Renzi all'Ue: «L'Italia non è telecomandata»

Il premier torna all'attacco di Juncker. «L'Europa non è accozzaglia di regole». Dalla flessibilità alle banche, tutti i punti di scontro tra Roma e Bruxelles.

16 Gennaio 2016

Matteo Renzi a Caserta.

Matteo Renzi a Caserta.

L'Italia «non si fa telecomandare». Lo ha ripetuto Matteo Renzi, nel caso qualcuno si fosse perso la sua intervista del 15 gennaio al Tg5.
Di più, sabato dalla Reggia di Caserta il premier ha rincarato la dose contro Bruxelles: «L'Europa non può essere soltanto un pacchetto di regole che ci troviamo a dover seguire», ha tuonato, «è un grande ideale o non è. È il tentativo di fare di questa parte del mondo un faro di civiltà e bellezza e non un'accozzaglia di regolamenti».
Toni duri che ricordano quelli solitamente usati dal M5s e dalla Lega.
LA TEMPESTA PERFETTA. La 'tempesta perfetta' con il presidente della commissione Jean-Claude Juncker, dunque, non è passata. Anzi.
Tempesta perfetta, già. Perché l'alzata di testa di Renzi non è arrivata all'improvviso come una qualsiasi burrasca, ma è il frutto di tante piccole perturbazioni che si andavano accumulando da circa un anno. 
A pesare non solo l'apertura della procedura sulle impronte digitali ai migranti e i sospetti degli aiuti di Stato all'Ilva. Ma anche l'incognita sull'ok alla flessibilità 2016, tutt'altro che scontata e che andrebbe a toccare nel vivo la legge di stabilità.
Senza toccare il nodo banche.
IL NODO BANCHE. Al salvataggio di Banca Marche, Banca Etruria, Cassa Ferrara e CariChieti è seguito infatti uno scambio di accuse molto duro: per Renzi è stata l'Ue a imporre il metodo doloroso, per Bruxelles l'Italia è stata la sola causa del suo male e non c'erano molte alternative all'interno delle regole.
Ma al governo non era già andata giù la chiusura dell'Ue sul fronte 'bad bank', uno strumento che avrebbe potuto aiutare le banche prima che arrivassero al collasso.
Di certo poi non ha aiutato il clima di confronto il 'no' di Roma al rinnovo delle sanzioni alla Russia, così come l'attuale veto sui 3 miliardi alla Turchia per gestire i migranti, che la vede sola contro tutti.
Per dare la misura dello scontro, che si muove anche sottotraccia, serve ricordare anche la vicenda dell'unico membro italiano del gabinetto Juncker 'commissariato' da un inglese. Uno schiaffo che ha portato alle sue dimissioni.

La retorica anti Ue presa a prestito da M5s e Lega

Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

(© GettyImages) Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan.

L'insofferenza del premier italiano nei confronti dell'Europa «dei burocrati», presa a prestito dal Movimento 5 stelle e dalla Lega Nord, non è un mistero.
Lo scorso 19 dicembre Renzi aveva criticato la Germania, e la Commissione, per le politiche Ue sull'energia e sull'unione bancaria, argomento quest'ultimo che sta molto a cuore all'Itralia e meno alla Berlino.
«A volte ci sono delle riunioni, certi momenti in cui persino Adenauer e De Gasperi diventerebbero euroscettici», disse uscendo da un vertice europeo di fine 2014.
L'ACCUSA DI VILIPENDIO. Non stupisce, quindi, che Juncker abbia definito il rapporto con Roma «un clima che non è dei migliori». Accusando Renzi di «vilipendere la Commissione a ogni occasione».
A calmare le acque ci aveva provato - inutilmente - il ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan, che aveva assicurato non esserci «nessuna volontà di offesa».
Nella conferenza stampa finale, Padoan, oltre a rispondere alle accuse rivolte al governo italiano dal presidente Jean-Claude Juncker, è nuovamente tornato sulla questione più calda che in questi mesi rischia di far saltare il tavolo negoziale tra l'Italia e l'Ue: la richiesta di applicare, nella Legge di stabilità per il 2016, le clausole di flessibilità previste dalle regole Ue.
LA PAX DI PADOAN. «Senza alcun tono polemico», ha ribadito il titolare del Tesoro, «stiamo aspettando che la Commissione ci risponda», sapendo che «darà una risposta complessiva sulle richieste italiane in primavera perché questo ha implicazioni sulla Legge di stabilità».
Mettendo in chiaro che se la flessibilità sarà applicata come previsto, l'Italia sarà «assolutamente in linea» con le regole Ue.
«La flessibilità l'ha introdotta Bruxelles dopo che in modo molto molto molto insistito l'Italia l'ha chiesta», ha battuto i pugni Renzi, ricordando che Juncker è stato eletto «sulla base di un accordo politico che la comprendeva».
 In altre parole: «Non abbiamo attaccato Bruxelles né la Commissione, ma vogliamo che l'Italia sia rispettata». Il messaggio è chiaro: «L'Italia non ha bisogno di essere salvata da nessuno».
IL BRACCIO DI FERRO SULLA FLESSIBILITÀ. Come se non bastasse è andata in scena anche una guerra sulla paternità della flessibilità.
Alla rivendicazione del presidente della Commissione di averla introdotta, i parlamentari Pd hanno risposto rispolverando un discorso del 13 gennaio 2015 in cui lo stesso Juncker, a Strasburgo, riconosceva il ruolo determinante dell'Italia.
E sempre in casa dem si registra il disappunto per come Federica Mogherini ha trattato la vicenda: mantenendosi imparziale ma «senza spendere neanche una parola in difesa dell'Italia».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

adl 17/gen/2016 | 10 :45

DA MR. BALLS OF STEEL.............................
.........A MR. WORDS OF WORDS OF WORDS, LA SOLFA E' SEMPRE LA STESSA.
CHI PALLE NON NE HA, NON SE LE PUO' INVENTARE.
LE PAROLE NON SERVONO PER INIZIARE A CONTARE, BASTA UN SEMPLICE TWEET:
" VIA LE SANZIONI ALLA RUSSIA ", IL RESTO E' ARIA FRITTA !!!!!!

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