Petrolio, l'accordo a metà tra Arabia Saudita e Russia

Riad e Mosca pronte a congelare la produzione. Ma non fanno i conti con l'Iran. Che vuole tornare ai livelli pre embargo. Mentre sui mercati c'è il rischio bolla.

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16 Febbraio 2016

Combattono, di fatto, in Siria una guerra che ha fatto già 500 mila morti, ma siglano la tregua sul petrolio.
A Doha, la capitale del Qatar, è stato raggiunto un accordo a suo modo storico: un'intesa, la prima in 15 anni, tra Paesi Opec e non Opec sul prezzo dell'oro nero.
Da una parte il ministro saudita Ali al Naimi, dall'altra il collega russo Alexander Novak, cioè i rappresentanti dei due Paesi che producono più greggio al mondo, e insieme a loro il ministro del petrolio del Venezuela, Eulogio del Pino, e il padrone di casa, Mohammed Saleh al-Sada.
PREZZO CROLLATO DEL 70% IN DUE ANNI. Riad e Mosca hanno raggiunto un “cessate il fuoco” dopo un prolungato braccio di ferro che ha fatto crollare il prezzo del petrolio del 70% nel giro di due anni, toccando il minimo da 12 anni.
Ma la tregua tra Russia e Arabia Saudita non sembra sufficiente per i mercati (a New York il petrolio ha aperto ancora in calo) perchè la produzione rimane ben eccedente la domanda. E all'intesa manca la firma del convitato di pietra: l'Iran, deciso a lottare per far tornare le sue esportazioni ai livelli pre embargo. 
Mentre le mosse dei padroni del petrolio rischiano di avere conseguenze sull'economia globale. Ecco perché.

 

1. La strategia di Riad: produzione alta contro Usa e Russia 

Le scorte di greggio dell'Ue non sono mai state così alte. La domanda globale di petrolio è bassa a causa del rallentamento della crescita cinese, delle difficoltà europee e della ripresa americana meno robusta del previsto. E l'offerta invece è aumentata.
Negli ultimi 18 mesi l'Arabia Saudita, il primo produttore al mondo con una media di 7 milioni di barili esportati al giorno, ha tenuto la produzione alta nel tentativo di mettere in ginocchio i suoi competitor.
I nuovi produttori americani, in primis, che si sono moltiplicati dopo la diffusione della nuova tecnica estrattiva dello shale gas rendendo gli Usa più vicini all'indipendenza energetica. Ma anche la Russia, nemico strategico alleato del regime iraniano e secondo produttore di petrolio al mondo.
IL GIOCO AL RIALZO DI MOSCA. Negli Usa la strategia dei sauditi sta mettendo sul lastrico numerosi nuovi produttori, ma Mosca ha risposto con un gioco al rialzo, aumentando le sue esportazioni verso la Cina.
E intanto in Medio Oriente Iraq, Libia e Iran hanno a loro volta aumentato la produzione. 
I Paesi produttori di petrolio stanno inonando il mondo di greggio, avvitandosi in una spirale che sta mettendo in crisi le loro stesse economie. E non solo. 

2. La mediazione del Venezuela: tentativo disperato per salvarsi

Il gioco  muscolare di Riad, abituata ad usare le sue riserve come una clava sull'economia globale, si è tradotto in un deficit del 16% per le casse pubbliche della monarchia saudita.
Ma la dinastia del Golfo, che assieme a Kuwait ed Emirati Arabi Uniti, ha riserve di liquidità pari a circa 1.000 miliardi di dollari.
Non si può dire lo stesso per il Venezuela, membro dell'Opec, che dal petrolio ricava il 95% delle sue entrate fiscali o della Nigeria (che ha percentuali simili).
PAESE VICINO AL DEFAULT. Caracas registra oggi un'inflazione al 140% ed è vicina al default, mentre Abuja è pronta a un nuovo salvataggio da parte del Fondo monetario internazionale.
Per salvarsi, il Venezuela ha cercato di mediare tra l'alleato di Mosca e i Paesi del Golfo, diventando il tramite tra l'Opec e il ministro del petrolio russo Novak. 

3. I termini dell'accordo: produzione congelata se altri Paesi aderiscono

L'accordo raggiunto a Doha tra i tre membri Opec - Arabia Saudita, Venezuela e Qatar - e la Russia congela la produzione ai livelli di gennaio.
Ma cosa significa in concreto? Nel primo mese del 2016, l'Agenzia internazionale dell'energia ha registrato una produzione di 10,2 milioni di barili al giorno per l'Arabia Saudita, appena 300 mila in meno del picco di giugno 2015, e di 10, 9 milioni di barili al giorno per la Russia.
Questi valori corrispondono a una sovrapproduzione di 1,9 milioni di barili al giorno. I mercati, che ai numeri sono legati, hanno accolto la notizia tiepidamente.
«L'INIZIO DI UN PROCESSO». Il ministro del petrolio saudita ha presentato l'accordo solo come l'«inizio di un processo».
Ma il comunicato diffuso dal ministero dell'Energia russo chiarisce anche che questo primo passo dipenderà dall'adesione che riscuoterà.
«I quattro Paesi», recita la nota, «sono pronti a congelare la produzione di greggio ai livelli di gennaio se altri produttori di petrolio si associano a questa iniziativa».

4. I grandi assenti: l'intesa non fa i conti con Iran e Iraq

Al tavolo di Doha stava infatti un convitato di pietra: l'Iran, nemico dell'Arabia Saudita e alleato di Mosca che sta faticosamente cercando di riconquistare la sua quota di esportazioni di greggio dopo la firma dell'accordo con Ue e Stati Uniti e la fine dell'embargo.
Nella prima metà di febbraio, l'Iran è tornato a esportare per la prima volta greggio in Unione europea.
ESPORTAZIONI IN CRESCITA. Fonti iraniane hanno fatto sapere a Bloomberg che la Repubblica islamica è pronta a congelare la produzione solo dopo aver riagguantato la quota di mercato occupata prima delle sanzioni.
Da marzo, Teheran prevede di esportare almeno 1,5 milioni di barili al giorno.
Alla produzione iraniana, vanno poi aggiunte le esportazioni irachene, in costante aumento dalla fine della guerra e arrivate oggi a 4,35 milioni di barili al giorno.
Al punto che, secondo Eugen Weinberg, capo della ricerca sulle materie prime di Commerzbank, «se l'Iran e l'Iraq non sono parte dell'accordo, non ne vale molto la pena».  
L'accordo di Doha, dunque rischia di assomigliare all'intesa sul cessate il fuoco siriano, annunciata a Monaco e mai messa in pratica.

5. I rischi sui mercati: verso una bolla energetica?

La diminuzione del prezzo del petrolio storicamente accompagna i periodi di ripresa.
Oggi non è così, anzi: il calo dei prezzi è uno dei maggiori fattori di instabilità dei mercati.
Se Cina e India, importatori netti di petrolio, possono sfruttare il greggio ai minimi, la maggioranza dei Paesi emergenti rischiano di venirne travolti.
Il rischio viene dall'alta correlazione tra mercato dell'energia e debito sovrano e banche.
L'ALLARME DELLA BIS. Dal 2007 a oggi, secondo la Banca dei regolamenti (Bis), la prima a lanciare l'allarme a gennaio, nei mercati emergenti sono stati investiti 650 miliardi di dollari in obbligazioni delle industrie del petrolio e delle materie prime.
Gli investimenti in titoli di debito dei colossi energetici sono triplicati in meno di 10 anni, finendo nella pancia degli Stati e degli istituti di credito. E il rischio si è moltiplicato per cinque.
Questo significa che è aumentata la leva finanziaria sull'andamento del prezzo del petrolio. «Prezzi più bassi tenderanno a ridurre la redditività, aumentare il rischio di default e portare a costi di finanziamento più elevati», ha avvertito il direttore della Bis, Jaime Caruana, a inizio febbraio. 

 

Twitter @GioFaggionato

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