Francia, la macchina dei servizi segreti

Tredicimila tra agenti e 007. Un budget da 800 mln. E poteri straordinari sul web. Ma troppa frammentazione. Funzionamento e limiti dell'intelligence francese.

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16 Novembre 2015

Il presidente francese Francois Hollande col premier Manuel Valls.

(© Ansa) Il presidente francese Francois Hollande col premier Manuel Valls.

Sono 13 mila gli uomini dei servizi segreti francesi incaricati di proteggere i cittadini della République.
E in queste ore, sulla loro affidabilità e la loro efficienza si allungano ombre e si gonfiano polemiche.
GLI ALLARMI INASCOLTATI. Gli allarmi su un possibile attentato in Occidente, e in particolare in Francia, erano arrivati dall'Iraq da dove gli 007 avevano lanciato l'allerta su una azione concertata di kamikaze e unità dell'Isis specializzate nelle azioni all'estero – «Non ci hanno ascoltato», ha dichiarato il ministro degli Esteri di Baghdad–, dagli Usa che avevano diramato un allarme generale.
E dalla Turchia, che nell'ultimo anno ha avvisato in due occasioni le autorità francesi che Omar Ismail Mostefai, uno degli attentatori del Bataclan, avrebbe potuto compiere un attacco kamikaze.
GRANDI POTERI DI SORVEGLIANZA. Allarmi di tal genere, è la replica degli 007 di Parigi, arrivano ogni due giorni.
La République, inoltre, ha riformato i servizi segreti due volte in pochi anni, una dopo la strage di Tolosa compiuta da Mohamed Merah, una, dopo il massacro di Charlie Hebdo.
Ne ha accresciuto forze e diritti, regalando alla Francia i più vasti poteri di sorveglianza del web (e violazione della privacy) dell'Occidente.
6 MILA AGENTI PER L'ESTERO. La Direzione generale sécurité exterieure (Dgse), i servizi esteri che dipendono direttamente dal ministero della Difesa, fa la parte del leone: 6 mila dipendenti che dal quartier generale, nel 20esimo arrondissement, intercettano, analizzano video, tracciano le comunicazioni globali, incluse quelle dell'estremismo islamico.
Non a caso dal 2013 il direttore della Dgse è Bernard Bajolet, 63 anni, ex ambasciatore in Afghanistan, in Algeria e Giordania: un esperto conoscitore del mondo arabo.

L'inchiesta sulle falle dei servizi interni: trascurato l'islam radicale

La sede della Dgsi.

La sede della Dgsi.

Il nido delle spie francesi si trova in Boulevard Mortier, sede storica dei servizi esteri.
Qui 5.400 agenti producono migliaia di note da inviare ogni anno all'Eliseo, a Matignon, sede del governo, al ministero della Difesa e al ministero dell'Interno. Anche grazie a 600 007 sul campo, infiltrati o in incognito. Che stanno soprattutto sul fronte medio orientale, sfruttando anche la potente e radicata rete diplomatica francese in Nord Africa e nel Golfo.
600 MILIONI DI BUDGET. È attraverso la Dgse, per esempio, che nel 2012 la Francia di François Hollande ha fornito armi ai ribelli siriani del Free Syrian Army (addirittura violando l'embargo dell'Ue), secondo quanto riportato in un'intervista del giornalista Xavier Pannon.
Il tutto per un budget annuo che si aggira secondo Le Monde attorno ai 600 milioni di euro.
E per un apparato che secondo il premier Manuel Valls ha saputo adattare ai tempi 'reclutamento e mezzi tecnologici'.
Con quei mezzi la Dgse, come e di più della Nsa americana con cui peraltro ha collaborato, può fare una pesca a strascico dei flussi di informazione del web per qualsiasi ragione di Stato, quella economica compresa, grazie a una legge sulla sorveglianza di massa contestatissima che permette di mettere sotto controllo provider e reti sociali.
POCHI SEGUONO L'ISLAM RADICALE. Il secondo pilastro della sicurezza nazionale è la Dgsi, la Direction generale securité interieure. Che ha una storia più controversa. La sede a Levallois Perret, comune della cintura parigina. E un bilancio di circa 200 milioni.
Dgsi, che attualmente impegna circa 3.500 agenti, è nata nel 2014, su spinta proprio dell'attuale premier Valls, in precedenza ministro degli Interni. Nasce sulle ceneri della Dcri, la struttura in cui Nicolas Sarkozy aveva fatto confluire due diversi rami di spionaggio: quello dedicato alle informazioni generali e al contro-spionaggio degli agenti stranieri sul territorio francese e quello, cruciale, dell'anti terrorismo. Peccato che le due sezioni non si fossero integrate come ha messo in luce un'inchiesta parlamentare pubblicata il 13 maggio 2013 e avviata dopo la strage di Tolosa.
La cesura tra i funzionari dei due servizi persiste, scriveva il presidente della Commissione giustizia del parlamento francese Jean Jacques Urvoas, vicino a Valls, aggiungendo che i funzionari degli uffici locali erano relegati al rango di semplici informatori.
E che troppo pochi erano gli addetti a seguire l'islam radicale. Come dire che il fianco più esposto era anche quello più scoperto. Chapeau.

Il numero degli schedati è il doppio degli 007

Patrick Calvar il numero uno dei servizi segreti interni francesi.

Patrick Calvar il numero uno dei servizi segreti interni francesi.

Valls ha riformato la Dgsi, facendola dipendere direttamente dal ministero dell'Interno.
E ha chiamato a dirigerla Patrick Calvar, un alto dirigente che ha fatto carriera nel controspionaggio, esperto di terrorismo islamico ed ex responsabile di una delle cinque direzioni, quella informativa appunto, in cui si dividono i servizi esterni.
UN SERVIZIO SOLO PER PARIGI. Il problema della frammentazione delle agenzie, lo stesso che è emerso peraltro dalla commissione di inchiesta del Congresso americano sull'11 settembre, però non è risolto. Oltralpe infatti hanno altri tre servizi di informazione.
Il servizio centrale di informazione territoriale si occupa d'ordine pubblico, dei movimenti sociali e politici estremi, della violenza urbana. Un servizio ad hoc difende le strutture personali e militari. E la prefettura di Parigi ha un suo servizio di informazione che si occupa della capitale e della sua banlieue. 
Dal 2008, c'è una struttura di coordinamento e da cinque mesi a dirigerla c'è un altro alto diplomatico: Didier Le Bret, l'ex numero uno dell'unità di crisi del Quai d'Orsay, il ministero degli Esteri francesi. Ma tutto questo basta ad affrontare la nuova minaccia dell'Isis, cioè di un'organizzazione con ambizioni statutali esterna che attira cittadini francesi pronti a tornare a farsi esplodere per uccidere i loro connazionali? Di chi è la competenza in una sfida di questa portata?
6 MILA PERSONE SCHEDATE. Oggi il Dgsi segue 500 individui, ma ne ha schedati 6 mila: quasi il doppio dei suoi dipendenti. Solo 1.300 sarebbero i foreign fighter francesi. E procede per allerte urgenti e meno urgenti.
Secondo l'ex giudice anti terrorismo Marc Treévidic, «i servizi francesi sono sopraffatti». Semplicemente: «Non siamo più in grado di prevenire gli attentati». I politici «prendono misure marziali, ma non hanno visione di lungo termine». Più polemico l'europarlamentare del centrodestra francese Arnaud Danjean che parla di rivalità «politico amministrative e pesantezze burocratiche».
Che siano le une o le altre, i servizi francesi sembrano vittime della sindrome della maglia larga: puoi controllare tutti i dati del web o migliaia di individui, ma se poi le analisi non circoscrivono il campo non serve a nulla.
Per circoscriverlo il passaggio di informazioni è fondamentale, all'interno dei servizi francesi come in quelli dell'Ue. Una delle ragioni per le quali i terroristi scelgono il Belgio l'ha spiegata l'ex funzionario della Dgse Claude Moniquet a Le Figaro: «Parigi ha una prefettura, la regione di Bruxelles ne ha sei».

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