Aldo Moro, il mistero di Pieczenik

Il funzionario Usa indagato per concorso in omicidio. Lo storico Giannuli scettico sulle indagini.

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13 Novembre 2014

Sono destinate a riaprirsi le indagini sul caso Moro, a 36 anni di distanza da quando un commando delle Brigate rosse sequestrò il presidente della Democrazia cristiana in via Fani.
Il 12 novembre il procuratore generale della Corte d'appello di Roma, Luigi Ciampoli, ha dichiarato che esistono «gravi indizi» di «concorso in omicidio» su Steve Pieczenik, super consulente americano chiamato dal Viminale in quei 55 giorni di crisi in qualità di esperto di terrorismo e sequestri.
COINVOLTO GUGLIELMI, CHE È MORTO. Ciampoli ha archiviato l'ultima inchiesta sul rapimento e l'uccisione del presidente Dc, ma ha chiesto alla procura di Roma di aprire un nuovo fascicolo sull'americano.
Aggiungendo che «potrebbe ipotizzarsi» il concorso nel rapimento e nell'omicidio degli uomini della scorta anche nei confronti del colonnello del Sismi Camillo Guglielmi, presente la mattina del 16 marzo sul luogo del sequestro.
Guglielmi però è morto. E da quando il giornalista francese Emmanule Ammas ha pubblicato un libro inchiesta contenente interviste scottanti a Pieczenik sono passati otto anni.
PIECZENIK SMENTÌ LE DICHIARAZIONI. Lo stesso funzionario Usa, sentito per la prima volta dai pm italiani nel maggio 2014, in quella Florida da cui difficilmente si allontanerà, ha smentito le sue precedenti dichiarazioni. Adesso è arrivato il tempo della verità?
Aldo Giannuli, ricercatore di Storia contemporanea, consulente di diverse procure sulle stragi di Italia, è scettico: «Pieczenik intervenne in Italia per pilotare il rapimento di Moro. Ma non mi pare ci siano elementi nuovi. E mi chiedo: come mai il caso si riapre ora?». 

 

  • Aldo Giannuli.

 

DOMANDA. Cosa intende per pilotare il rapimento?
RISPOSTA. Pieczenik arrivò in Italia dopo la pubblicazione della prima lettera di Aldo Moro al ministro dell'Interno Francesco Cossiga. In quella missiva l'arrola presidente Dc parlò del rischio di essere chiamato o indotto a parlare in maniera che potesse essere sgradevole e pericolosa. Questo passaggio fa capire che Moro aveva cose scomode da rivelare: in quel momento era già un uomo morto.
D. E Pieczenik che ruolo giocò?
R. Nel 1998, Pieczenik venne intervistato sul rapimento e lo definì «una brillante operazione coronata dal successo». Gli chiesero: «Ma come? Moro è stato ucciso». E lui rispose: «Il mio compito non era impedire l'uccisione, il mio compito era impedire il crollo del sistema politico italiano». Lui subentrò dopo per forzare l'andamento del rapimento in una direzione piuttosto che nell'altra. 
D. Quale è stato secondo i suoi studi il peso dei servizi italiani nella vicenda?
R. Io penso che le Brigate rosse abbiano deciso in autonomia il rapimento. Non si tratta di nessuna emanazione. Ma allo stesso tempo penso che forse i servizi abbiano lasciato fare, perché poteva interessare a qualcuno eliminare Moro dalla corsa alla presidenza.
D. Su che base lo dice?
R. L'anno prima, nel 1977, c'era stato il caso del socialista Francesco De Martino: il rapimento del figlio lo mise fuori dalla corsa al Quirinale. Qualcunò pagò per lui il riscatto e a quel punto la sua candidatura cadde.
D. Quindi qualcuno avrebbe potuto pensare allo stesso esito per il leader Dc?
R. Ci fu un detenuto del carcere di Matera che si rivolse alla sezione del servizio militare di Bari e riferì di sapere che le Br volevano rapire Aldo Moro. La segnalazione è datata il 16 febbraio, ma arrivò da Bari a Roma solo il 16 marzo, proprio il giorno del sequestro.
D. Dice che i tempi non convincono?
R. È poco plausibile che una lettera di tale importanza ci abbia messo un mese per arrivare sul tavolo del Sismi. L'impressione è che il servizio sapesse e abbia lasciato fare.
D. Il procuratore Ciampoli ha parlato di gravi indizi contro il colonnello Guglielmi. Cosa ne pensa?
R. Non mi pare ci sia nulla di nuovo. Guglielmi disse di trovarsi in via Fani perché era stato invitato a pranzo.
D. Ma in realtà l'ospite chiamato a testimoniare smentì la sua ricostruzione. 
R. Sì, e in ogni caso non ci si presenta a pranzo alle nove della mattina: era una dichiarazione risibile.
D. Guglielmi era un uomo di Gladio.
R. La settima divisione del Sismi era quella di Gladio. Ma questo si sapeva. E adesso Guglielmi è morto. 
D. Secondo lei bisognava indagare prima? Non si è fatto abbastanza?
R. In un'inchiesta di queste dimensioni e complessità processuali, c'è un'abbondanza di elementi tali che rimangono tanti angoli bui su cui non si ha il tempo o la voglia di valutare. Guglielmi era uno di questi. Ma vorrei capire se ci sono nuovi elementi. Perché se non ci sono, stiamo pestando l'acqua sul mortaio. 
D. Cosa intende?
R. Queste cose sono arcinote. Mi chiedo: come mai adesso? Forse perché c'è una nuova commissione di inchiesta e allora bisogna segnare il punto?
D. Il procuratore di Roma ha citato un'intervista di Pieczenik a Minoli.
R. Il giornalista francese Emmanuel Amara pubblicò Abbiamo ucciso Aldo Moro, il libro con le interviste a Pieczenik, nel 2006. Venne tradotto in Italia nel 2008 e a quel punto il funzionario fu sentito da Minoli. Prendiamo atto che la procura ha iniziato a leggere libri e vedere interviste. Ma è un vecchio minestrone. E lui può sempre dire che sono esagerazioni.
D. Se però la procura chiede di aprire un fascicolo su di lui, dovrebbe indagare anche su quelli con cui lui ha collaborato?
R. Pieczenik venne sentito dall'unità di crisi di Francesco Cossiga. Ma poi fece capire di essersela sbrigata da solo. Cossiga di lui disse che si dava tante arie, che era un ragazzotto dalle idee molto astratte. E noi non sappiamo con chi lui collaborasse, se con il servizio militare, con i carabinieri o con l'unità di crisi del ministero dell'Interno.
D. Quindi è scettico?
R. Non abbiamo prove di chi fossero gli interlocutori concreti di Pieczenik. Chi possiamo incriminare, l'anima di Cossiga? Sono tutti spariti. Più che un'inchiesta, sembra una seduta spiritica.

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