Alex Zanardi: «Valentino, vai a Valencia e corri»

Rossi «è già risorto una volta». Per questo deve andare a Valencia. E dimenticare la Malesia. Zanardi a L43. E su Marquez: «Con me non so come sarebbe finita».

di

|

26 Ottobre 2015

Per la stampa spagnola il mito di Valentino Rossi è già caduto. «Ha dato un calcio alla propria leggenda», scrive El Pais. «Il gioco sporco (di Rossi) macchia una carriera gloriosa», aggiunge El Mundo.
Alex Zanardi, invece, non la pensa affatto così. Intervistato da Lettera43.it (read the English version) spiega perché il Dottore a Valencia, nella gara che deve decidere il destino del Motomondiale, ha addirittura la possibilità di fare qualcosa di meglio che vincere.
«Nello sport, così come nella vita, si può fare anche di più. Si può dimostrare al mondo che quello che ami è provarci, nonostante tutto. A Valencia vorrei vedere Valentino che va in pista e onora la sua stagione con la miglior gara possibile. Che senza neanche bisogno di dirlo, mostra di aver compreso l'ennesima lezione di vita e di averne fatto tesoro. Che fa tutto il possibile per riportare in primo piano la sua bellissima annata, comunque da incorniciare».
«ADORO LE BELLE STORIE, VOGLIO VEDERLO CORRERE». Il compito è difficilissimo. Al suo posto, ammette Zanardi, «sono sicuro che non ne sarei capace». Ma da uomo «che adora le belle storie, è questo che vorrei vedere».
L'ex pilota non risparmia una stoccata a Lorenzo e a quanti rimproverano a Rossi di essersi fatto scudo della sua stessa notorietà: «Valentino è l'ultimo dei grandi eroi dello sport. Con l'interesse che è riuscito a calamitare sulla MotoGp, da solo, paga metà dello stipendio a tutti gli altri. Non si tratta affatto di una scusante, sia chiaro. Ma l'essere umano è vulnerabile e imperfetto per natura. In questa circostanza, mi sembra che tanti ragazzi che dovrebbero mordersi la lingua si siano sentiti invece non solo autorizzati, ma addirittura in dovere di esprimere un'opinione solo per andargli addosso».

 

  • Alex Zanardi (© GettyImages).

 

DOMANDA. Cosa è successo a Sepang, dal suo punto di vista?
RISPOSTA. Credo non ci sia moltissimo da dire, lo hanno già fatto Marquez e Rossi, no?
D. Sì, tant'è vero che si sono subito create due opposte fazioni: pro e contro Valentino.
R. In questi casi è normale che sia così, ed è facilissimo passare come fanatico dell'una o dell'altra fazione. Io però vorrei sottrarmi a questo gioco e fare un discorso più complesso, guardando anche alle premesse di quanto accaduto a Sepang.
D. Quali sono queste premesse?
R. Sono così tante da superare in larga misura il possibile commento. Dire «Marquez ha sbagliato», oppure «Valentino ha sbagliato», oppure ancora «Valentino è stato provocato», non serve a nulla. Ci sono una serie di fatti che sono accaduti e che vanno commentati, perché è vero che quello che Marquez ha fatto in pista non è sanzionabile, non ha infranto nessun tipo di regolamento. Valentino però si difende, affermando che si è verificata una situazione che lui aveva in qualche modo già previsto, addirittura annunciato in conferenza stampa. Un clima un po' strano nei suoi confronti, già dopo la gara in Australia.
D. Lei non crede al complotto spagnolo?
R. Dico un'altra cosa. Valentino ha 36 anni ed è un grande campione, indipendentemente se vincerà oppure no questo Motomondiale. È un grande campione che merita il rispetto di tutti noi, perché ha fatto delle cose che pochi sono in grado di ripetere a livello sportivo. E le ha fatte in particolare nel corso dell'ultima stagione, che secondo me è stata stupenda. Viviamo in un mondo in cui davvero, come diceva Nelson Mandela, c'è grande bisogno di ispirazione. E la stagione di Valentino è stata bellissima.
D. Perché?
R. Perché un pilota teoricamente finito, in un frangente che avrebbe steso tanti altri grandi campioni dello sport, ha saputo risorgere, rimettere assieme i pezzi e dimostrare che tutto quello che aveva fatto in precedenza nel corso della sua carriera non era stato casuale.
D. Si riferisce al periodo in cui ha corso con la Ducati?
R. Quando Valentino è andato via dalla Ducati, dal punto di vista sportivo, era completamente a terra. Eppure eccolo qua, a 36 anni, che si gioca di nuovo un mondiale. È una cosa meravigliosa, ed è un peccato che oggi ci si ritrovi a parlare di un episodio che rischia di mettere in ombra tutto il resto. Dal mio punto di vista di appassionato di sport, è una cosa molto triste.
D. Pensa che Rossi abbia sbagliato a gestire la situazione?
R.Valentino avrebbe dovuto essere più consapevole che un clima del genere si sarebbe potuto venire a creare. O perlomeno, chi gli sta attorno, chi gli vuole bene e lo consiglia, avrebbe dovuto aiutarlo a non cadere in un tranello simile. Perché sai, alla sua età, gli puoi perdonare il fatto che con la gomma nuova in qualifica non riesca a piegare sfregando con le orecchie per terra, come fanno i suoi avversari ragazzini. Anche se perde qualche decimo glielo perdoni, pensando che comunque in gara è un cagnaccio e verrà fuori lo stesso. Ma nessuno giustamente gli perdona il fatto che abbia reagito alla provocazione di un pilota che ha appena compiuto 20 anni.
D. Il grande campione dev'essere capace di resistere a queste tentazioni?
R. Sono situazioni difficilissime. Tutti quanti noi, non solo i piloti in gara, anche per strada, siamo portati a reagire alle provocazioni. La storia del mondo è fatta purtroppo di risposte sbagliate alle provocazioni. Risposte che hanno avuto conseguenze ben più gravi del duello sportivo cui abbiamo assistito in Malesia, causate da una natura debole insita in tutti gli esseri umani.
D. Anche nei campioni?
R. Se uno in una situazione come quella vissuta da Valentino riuscisse addirittura a controllarsi, o comunque a concentrarsi sul miglior risultato possibile da portare a casa, sarebbe da santificare. Perché non solo sarebbe un fenomeno in pista, ma riuscirebbe anche a reagire in un modo che il 99,9% delle persone non saprebbe sostenere.
D. Ricorda duelli simili a quello tra Rossi a Marquez, nella storia dei motori?
R. Ricordo la reazione di Damon Hill alle scorrettezze di Michael Schumacher. Però poi, se andiamo a guardare i titoli mondiali vinti, scopriamo che Damon Hill ne ha vinto solo uno, mentre Schumacher ne ha vinti sette. E allora viene da chiedersi se per essere un grande, grande, grande campione, un pilota debba riuscire a essere talmente egoista da calcolare sempre e soltanto il suo interesse, spietatamente.
D. Nel caso di Valentino è così?
R. Qui la realtà è un'altra. Anche volendo considerare esclusivamente l'interesse di Valentino, è accaduto qualcosa che lo ha leso in maniera innegabile. Tant'è che ora è chiamato a un compito difficilissimo, se non addirittura impossibile: cercare di difendere un mondiale partendo dall'ultima fila. E non è più il Motomondiale di qualche anno fa, ora c'è gente che va davvero forte.
D. Ma Rossi deve correre a Valencia? Lui ha detto che ci sta pensando...
R. Posso dirti da appassionato di sport, e da uomo che adora le belle storie, che cosa vorrei vedere.
D. Ecco, cosa vorrebbe vedere?
R. Vorrei vedere Valentino che va in pista e onora la sua stagione con la miglior gara possibile. Che senza neanche bisogno di dirlo, mostra di aver compreso l'ennesima lezione di vita e di averne fatto tesoro. Vorrei vedere un Valentino che va a Valencia e fa tutto il possibile per far riemergere la sua bellissima annata, perché sono profondamente convinto che tutti i piloti che corrono al Motomondiale siano lontani dall'aver dimostrato quello che Valentino invece ha dimostrato. Si può essere pro o contro di lui, può risultare simpatico o antipatico, ma la sua stagione è stata meravigliosa.
D. Quanto 'pesa' la sua notorietà per l'ego degli altri piloti?
R. Intanto c'è da dire che i suoi avversari - chi a turno ha provato a batterlo, visto che Valentino è sempre là davanti - si sono visti spesso pestare i piedi. Quindi, un po' per questo, un po' perché tutti vorrebbero essere protagonisti del titolo d'apertura delle cronache del MotoGp (mentre lui fa notizia anche quando perde), è logico che ci sia un pizzico di gelosia, non solo sportiva. Per contro, quando capita che Valentino faccia qualcosa per cui diventa attaccabile, nessuno perde l'occasione di farlo.
D. Del comportamento di Lorenzo cosa ne pensa?
R. Lorenzo è un grandissimo campione, è un ragazzo che riscuote meno simpatia di quanto non meriti. Normalmente è molto lucido, molto posato nei suoi commenti. In questo caso, a mio avviso, ne sarebbe uscito meglio se allargando le braccia con un bel sorriso avesse detto: «Chiaramente ho una mia opinione, ma ho anche un interesse diretto in quello che accadrà da qui a Valencia. Quindi, non fatele a me queste domande. Qualsiasi cosa io dica, come farei ad essere creduto?». Se avesse fatto un discorso del genere io, da uomo della strada che guardo la gara, avrei detto: «Però è un figo! Se il Motomondiale lo vince lui, magari non mi arrabbio. Ha vinto uno che è un figo lo stesso». Certo, il tifoso di Valentino Rossi avrebbe preferito un epilogo diverso. Ma avrebbe anche potuto prenderla così.
D. Lorenzo, invece, ha detto che Valentino approfitta della sua notorietà, facendosene quasi uno scudo...
R. Valentino da solo è diventato il catalizzatore di un interesse che la MotoGp, il Motomondiale in generale, senza di lui non avrebbe mai avuto. Chiaramente non si può dire a un ragazzo come Lorenzo, che ha poco più di 25 anni e guadagna milioni per correre ogni anno, di comprendere che la popolarità di cui gode il suo sport, e che indirettamente gli paga lo stipendio, è dovuta in larga misura a personaggi come Valentino. Questa non è una scusante per quanto accaduto in Malesia, sia chiaro. Ma è un fatto oggettivo.
D. Senza Valentino Rossi la MotoGp non avrebbe lo stesso appeal?
R. Valentino è l'ultimo dei grandi eroi dello sport. Con l'interesse che è riuscito a calamitare sulla MotoGp, da solo, paga metà dello stipendio a tutti gli altri, non so se è chiaro. Altrimenti io e te, in questo momento, non saremmo qui a fare questa conversazione. Ribadisco: non si tratta affatto di una scusante, ma l'essere umano è vulnerabile e imperfetto per natura. In questa circostanza, mi sembra che tanti ragazzi che dovrebbero mordersi la lingua si siano sentiti invece non solo autorizzati, ma addirittura in dovere di esprimere un'opinione solo per andargli addosso.
D. E Valentino si è arrabbiato ancora di più.
R. Si chiude dentro se stesso, pensa che tutti ce l'abbiano con lui, dichiara che gli spagnoli vogliono farlo perdere e minaccia di non disputare l'ultima gara. Il tutto produce notizie esplosive per una settimana, ma a lungo andare rischia di generare danni irreparabili per Valentino, che dovrà comunque affrontare l'ultima gara in una situazione che non è quella che si augurava. E mi domando anche come affronterà il prossimo mondiale.
D. È obbligato a vincere, per non rischiare di chiudere con un brutto ricordo la sua carriera?
R. Nello sport, così come nella vita, si può fare anche qualcosa di più che vincere. Si può dimostrare al mondo che quello che ami è provarci, fare un tentativo. In un mondo perfetto, Valentino dovrebbe andare a Valencia col sorriso sulle labbra e dare il massimo.
D. Più facile a dirsi che a farsi...
R. Al suo posto io sono sicuro che non ne sarei capace. E se sentissi un Zanardi che commenta così, risponderei: «Ma che diavolo stai dicendo, tu non sai questo, questo e quest'altro». Dall'esterno è facilissimo parlare, per chi è coinvolto direttamente molto meno. Ma se Valentino seguisse il mio consiglio, tutti gli appassionati di moto si focalizzerebbero di nuovo sulle cose bellissime che ha fatto. Non solo e non tanto nel corso di un'intera carriera, ma ancora di più durante quest'ultima fantastica stagione, che resta meravigliosa, da incorniciare.
D. Ma a lei è mai capitato di vivere momenti simili?
R. Mi sono ritrovato in passato in situazioni simili. Scendendo dalla macchina, sarei andato a prendere per il collo l'avversario di turno. Magari però avevo al mio fianco qualcuno non solo saggio e intelligente, ma qualcuno che, avendo visto tutta la scena da fuori e avendo avuto il tempo per ragionarci sopra, riusciva a fermarmi e mi diceva: «Guarda che è andata così». Pensandoci sopra anch'io, ritrovavo la lucidità necessaria per agire nel modo più corretto possibile.
D. Insomma, sono cose da mettere in conto, quando si arriva così in alto?
R. Sono cose che succedono ovunque, anche agli angoli della strada. Rossi e Marquez, per fortuna, non avevano due pistole in mano, ma solo due moto. Ed entrambi le hanno usate non esattamente per lo scopo per cui sono state concepite. Io sono un grande fan di Valentino e sinceramente la cosa che più mi dispiace è che parliamo di questo oggi e non della sua grande stagione. Non vorrei che venisse dimenticata. Purtroppo, fatti come questo si trasformano spesso nel modo migliore perché si verifichi quello che più temo. A Sepang si sarebbe infuriato chiunque. Adesso, ritrovare la serenità e la lucidità per correre un ultimo gran premio alla Valentino Rossi è ancora più difficile. D'altra parte, però, è questa la ragione per cui in moto c'è lui, mentre io e te stiamo qui a fare quattro chiacchiere. Se fosse facile, andremmo io e te a correre.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
Obama fa un assist alla Merkel e salva Deutsche Bank

La Fed riduce a un terzo la multa di 14 miliardi comminata all'istituto tedesco. Tanto basta per allontanare lo spettro di una nuova Lehman. Almeno per ora.

prev
next