Albania, Edi Rama e l'operazione rilancio

Tirana vive il suo boom. In attesa della chiamata dell'Ue.

di Michele Esposito

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27 Dicembre 2013

Edi Rama, premier albanese.

(© GettyImages) Edi Rama, premier albanese.

Poteva forse essere un Natale migliore per la nuova Albania di Edi Rama.
Un Natale più europeo, almeno, che avrebbe permesso al Paese della Aquile di dare maggiore concretezza alle sue speranze di entrare nell’Ue. Invece così non è stato. E, complice l’ostruzionismo dei soliti “falchi”, il Consiglio Affari Generali di fine dicembre ha rinviato a giugno la concessione sullo status di candidato all’Albania.
Della quale, evidentemente, non tutti si fidano, spaventati da una burocrazia a dir poco spigolosa e dalla corruzione ancora diffusa nel Paese balcanico. Eppure, qualcosa è cambiato a Tirana. 
UN'ECONOMIA IN CRESCITA. Lontana dai patemi dell’Eurozona, l’economia registra ormai stabilmente segni positivi, aiutata da una popolazione giovane, da giacimenti di petrolio e cromo e da una fascia costiera attraente e sottoutilizzata.
Sebbene ancora lontana dall’Ue e fiaccata da un preoccupante debito pubblico, nell’Albania di oggi la seconda moneta più usata è l’euro e l’economia di mercato è molto più che un’utopia, tanto che, da luogo simbolo dell’emigrazione degli Anni 90, il Paese delle Aquile si sta trasformando nell’emblema delle migrazioni al contrario dell’Europa della crisi.

Dal gas alle rotte marittime, Tirana è un crocevia strategico

Il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) trasporta gas dai giacimenti del Caspio.

Il gasdotto Tap (Trans Adriatic Pipeline) trasporta gas dai giacimenti del Caspio.

Alla svolta albanese ha contribuito il contesto geopolitico dei Balcani occidentali, a cominciare dall’autonomia del Kosovo, Paese legato a doppio filo (per etnia e regione) a Tirana e oggi anche più vicino, grazie alla recente costruzione di una moderna autostrada.
Vicina all’Albania, per ragioni storiche e geografiche, è sempre stata anche l’Italia e Rama, in otto mesi, ha dimostrato la sua disponibilità intavolando già due missioni ufficiali a Roma. E l’Italia ha risposto appoggiando con forza l’ingresso Tirana in Europa e presenziando, il 17 dicembre, alla firma finale degli investitori su quel Trans-Adriatic Pipeline (Tap) che proprio attraverso l’Albania, porterà il prezioso gas azero sulle coste pugliesi e garantirà 5 mila posti di lavoro al piccolo Stato balcanico. Crocevia strategico non certo solo per il gas: basta guardare ai progetti messi in campo per potenziare il porto di Lezha, potenziale scalo chiave per Serbia e Kosovo, alleggerendo così il peso dei flussi in transito a Durazzo.
GLI INVESTIMENTI STRANIERI. Progetti che mostrano un Paese in fermento, ben lontano dal luogo di miseria e instabilità dal quale, 20 anni fa, si fuggiva in massa. Ora i malfermi barconi di migranti segnano le rotte del Canale di Sicilia mentre da Tirana, più che altro, partono giovani studenti in cerca di formazione negli atenei europei e manager stranieri con diversi contratti firmati in valigia. Come quelli della norvegese Statkraft, il più grande produttore di energie rinnovabili d’Europa, che ha appena investito 540 milioni di euro per la costruzione di due impianti idroelettrici.
AZIENDE IN FUGA DALLA GRECIA. Ma sono ormai numerose le aziende europee che hanno individuato a Tirana il loro hub, sfruttando costi del lavoro e peso fiscale ben al di sotto di quelli Ue. E c’è chi, come il gruppo ellenico Hygeia Hospital, tre anni fa ha scelto di migrare dalla disastrata Grecia per costruire un ospedale d’alto livello da 60 milioni di euro e divenendo una delle strutture sanitarie più importanti della capitale, frequentata sempre più assiduamente da medici e pazienti italiani, in cerca di lavoro o di cure a basso costo.

I lati oscuri del boom: conti in disordine e debito al 69% del Pil

L'ex premier albanese Sali Berisha.

(© GettyImages) L'ex premier albanese Sali Berisha.

Anche il boom albanese, tuttavia, ha i suoi lati oscuri. Innanzitutto quelli ereditati dagli otto anni del governo Berisha, terminato con conti pubblici a dir poco in disordine e un debito che viaggia al 69% del Pil (nel 2007 era al 51,4%).
Una situazione che ha costretto il socialista Rama a chiedere e ottenere un prestito da 300 milioni di euro al Fondo Monetario Internazionale, ai quali si aggiungeranno almeno 100 milioni di dollari in arrivo dalla Banca Mondiale.
Tutti soldi che serviranno in gran parte a pagare i debiti arretrati con le aziende che stanno letteralmente rivoluzionando la rete infrastrutturale nazionale.
L'AUMENTO DELLE TASSE. Rama, nel frattempo, è già corso ai ripari: dal 2014, infatti, la tassa sui redditi d’impresa passerà dal 10 al 15% mentre quella sui redditi più elevati subirà un incremento che va dai 3 ai 10 punti percentuali.
Misure che hanno gli hanno già procurato una folta schiera di nemici ma che il governo, pressato a distanza dalla troika, ritiene indispensabili per riportare in carreggiata un Paese la cui crescita è crollata dal 6% dell’ultima decade all’1,3% del 2013, con un tasso che non andrà oltre il 2,1% l’anno prossimo.
GLI ALBANESI TORNANO IN PATRIA. A rallentare il boom del Paese è stata la sua stessa rinascita, che ha riportato a casa centinaia di albanesi fuggiti soprattutto negli Anni 90. Dalla Grecia, per esempio, già in 200 mila sono tornati negli ultimi cinque anni mentre dall’Italia, sin dal 2007, i ritorni in patria sono schizzati, spesso superando la quota di 1.000 all’anno.
Questo trend non può non provocare contraccolpi sociali ed economici, a cominciare dal calo verticale delle rimesse, un tempo tra le principali voci del Pil. Effetti collaterali del passaggio a Ovest di Tirana. Una transizione difficile che, tuttavia, potrebbe trasformare il Paese delle Aquile nella nuova stella nascente dei Balcani.

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