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Cronaca 

L'Olocausto

Germania: le verità scomode

Sulla Frankfurter: il ministero degli Esteri collaborò con i nazisti.

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Da Berlino
Pierluigi Mennitti

I conti con le pagine più tragiche della propria storia possono non finire mai, specie se per anni, ostinatamente, si è cercato di schivarne le responsabilità. Il persistente e tenace lavoro di scavo che la Germania continua a fare riguardo al periodo più oscuro del proprio passato, quello nazista, è direttamente proporzionale alla brutalità criminale che quell’ideologia e quel regime riversarono sull’intera Europa. Accade così che possano volerci più di 60 anni affinché scomode verità vengano finalmente riportate alla luce, svelando responsabilità che si erano volute coprire.

La fine della leggenda

Il 25 ottobre, la Frankfurter Allgemeine Zeitung ha riportato che una commissione di storici, istituita anni fa dall’allora ministro degli Esteri Josckha Fischer con il compito di indagare i rapporti intercorsi fra l’Auswärtiges Amt (la Farnesina tedesca) e l’élite nazista, è giunta a una conclusione sconcertante: gli apparati del ministero degli Esteri erano al corrente e collaborarono con i nazisti nella politica di persecuzione e di sterminio degli ebrei.
È tramontata così una leggenda che la diplomazia tedesca ha alimentato negli anni del dopoguerra: aver costituito, per quanto possibile, un’oasi di resistenza contro le linee più radicali della politica di Hitler e di essere rimasta estranea al cono d’ombra dell’Olocausto e dell’eliminazione di 6 milioni di cittadini ebrei in Germania e nell’Europa Orientale. «Un quadro per nulla veritiero», hanno affermato gli storici che hanno coordinato i lavori di ricerca della commissione, «e che i diplomatici tedeschi hanno cercato di alimentare all’indomani della guerra nel tentativo di salvaguardare la propria reputazione».
Nelle carte degli archivi politici di Berlino, i ricercatori hanno recuperato, fra gli altri, un documento che non lascia adito ad equivoci: il conto di un viaggio di lavoro compiuto da Franz Rademacher, responsabile del cosiddetto settore ebraico del ministero, il Judenreferat, a Budapest e Belgrado con la causale «liquidazione degli ebrei a Belgrado e colloqui con emissari ungheresi a Budapest».

Antisemitismo economico

Dallo studio, un denso libro di 900 pagine raccolte attorno a un titolo secco come una condanna, Das Amt (Il Ministero), emerge lo spaccato dell’élite aristocratica tedesca del '900 asserragliata nel perimetro dell’Auswärtiges Amt, un palazzone neoclassico che a quei tempi si trovava nella Wilhelmstrasse, nel cuore del quartiere politico di Berlino, permeata dall’antisemitismo intriso di nazionalismo tipico di quell’epoca, ferocemente critico verso le posizioni di rilievo assunte dalla comunità ebraica-tedesca nei media, nell’industria, nella cultura.
Una variante rispetto all’antisemitismo razzista e biologico iscritto nel dna dell’ideologia nazista, ma non così marcata da preservare l’istituzione e i suoi uomini dall’influsso dei quadri dirigenti del regime. A un iniziale distacco fra tradizionale élite aristocratica e nuova dirigenza nazista, seguì un graduale avvicinamento: lo stesso Hitler si impadronì poco a poco degli strumenti di politica estera e alla sottovalutazione dei diplomatici della prima ora si sostituì l’appoggio e il sostegno alle nuove strategie di potenza. Il risentimento verso l’umiliazione di Versailles e l’enfasi sul ritorno della Grande Germania, potenza egemone al centro dell’Europa, divenne il progetto comune che avvicinò i due mondi.

La diplomazia e la soluzione finale

Il momento di svolta fu l’inizio della guerra, l’anno 1939, quando sotto l’impeto delle nuove strategie imposte dall’entrata in guerra, il ministero degli Esteri dovette reinventarsi spazi e funzioni. È allora che la ricerca di nuovi punti di riferimento spinse l’intero apparato a sposare il compito centrale del nuovo regime: l’eliminazione degli ebrei.
La Frankfurter ha lasciato parlare i quattro storici che hanno guidato la commissione: «Da ogni parte del mondo, i diplomatici si affannarono a suggerire proposte e idee su come risolvere quello che ormai veniva apertamente definito il problema ebraico. Dal consolato in Manciuria giunse l’idea di aggiungere un timbro rosso con una grande J sui passaporti, per evitare che gli ebrei venissero scambiati per tedeschi durante i trasferimenti forzati e potessero così fuggire dai treni».
La tesi che l’Auswärtiges Amt fosse marginalmente implicato nello sterminio degli ebrei è sopravvissuta a lungo anche per il fatto che le principali regioni in cui si compì la soluzione finale, Polonia, Ucraina e Unione Sovietica, fossero terreno esclusivo delle SS e della Wehrmacht, mentre il ministero degli Esteri aveva competenze maggiori a Ovest, in Francia, Olanda, Belgio, Italia.
Ma i nuovi documenti hanno svelato un suo pieno coinvolgimento negli scenari dell’Europa sud-orientale, dai Balcani alla Grecia. E soprattutto, come hanno ribadito gli studiosi «se solo una piccola parte era al corrente dei meccanismi tecnico-industriali dei campi di concentramento, delle camere a gas e dei forni crematori, tutti sapevano degli arresti e delle esecuzioni di massa compiute dalle truppe speciali».

Operazione trasformismo

Il capitolo più delicato riguarda tuttavia il modo in cui l’apparato è riuscito a ripulire la propria immagine negli anni del dopoguerra.
«Ci confrontiamo con protagonisti pragmatici e con un’istituzione che proprio del pragmatismo fa il suo punto di forza», hanno confessato gli esperti al quotidiano. A fronte di singole ammissioni, mai volontarie e sempre seguite a scandali sollevati dai media, un vero e proprio riconoscimento di colpa e un lavoro di fondo sulle responsabilità del passato non c’è mai stato.
Al contrario, è prevalsa la tattica consueta di ogni cambio di regime, un silenzioso riciclo di personale, la diffusione di leggende che ammantavano di buone intenzioni il ruolo svolto nel Terzo Reich, l’estromissione di personalità che avevano attivamente collaborato con i servizi segreti americani. «Una vignetta dell’inizio degli anni '50», ha raccontato la Frankfurter, «rappresentava una fila di diplomatici che salutava con il braccio teso Adolf Hitler. E alle loro spalle, gli stessi diplomatici salutavano il nuovo cancelliere Konrad Adenauer dicendo: noi siamo qui, possiamo fare anche diversamente».
Furono i successi di politica estera della nuova Germania democratica a guadagnare un consenso convinto alla nuova stagione e anche il clima della guerra fredda fece la sua parte. Quello che è mancato, è stata una vera e convinta ammissione di colpa collettiva. Per anni invece si è imposto il mito artificiale di un ministero degli Esteri in fondo estraneo alla brutalità nazista. Un mito che oggi è venuto meno.

Lunedì, 25 Ottobre 2010


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L'Auswärtiges Amt, il palazzo che fu sede del ministero degli Esteri tedesco.

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La diplomazia

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