Verso una crisi come nel 2008? Due esperti a confronto

L'analista Alfonso Scarano: «Troppi titoli tossici, lo spettro recessione è reale». L'economista Nicola Borri della Luiss: «Solo una correzione dei mercati. Ma non sarà breve».

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18 Gennaio 2016

Le Borse mondiali ancora nella tormenta, l'economia cinese che comincia a scricchiolare, il calo del petrolio.
Segnali che i mercati stanno inviando da tempo e che da alcuni sono interpretati come sirene di allarme di un ritorno di una nuova crisi.
Come quella del 2008.
A parlare apertamente di questa evenienza sono stati il finanziere George Soros e un'istituzione prestigiosa come la Royal Bank of Scotland.
PARALLELISMI COL 2008. Ultima voce in ordine di tempo è quella dell'economista Nouriel Roubini che, intervistato da la Repubblica, ha spiegato: «Le autorità fiscali e monetarie dei principali Paesi dovrebbero subito assumere un'iniziativa forte. Altrimenti il crollo dei mercati che trascinano l'economia reale non si ferma».
Roubini non è del tutto negativo, ma rileva «inquietanti parallelismi che danno una fortissima preoccupazione».
ALLARME VERO O ALLARMISMO? Allarme rosso quindi o la situazione è meno grave di quanto si dica?
Lettera43.it ha provato a dare una chiave di lettura delle turbolenze del sistema economico interpellando una voce dal mondo degli analisti, Alfonso Scarano, e una dall'ambito accademico, Nicola Borri, assistant professor di finanza internazionale  alla Luiss. 


L'analista: pesano i derivati, lo spettro del 2008 incombe

Sulla situazione economica Scarano è netto: «Il sistema bancario desta molte preoccupazioni. Per un verso ci sono le sofferenze (ovvero i crediti la cui riscossione non è certa, ndr), che dimostrano come negli anni sia mancato l'allocamento del buon credito. Per un altro c'è il problema. Il Quantative easing, ovvero l'iniezione di liquidità nei mercati da parte della Bce, ha fatto sì che ci sia più liquidità, però le banche la concedono solo a chi dà forti garanzie. In un contesto di questo genere lo spettro del 2008 si fa più reale». 
TROPPI TITOLI TOSSICI. Ma la maggiore preoccupazione dell'analista è un altro: «L'ammontare di titoli tossici in circolo nel sistema è molto elevato. Un esempio su tutti: Deutsche Bank ha in pancia 70 mila miliardi di dollari di derivati, una cifra pari a 20 volte il Pil tedesco. Peraltro tra il 2008 e il 2010, quindi subito dopo l'inizio della crisi, l'istituto ha raddoppiato la propria esposizione ai derivative».
Quanto pesano le tensioni sul greggio in questo contesto? «Un petrolio sotto i 30 euro non è remunerativo», prosegue Scarano, «una situazione di questo genere ha già conseguenze anche sulle fonti di energia alternativa come lo shale gas negli Usa, diventato meno conveniente con conseguenti problemi per gli investimenti realizzati sinora nel settore». 
LA CINA NON È UN RISCHIO. Per l'esperto la Cina invece non rappresenta un rischio per l'economia globale: «Va ricordato che si tratta comunque una realtà che viaggia a tassi di interesse positivi benché ci sia una bolla speculativa. Di sicuro non le giova il fatto che i mercati di sfogo abbiano problemi. Tra gli altri fattori che amplificano le tensioni c'è l'Europa stessa che con le sue divisioni interne non si pone nella maniera migliore per fronteggiare la congiuntura economica».
INVESTIRE ANCHE SULLA CASA. Come muoversi quindi sugli investimenti? L'analista considera «il mercato borsistico terreno per professionisti. Per quanto riguarda i risparmiatori è meglio che investano su vari fronti. Anche acquistando casa, magari preferendo un tasso fisso che dà maggiori certezze, o investendo nella realizzazione di un cappotto termico che può rivelarsi più redditizio dei Bot».   


L'economista: verso una correzione dei mercati, ma non è crisi 

Diversa l'analisi dell'economista Borri: «Non stiamo entrando in una nuova crisi, ma andiamo verso una correzione dei mercati finanziari. Questo comporterà una minore ricchezza e, di certo, gli effetti si sentiranno anche nell'economia reale».
Un esempio su tutti: le imprese che si vedranno chiudere i finanziamenti o quantomeno patiranno una riduzione della domanda potrebbero dichiarare esuberi.
SOLUZIONE NON A BREVE. La durata? «Difficile azzardare ipotesi, ma di certo non si risolverà a breve. Dipende molto da che cosa decideranno Federal reserve e Banca centrale europea», prosegue Borri, «la causa principale dell'instabilità dei mercati risiede nel fatto che i tassi di interesse sono stati tenuti artificialmente bassi. Il Quantative easing è arrivato tardi ed è durato troppo a lungo. Con i tassi bassi si puntava ad aumentare il valore delle azioni e quindi, con effetto a cascata, accrescere la ricchezza dei consumatori. In parte il risultato è stato ottenuto. Il problema è che con il rialzo dei tassi si determina un calo dei consumi». 
INVESTIMENTI NON OTTIMALI 'POMPATI'. C'è però un altro problema: «Con la liquidità facile si tende a 'pompare' investimenti non ottimali. Un esempio eclatante è rappresentato dalla Cina che ha attratto tantissimi investitori. Dopo che, da dicembre 2015, la Fed ha deciso di risollevare i tassi, gli investitori preferiscono dirottare i capitali verso investimenti più sicuri, abbandonando quindi i lidi cinesi e brasiliani». 
I DERIVATI? NON SONO IL PROBLEMA. L'accademico non ritiene invece che i derivati possano costituire un problema: «La crisi del 2008 è legata soprattutto alla forte leva finanziaria (ovvero il rapporto tra il capitale e le attività della banca, ndr) e dal debito. Oggi, dopo gli accordi di Basilea, le banche sono molto più sicure, del resto sono stati fatti vari stress test». 
In questo contesto, per Borri, la mancata coesione dell'Europa e il forte calo del petrolio fanno da catalizzatore. Guardando al nostro Paese, il problema dei crediti deteriorati amplifica anch'esso la portata delle tensioni sui mercati.
I RISPARMIATORI DEVONO DIFFERENZIARE. Per i risparmiatori il consiglio rimane quello consueto: differenziare.
«È bene avere un portafoglio variegato che comprenda obbligazioni tedesche e Usa che in questo momento sono le uniche a salire», conclude l'economista.



 

Twitter @PierLuigiCara

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