla, per esempio, che ha curato la bozza del protocollo mondiale sul cibo e che, è l'accusa, non ha molta dimestichezza con le politiche di sovranità alimentare necessarie per riuscire a sfamare il Pianeta.
NESTLÈ E LA BORSA DELL'ACQUA. E all'Esposizione, attraverso la Sanpellegrino che fornirà 150 milioni di bottiglie di acqua con la sigla Expo in tutto il mondo, è presente anche Nestlè. Il cui presidente Peter Brabeck nel 2011 si disse potenzialmente «non contrario» alla creazione di una Borsa dell'acqua utilizzata nei processi industriali e agricoli.
Per promuovere un uso sostenibile e affinché i consumi non siano superiori alla capacità di rinnovo delle riserve naturali, è il ragionamento, è fondamentale che il prezzo dell'acqua rifletta il valore reale del renderla disponibile, come nel caso del petrolio.
LE CRITICHE DI SLOW FOOD. Lo stesso fondatore di Slow Food, Carlin Petrini, ha critricato il progetto, al quale però parteciperà. Per non rinunciare a «dare un'anima all'Expo, rispettando i contadini, i pescatori e tutti quelli che sono i veri protagonisti della produzione del cibo, non i supermercati e le multinazionali».
E McDonald's? Per Petrini non stupisce la presenza, quanto il patrocinio del ministero.
FARINETTI E QUELL'AMICO IN COCA-COLA. E poi c'è chi, pur avendo costruito un impero sul made in Italy, non batte ciglio. «Essere contrari alla presenza di Mc Donald's e Coca-Cola è una stupidaggine enorme», ha detto Oscar Farinetti, patron di Eataly. «Il tema di Expo è nutrire il pianeta, è universale. Semmai dobbiamo parlare del perché nel mondo c'è ancora un 20% di malnutriti. Non so cosa faranno Coca Cola e Mc Donald's, che è presente come main sponsor. La presenza non è così forte. Saranno chiamati ovunque nel mondo, io sono amico dell'amministratore di Coca-Cola e gli rompo le scatole ogni giorno affinchè tolga i coloranti dalla bevanda».
Chissà se gli darà retta.

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