Rialzo dei tassi Usa: i dubbi della Fed e gli effetti

Giovedì 17 si decide. La Fed verso un aumento dei tassi di interesse. Yellen vorrebbe, ma nel board c'è chi si oppone. Intanto debitori e mercati tremano.

di

|

16 Settembre 2015

Questione di Fed.
Giovedì 17 settembre è il giorno del giudizio per i mercati finanziari: per la prima volta dal 2006, quando cioè la crisi non era ancora iniziata, la Banca centrale americana (la Federal Reserve) potrebbe varare un aumento dei tassi di interesse degli Usa.
E se non l'Apocalisse, scatenare un terremoto sui mercati mondiali, per anni sedati da una terapia ultra accomodante: il rialzo segnalerebbe una ripresa economica forte e robusta, ma potrebbe anche causare una esplosione finanziaria sufficientemente potente da riportare l’economia mondiale in recessione.
YELLEN TRA FALCHI E COLOMBE. Da giorni Washington è entrata in una sorta di ibernazione comunicativa prima della 'grande scelta'.
Non è filtrata alcuna dichiarazione, ma all'interno dell'istituto guidato da Janet Yellen, giurano gli analisti, il clima è rovente.
Il Fomc (il direttivo della Fed) è spaccato tra falchi che spingono per rompere gli indugi e colombe che consigliano di confortare gli investitori e proseguire sul sentiero della prudenza, visto il perdurare delle incertezze sulla crescita americana e globale.
Un rebus insomma nel quale le incognite sono ancora molte. E la scelta è tutt'altro che scontata.

 

  • Andamento storico del Federal funds target rate

1. Cos'è il Federal funds target rate: tasso d'interesse a brevissimo termine

Quando si parla di tassi di interesse statunitensi ci si riferisce tipicamente allo strumento più importante nelle mani della Federal reserve: il Federal funds target rate, cioè il tasso di interesse a brevissimo termine (un giorno, per questo è chiamato overnight) su prestiti tra banche.
COLMANO LE INSUFFICIENZE. Prestiti effettuati allo scopo di colmare eventuali insufficienze nei fondi di riserva (fed funds) imposti dalla Banca centrale americana a tutte le banche commerciali e agli operatori del credito e del risparmio e depositati presso le varie filiali della stessa Fed.

2. Cosa influenza: ipoteche, prestiti e tassi di risparmio

Pur non controllando direttamente il dato (che è in realtà determinato dal mercato) la Fed cerca di allinearne il livello acquistando e vendendo titoli per mantenerne i movimenti nel target prestabilito.
Sottraendo o aggiungendo del denaro all’offerta cerca di allineare il federal funds rate al tasso di interesse prefissato.
La variazione di base a seguito della politica monetaria della Federal reserve in generale influenza l’entità dell’interesse di diversi prodotti come ipoteche, prestiti e tassi di risparmio.
INVARIATO DAL 2008. Il range del Federal Funds Target Rate è rimasto invariato da dicembre 2008, quando i tassi di interesse sono stati tagliati e portati tra lo 0% e lo 0,25%.


  • Janet Yellen, presidente della Federal Reserve dal febbraio 2014. © Ansa

3. Perché agli Usa conviene alzare i tassi: l'economia interna si è assestata

Tassi di interesse della banca centrale più elevati di solito contribuiscono a raffreddare l’economia, impedendole di correre troppo velocemente.
Questo significa un rallentamento della crescita e, a sua volta, l'aumento dell'inflazione.
Come detto poi anche tassi di risparmio offerti dalla propria banca, costi di servizio del debito o ancora prestiti e mutui sono spesso influenzati dalle variazioni dei tassi apportati dalle banche centrali.
CREDITORI FELICI, DEBITORI MENO. Quindi i tassi della Fed più alti fanno felici i creditori, molto meno i debitori.
Ma non succede sempre: se l'economia degli Stati Uniti viene raffreddata troppo rapidamente dalla Fed, allora il gigante mondiale potrebbe (ri)cadere in recessione, riducendo i rendimenti sugli investimenti e penalizzando i risparmiatori.
INFLAZIONE LENTA E DISOCCUPAZIONE IN CALO. Secondo gli analisti del Official monetary and financial institutions forum (Omfif), che hanno elencato una serie di ragioni a favore di una politica monetaria restrittiva (cioè di un aumento dei tassi), i parametri macroeconomici interni agli Usa che potrebbero scoraggiare la mossa si sono già da tempo assestati su numeri rassicuranti.
L'inflazione sta crescendo molto meno del previsto (0,3% contro aspettative del 2), e il tasso di disoccupazione è crollato al 5,1%, solo uno 0,1% in più del valore considerato ideale per mantenere l'equilibrio sui mercati.
Secondo il centro di ricerche londinese un aumento minimo dei tassi segnerebbe l'inizio di un riaggiustamento monetario che dovrebbe limitare i rischi legati all'aumento dell'inflazione e dell'instabilità finanziaria risultati dai Quantitative easing approvati in passato.

 

  • La sede della Federal Reserve a Washington.

4. Perché agli Usa non conviene alzare i tassi: rischi sulla bilancia commerciale

Nonostante gli Stati Uniti siano in una situazione che noi europei invidieremmo, la crisi sembra aver modificato alcuni meccanismi economici fondamentali.
In particolare, il rapporto tra tasso di disoccupazione e inflazione.
Per motivi non ancora perfettamente compresi, i salari negli Usa rimangono bassi e non reagiscono (al rialzo) di fronte al più basso tasso di disoccupazione. 
L'esempio del settore delle costruzioni è emblematico: dal 2010 al 2014 il tasso di disoccupazione è sceso dal 20,9% al 9,5%, eppure le retribuzioni sono aumentate solo dello 0,6%. Tutte ragioni che consigliano prudenza a Yellen e soci.
RICOMINCEREBBE UN CICLO NEGATIVO. Un aumento dei tassi di interesse da parte della Fed porterebbe poi a un rafforzamento del dollaro.
Sul versante della bilancia commerciale americana un biglietto verde più forte finirebbe per peggiorare il positivo andamento registrato negli ultimi mesi.
A luglio, infatti, il deficit statunitense per beni e servizi è aumentato comunque di 10,6 miliardi di dollari (+3,6%) rispetto allo stesso periodo del 2014: le esportazioni sono diminuite di 47 miliardi di dollari (-3,5%), mentre le importazioni sono diminuite di 36,4 miliardi (-2,2%).
Il commercio internazionale mostra segnali di cedimento. E per gli Usa ricomincerebbe un un nuovo ciclo negativo sul versante delle partite commerciali.
In secondo luogo, la debolezza dei Paesi emergenti esportatori di materie prime, dal Brasile al Sud Africa, fino all’Indonesia, dovuta soprattutto al rallentamento della crescita cinese, potrebbe esporre il sistema finanziario americano al rischio di insolvenza di intere filiere produttive. E tutto serve, oggi, tranne che una crisi regionale anche periferica.

 

  • Operatori finanziari alla Borsa di Shanghai.

5. I riflessi della scelta sui Paesi emergenti: debiti lievitati

Un dollaro forte potrebbe rendere le cose molto difficili per i Paesi che devono ripagare i propri debiti in denominati in dollari e causare una crisi sulla crescita molte parti del mondo dove si teme la fine dei finanziamenti esteri a basso costo che per anni hanno sostenuto intere economie.
È in Messico, Colombia, Brasile, Turchia, Indonesia, Malesia, Russia o Kazakistan che i grandi investitori hanno prestato gran parte di quell'ondata di liquidità, in modo da ottenere rendimenti più alti.
SOMMA DA 4.500 MILIARDI. Secondo la Banca dei regolamenti internazionali, negli ultimi cinque anni il debito dei Paesi emergenti è raddoppiato: un balzo di 4.500 miliardi di dollari, non molto inferiore alle somme generate dalle banche centrali dei Paesi ricchi.
Grandi gruppi dell'energia come la russa Gazprom, la cinese Cnooc o la brasiliana Petrobras, o colossi dei minerali come la brasiliana Vale, oppure per un enorme conglomerato come l’indiana Tata, hanno più di metà del debito in dollari.
Da ora in poi ogni aumento dei tassi della Fed rischia di schiacciarli, ogni svalutazione delle rispettive monete nazionali minaccia di rendere il loro debito più pesante.

6. Il rischio: l'eccessiva volatilità sui mercati

C'è il rischio che i mercati emergenti reagiscano a un eventuale aumento dei tassi d’interesse da parte della Fed con un'eccessiva volatilità.
Secondo Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, un tam-tam sul tapering (cioè la scelta della Fed di mantenere tassi molto bassi) - che già nel maggio del 2013 creò incertezza nei mercati asiatici, spingendo al ribasso le valute della regione contro il dollaro - potrebbe questa volta essere di entità maggiori a causa della grande quantità di liquidità riversata nel mercato finanziario internazionale.
ADDIO POLITICHE ACCOMODANTI. «Il pericolo è che le vulnerabilità che si sono venute a creare durante un periodo di politiche monetarie molto accomodanti possano improvvisamente liberarsi quando tali politiche vengono ritirate creando una volatilità significativa», ha ammonito Lagarde.

 

  • Christine Lagarde, direttrice del Fondo monetario internazionale.

7. I possibili effetti per l'Europa: incognite sulla tenuta dello scudo del Qe

Quali sarebbero invece gli effetti prodotti da una scelta dei tassi di interesse americani in Europa?
La possibile mossa restrittiva della Federal reserve sarebbe un passo in senso contrario alla politica ultra espansiva scelta dalla Bce che prosegue nel percorso del Quantitative easing (Qe) per combattere il rischio deflazione e cercare di stimolare la creazione di credito.
Gli effetti di questa discordanza sarebbero difficili da prevedere.
PERICOLO PER L'ITALIA. Per molti analisti comunque nonostante la barriera protettiva del Qe, sarebbe impossibile neutralizzare i contraccolpi di una prematura inversione delle aspettative sulla direzione dei prezzi nei mercati obbligazionari mondiali che il ritorno a tassi più 'normali' comporterebbe.
E il rischio di uno scivolone dei mercati finanziari può rivelarsi rovinoso per Paesi come l’Italia che stanno enormemente beneficiando dei 'tassi zero'.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Csm, una riforma fatta in fretta. Per il referendum?

Revisione del regolamento approvata a marce forzate. Si vuole dare a Renzi un'arma da campagna elettorale? Magistratura indipendente attacca Legnini: «Norme fantasy» e «dibattito poco democratico».

prev
next