Trivelle, dal referendum un'altra grana per il governo

Via libera della Consulta al quesito sulla durata delle concessioni. Esulta il Movimento No Triv. E l'esecutivo già corre ai ripari.

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19 Gennaio 2016

(© Ansa)

Saranno i cittadini italiani a decidere con un referendum la durata delle attività petrolifere nel mar Mediterraneo.
Lo ha sancito la Corte Costituzionale il 19 gennaio, dichiarando ammissibile uno dei sei quesiti inizialmente formulati da nove Regioni (Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise) per dire no alle trivellazioni nelle acque che bagnano il nostro Paese.
L'OK DELLA CASSAZIONE. Il via libera della Consulta fa seguito a quello della Cassazione, che già aveva legittimato l'opportunità di sottoporre a parere referendario «le autorizzazioni a esplorazioni e trivellazioni dei giacimenti già rilasciate».
PROROGHE INFINITE. I cittadini, dunque, saranno chiamati a esprimersi per evitare che i permessi già accordati entro le 12 miglia possano proseguire pure oltre la scadenza, per tutta la «durata della vita utile del giacimento». Resta fermo il limite delle 12 miglia marine, all’interno delle quali non sarà più possibile accordare permessi di ricerca o sfruttamento.
MODIFICHE NELLA MANOVRA. In un primo momento, l'Ufficio centrale presso la Corte di Cassazione aveva accolto tutti e sei i quesiti, prima che il governo introducesse una serie di norme nella legge di Stabilità che hanno messo mano alla materia, ribadendo il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia marine di cui sopra. La Cassazione ha dovuto quindi nuovamente valutare i referendum e, a quel punto, ne ha ritenuto ammissibile soltanto uno, il sesto appunto.
L'ABRUZZO IN DISPARTE. Originariamente le Regioni promotrici erano 10, ma l'Abruzzo ha scelto, non senza polemiche, una diversa strategia e ha abbandonato la campagna referendaria.
Dall’abrogazione referendaria potrebbero derivare un vincolo per il legislatore, che non potrà in ogni caso rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia, e l’obbligo per il ministero dello Sviluppo economico di chiudere definitivamente i procedimenti in corso, finalizzati al rilascio dei permessi e delle concessioni.

Il governo: «Chiunque vinca, no a nuove trivelle»

(© Ansa)

Non paghe, le Regioni hanno annunciato battaglia per due dei quesiti bocciati, dato che gli altri tre sono stati stati superati in senso positivo dalle nuove norme contenute nella Manovra.
Entrambi sono destinati a essere oggetto di un conflitto di attribuzione nei confronti del parlamento che potrebbe ulteriormente dar manforte a Regioni e movimenti referendari.
FARI SUL PIANO DELLE AREE. Fari puntati, in particolar modo, sul Piano delle aree abrogato dalla legge di Stabilità: si tratta del Piano che obbliga Stato e territori a definire quali siano le aree in cui è possibile avviare dei progetti di trivellazione.
Chiunque vinca il referendum, sarebbe ad ogni buon conto la posizione del governo, non ci sarà alcuna nuova trivellazione. Fonti vicine all'esecutivo hanno altresì definito come destituite di fondamento indiscrezioni secondo le quali sarebbe allo studio un provvedimento ad hoc sulla durata delle concessioni di estrazioni già esistenti.
«GOVERNO NON VOLEVA REFERENDUM». Uno scenario questo, paventato dalle parole del costituzionalista Enzo Di Salvatore, l'uomo scelto dalle Regioni per redigere materialmente i quesiti.
«Il governo voleva far saltare i referendum per non sovrapporli alle amministrative, visto che i sondaggi davano la vittoria anti trivelle al 67%» - ha spiegato Di salvatore, docente di Diritto costituzionale all'università di Teramo - «ora restano in piedi i quesiti su Piano aree e durata titoli: secondo me la Corte Costituzionale dichiarerà ok anche gli altri due, quindi se il governo non vuole i referendum, dovrà modificare la legge anche stavolta a nostro favore».
I NO TRIV: «GLI ITALIANI DIRANNO NO ALLE TRIVELLE». A cantar vittoria, nel frattempo, è stato in primis il Movimento No Triv che, per bocca del rappresentante Enrico Gagliano, ha manifestato a Lettera43.it tutta la soddisfazione per il primo passo di una «battaglia ancora da vincere».
«La Corte Costituzionale ha restituito alla Regioni il ruolo di rappresentanza dei cittadini che dovrebbe spettare loro di diritto», ha spiegato, «arginando il tentativo di sabotaggio mandato in scena dal governo per scongiurare il referendum». Il Movimento No Triv  non vede ora altre via d'uscita: «O il governo ritorna sui suoi passi e recepisce le richieste dei quesiti rimasti in sospeso, oppure la parola spetterà ai cittadini. I quali, difficilmente, esiteranno nello scegliere tra trivelle sì e trivelle no».

 

 

Complessivamente, il miraggio dell'oro nero va dall'Adriatico al Canale di Sicilia passando per lo Ionio e, secondo elaborazioni di Legambiente sulla base di dati 2015 del ministero dello Sviluppo economico, riguarda oltre 127 mila chilometri quadrati di mare, dove 13 compagnie petrolifere - di cui sei italiane e sette straniere - intendono avviare attività di ricerca e prospezione offshore per fini di ricerca petroliferi.
DIECI TONNELLATE DI PETROLIO. Sui fondali marini italiani, sempre secondo valutazioni del Mise riportate da Legambiente, ci sarebbero circa 10 milioni di tonnellate di petrolio di riserve certe. I permessi di ricerca attualmente rilasciati sono 16, compreso l'ultimo della Petroceltic accordato a fine 2015 e che riguarda 373 km quadrati di mare vicino le isole Tremiti, per un totale di 6.327 kmq, cui si aggiungono altre 38 richieste di permesso di ricerca per un totale di 23.739 kmq e le otto istanze di permesso di prospezione per circa 96.585 kmq, oltre alle cinque richieste di concessione per l'estrazione di petrolio per ulteriori 558,7 kmq.

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