Isis, come neutralizzare i foreign fighter

Deradicalizzazione. Dialogo. Offerta di nuove prospettive. E più intelligence. L'esperto di terrorismo Coolsaet sulle strategie per combattere il fenomeno.

di

|

26 Marzo 2016

Ragazzi che non hanno nulla da perdere. Vulnerabili. Con personalità disturbate e spesso inclini alla violenza.
Ma anche delinquenti comuni, coinvolti nel traffico di stupefacenti o membri delle gang di strada per esempio.
La quarta ondata di foreign fighter che dall'Europa raggiunge i territori occupati da Daesh è spinta, come spiegato da Rik Coolsaet, professore di Relazioni internazionali a Gent ed esperto di terrorismo, più da motivazioni personali che religiose.
LE MODALITÀ DI RECLUTAMENTO. I ventenni cresciuti nei sobborghi di Bruxelles o nelle banlieue francesi non si avvicinano alla follia omicida del Califfato nelle moschee o in madrasse (cosa che invece accadeva per le precedenti ondate di foreign fighter), ma il reclutamento avviene nella rete di amici, parenti, vicini. Nei parchi, nelle strade, a scuola.
E la deradicalizzazione e la necessaria prevenzione devono tenerne conto.
IL RUOLO DELLA COMUNITÀ. «Eliminare i motivi che spingono i giovani europei a partire per la Siria e l'Iraq», scrive Coolsaet nello studio su radicalizzazione e foreign fighter che Lettera43.it ha potuto visionare, «non può essere delegato esclusivamente alla comunità islamica», per il semplice motivo che non è la religione la prima causa del loro comportamento.
Ma non può nemmeno essere lasciato alle autorità pubbliche.
Allora come è possibile combattere il fenomeno?

1. Ricordare che la deradicalizzazione passa dal contesto sociale

Fedeli musulmani in preghiera.

Fedeli musulmani in preghiera.

La domanda stessa «È possibile deradicalizzare un musulmano?» è mal posta. Perché sottintende che l'Islam, in particolare salafita, sia la chiave del problema.
Tesi sposata dal premier francese Manuel Valls dopo la strage alla redazione di Charlie Hebdo. «Abbiamo un nemico», disse, «è l'Islam radicale e una delle sue componenti: il salafismo».
Come se la radicalizzazione fosse una sorta influenza che inesorabilmente e fuori da ogni logica spinge l'individuo a farsi saltare in aria nel nome di Allah.
UN PROCESSO COMPLICATO. «Questa», scrive il professore, «non è che una caricatura» di un processo molto più complesso e individuale.
Che colpevolizza solo l'aspirante jihadista e la sua famiglia, senza considerare il ruolo della società
Già il termine «radicalizzazione» è una semplificazione. In essa infatti giocano motivi personali e contesto sociale.

2. Smontare la visione utopistica del Califfato

Molenbeek, quartiere di Bruxelles.

Molenbeek, quartiere di Bruxelles.

Se è fuorviante puntare il dito contro l'individuo e la sua famiglia, altrettanto lo è attaccare esclusivamente la società.
Va anche sottolineato che il fenomeno dei foreign fighter, ricorda Coolsaet, non può essere spiegato solo attraverso il fallimento di politiche di integrazione. Questi ragazzi «non sono marionette senza libero arbitrio».
Utilizzare questa lente parziale cancella automaticamente le tante storie positive di integrazione.
CONCORSO DI CAUSE. La questione è infatti molto più complessa. Elementi individuali come delusione, mancanza di prospettive future, narcisismo, violenza si innestano su un contesto sociale che esclude questi ventenni di terza o quarta generazione e non offre loro alcuna possibilità.
Ecco allora che Daesh rappresenta per loro una utopia o una 'super gang'. La possibilità, in altre parole, di essere considerati persino come eroi. Esattamente l'obiettivo della propaganda dell'Isis.
QUESTIONE DI FORTUNA. Coolsaet cita a proposito una dichiarazione di Barack Obama dopo le proteste a Baltimora del 2015: «Sono cresciuto senza padre, spesso alla deriva e senza una direzione precisa. L'unica differenza tra me e questi giovani uomini è che sono cresciuto in un ambiente in cui ho incontrato persone che mi hanno dato una seconda chance, o una terza, o sono state una guida. Sono stato fortunato».

3. Fornire una nuova prospettiva ai soggetti a rischio

Abaaoud in Siria.

Abaaoud in Siria.

La risposta delle autorità al fenomeno dei foreign fighter finora è stata, e non poteva essere altrimenti, repressiva.
Certo, un piano per neutralizzare alla radice i motivi che spingono i ragazzi a partire e a diventare terroristi implica molto più tempo, risorse e lungimiranza. Senza contare che i risultati non sono lineari.
Oggi un ruolo importante lo sta svolgendo la comunità musulmana che organizza incontri, workshop e incontri per familiari.
«UNA TRAGEDIA UMANA». Ogni partenza verso le zone del Califfato, infatti, rappresenta una «tragedia umana». Da un luogo dove prevale la legge del più forte, continua il professore, nessuno torna 'disarmato', certamente non un adolescente o un ventenne.
L'unica via d'uscita è fare capire a questi ragazzi che hanno un futuro e un posto nella società.
Una cosa è certa: nessuna deradicalizzazione avrà successo se non si riconosce la necessità di intervenire sul contesto che ha portato questi giovani a partire.

4. Mettere in atto strategie personalizzate

Bruxelles, commemorazione delle vittime.

(© Getty) Bruxelles, commemorazione delle vittime.

Il primo passo è ristrutturare il dibattito a partire dalle basi. Per esempio, occorre cominciare a riflettere sul fatto che la domanda da porsi non è «come pensa?», ma piuttosto «cosa prova?».
La religione, si diceva, non è centrale. Bisogna invece comprendere su cosa si fonda la subcultura del «no future», senza cedere a uno sterile story telling.
Per questo vanno individuati i soggetti in difficoltà e a rischio.
APPROCCI FACCIA A FACCIA. Occorre, poi, mettere in atto strategie personalizzate, su misura. Spot in televisione, per esempio, potrebbero non essere sufficienti. Approcci e interazioni faccia a faccia risultano invece più incisivi, dal momento che la persona coinvolta deve essere considerata come individuo e non solo come «membro di un gruppo ostile».
Non solo: l'aspirante jihadista deve essere disposto all'ascolto. Ecco allora che giocano un ruolo fondamentale coach e mentori che riescano ad attivare canali per conquistare la sua fiducia.
Persone che riescano a indicare loro chiaramente prospettive diverse dal jihad, riconnnettendo l'interessato alla società a cui appartiene.
Deradicalizzarli per poi rigettarli in pasto al traffico di droga o ad altri comportamenti devianti non risolve la situazione.
NON CEDERE AL TERRORE. Infine, dice Coolsaet, non bisogna essere terrorizzati dal terrorismo. Vale la pena di ricordare le parole inclusive dell'ex sindaco di Londra Ken Livingstone pronuniciate all'indomani delle stragi del luglio 2005: «Non si è trattato di un attacco al potere ma di un attacco contro i lavoratori londinesi, bianchi e neri, cristiani e musulmani, indù ed ebrei, giovani e vecchi. Non è una ideologia, non è una fede perversa. È solo un indiscriminato attacco alla massa e sappiamo qual è l'obiettivo: cercano di dividerci, di metterci gli uni contro gli altri».
E poi, ça va sans dire, resta l'azione necessaria dell'intelligence che va potenziata attraverso la condivisione di informazioni.
Una buona intelligence e una buona politica, conclude Coolsaet, da sempre sono le prime armi contro il terrorismo.

 

Twitter @franzic76

© RIPRODUZIONE RISERVATA

boubakar 27/mar/2016 | 17 :38

Fallimento della democrazia.
Nel senso che la democrazia occidentale non è riuscita ad integrare i suoi cittadini di etnie e culture diverse per superficialità, opportunismo politico, opposizione dei poteri forti e, sicuramente, quella superbia da conquistatori da mettere in soffitta, per sempre.
Un po' la storia razziale americana, sempre accesa sotto le ceneri e incanalata verso perenne guerre costruite a tavolino.

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
prev
next