Carlo Calvi: «Mio padre, i ricatti e i soldi di Licio Gelli»

Il denaro all'estero della P2. I legami tra logge, Vaticano e mafia. I misteri ancora irrisolti. Parla Carlo Calvi, figlio del banchiere al centro del crac Ambrosiano. 

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17 Dicembre 2015

Carlo Calvi, figlio di Roberto, il banchiere del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il Ponte dei Frati Neri di Londra il 18 giugno del 1982, lo dice senza mezza termini a Lettera43.it.
«Gelli non era la mente della P2, aveva una fascia inferiore di influenza». Eppure «il suo potere era reale. Le autorizzazioni del Mincomes e Ufficio Cambi erano necessarie per l'operatività del Banco Ambrosiano e Gelli aveva lì i suoi uomini. Il sostegno di Eni e Bnl, dove i quadri alti erano in molti casi pidduisti, ha consentito all’Ambrosiano di sopravvivere all'estero nonostante le restrizioni crescenti imposte dalla Banca d’Italia dalla fine degli Anni 70».
A Washington, racconta Calvi jr, «frequentavo Lamberto Dini e altri dell’ambiente finanziario italiano e internazionale: questa situazione era nota e generava timore e fastidio».
UNA NUOVA VITA IN CANADA. Ora vive in Canada da tanti anni, ma non ha ancora perso la speranza di fare luce sulla morte di suo padre. E racconta un pezzo di storia d’Italia di cui è stato suo malgrado protagonista.
Perché la morte di Licio Gelli, il maestro venerabile morto a 96 anni ad Arezzo, fa riemergere le tante ombre di un Paese che deve fare ancora i conti con il suo passato. 
Tra i misteri degli anni d'oro di Gelli c’è appunto la morte Roberto Calvi, che entrò nell'Ambrosiano, uno delle maggiori banche cattoliche di allora, come impiegato nel 1947 e ne scalò tutte le cariche per poi, da presidente, venire travolto nel 1982 dal crac finanziaro del suo istituto di credito. Si iscrisse alla P2 nel 1975.
Nei processi sul caso che durano ormai da trent’anni, tanti chiusi senza colpevoli, tra una montagna di carte e documenti, sono tornati a galla gli incroci tra la loggia P2, la mafia e la camorra, l’estremismo di destra, il Vaticano e lo Ior, la politica della Prima Repubblica, i rapporti diplomatici con gli Stati Uniti e l’Argentina, ma ancora nessun magistrato è riuscito a risolvere l’enigma su questo banchiere morto all’età di 62 anni, protagonista di uno scandalo finanziario che resta un tassello fondamentale della storia d’Italia, una vicenda che costò la vita all'avvocato Giorgio Ambrosoli.
GLI AFFARI ALL'ESTERO DI GELLI. Gelli faceva affari all’estero e di miliardi ne giravano tanti, tra le relazioni con Eugenio Cefis, ex presidente Eni, e il banchiere siciliano Michele Sindona.
«Con il passare degli anni si perdono molte opportunità investigative», dice Calvi jr, «ma Licio Gelli ha lasciato una eredità ancora molto attuale, di persone e connesioni con il potere».
L'ultima associazione di Gelli a Calvi in un'aula di tribunale è recente. È del 2013. Per il pm Luca Tescaroli - che ora indaga su Mafia Capitale - fu molto probabile il coinvolgimento del venerabile maestro della P2 nell’omicidio, ma non ci sono prove certe.
Il movente sarebbe potuto essere questo: la morte di Calvi avrebbe assicurato a Licio Gelli e al faccendiere Francesco Pazienza l’impunità per i trasferimenti illeciti congelati dalle autorità elvetiche. Insomma il Venerabile avrebbe potuto avere interesse, come tanti, che il banchiere venisse eliminato.

Carlo Calvi e il padre Roberto in una foto d'epoca.

 

DOMANDA. Cosa resta quindi adesso di quegli anni dopo la morte di Gelli?
RISPOSTA. Nel 2006 lasciai copia al magistrato Tescaroli della transazione 'Andrea' (relativa al trasferimento di beni di Rizzoli a Gelli in Argentina, ndr). Era conservata da mio padre. Il pm Armati negli Anni 80 verificò in Argentina che Gelli intratteneva rapporti con i ministri dell'allora presidente Menem, proprio oggi tornati in auge, nella tenuta dei Rizzoli.
D. Tescaroli ora è pm in Mafia Capitale.
R. In un’aula di Rebibbia ora non più deserta si ritrova di fronte Massimo Carminati, sullo stesso video da cui mi fissava Pippo Calò.
D. Gli stessi protagonisti di ieri lo sono ancora oggi.
R. Fu Ernesto Diotallevi (indagato in Mafia Capitale per associazione a delinquere, ndr) a consegnare il passaporto a mio padre prodotto dai falsari che ne avevano fatti altri per i Nar.
D. Soldi della criminalità organizzata.
R. Fin dall’inizio delle indagini sull’Ambrosiano ci si interessò all’ambiente del gioco d’azzardo nel Sud della Francia e in Inghilterra. Il magistrato romano Otello Lupacchini aveva messo in guardia i colleghi milanesi, ai tempi dell’attentato del 1982 a Roberto Rosone (presidente del Banco dopo Roberto Calvi, ndr), sui rapporti tra Danilo Abbruciati, esponente della Banda della Magliana, e Francis Turatello, boss della mala milanese. 
D. Gelli portava capitali fuori confine?
R. Io resto della opinione che, dal punto di vista delle vicende penali riguardanti l’omicidio di mio padre, le operazioni svolte da Licio Gelli e dall'ex proprietario del Doney di Firenze Marco Cerruti all’isola di Jersey, siano di particolare importanza. Gli stessi liquidatori ne sottolineavano la pericolosità e operava con Alessandro del Bene (altro esponente della P2, ndr) che aveva interessi a Londra. Cerruti ritornò dal Brasile ed ebbe pure lui conseguenze limitate.
D. Ormai il Banco Ambrosiano è stato liquidato da molti anni.
R. Credo sia poco noto ma, mentre la liquidazione milanese ha in qualche modo atteso i risultati di quella lussemburghese, quest’ultima si è mossa in modo più disinvolto, in quanto gestita da una grande società di revisione contabile e con criteri pragmatici. In sostanza, nella misura in cui le destinazioni dei fondi furono identificate ne seguirono delle transazioni con i beneficiari, tra cui proprio Licio Gelli. Con l’avvento di Carlo Salvatori (che gestì la fusione del Banco nel 1989, ndr) le liquidazioni si sono saldate, ma non hanno evidentemente acquisito le informazioni confidenziali sulle transazioni.
D. Ovvero?
R. Il materiale che conosciamo a Milano consente di stabilire che lo schermo dietro il quale si nascose la maggior parte dei fondi mancanti fu il Bafisud di Umberto Ortolani. Questa banca fu messa in liquidazione rapidamente e a dire il vero non si può dire che lo stesso Ortolani, come Gelli, abbia subito conseguenze giudiziarie comparabili alle sue responsabilità.
D: Cosa è stato fatto sui movimenti dei soldi di Gelli?
R. Sui movimenti di denaro di Licio Gelli si deve dire che i rapporti della Guardia di finanza per i i magistrati Pizzi e Bricchetti sono davvero ottimi e esaustivi. Mentre oggi processi come quello romano sono in gran parte su dischetti informatici, i documenti di allora non sono ancora stati digitalizzati, ma esistono. Data la massa io ne conservo solo una parte, ma il resto a mio parere dovrebbe, nel nostro come in altri casi, essere messo a disposizione del pubblico.
D. Ma anche qui la magistratura non è riuscita ad andare a fondo. C'è possibilità che nuove inchieste possano fare luce su quegli anni?
R. Il metodo per progredire nella conoscenza della vicenda Ambrosiano come di altri casi è oggi rappresentato dalla digitalizzazione dei documenti giudiziari. La principale lacuna che si nota in molti fascicoli è che il pur presente scambio tra gli inquirenti non è sempre accompagnato da riferimenti incrociati. Credo che il lavoro più massiccio su Licio Gelli, oltre a a quello della Commissione, fu quello di Elisabetta Cesqui quando venne a Montreal con il magistrato Pier Luigi Dell’Osso (ora capo della procura di Brescia, ndr). Purtroppo anche qui si concluse con un insuccesso giudiziario.
D. Suo padre le parlava di Gelli?
R. Mio padre parlava poco di Gelli in Italia, prima della mia partenza, dopo la laurea nel 1977. Mia madre a volte si lasciava sfuggire qualcosa. Perché lo aveva incontrato a Roma. Sapevo che era lui quando telefonava sulle utenze riservate. In quel periodo la persona che chiamava assiduamente era Bruno Tassan Din. Molte persone poi comparse nelle liste della P2 venivano a casa nostra come il ministro Dc Gaetano Stammati. Diverso il caso di Ortolani, che visitammo in Svizzera, a Ginevra, e con cui mio padre aveva interessi anche personali, in Italia e successivamente all’estero: nella banca Bafisud aveva una partecipazione.
D. Cosa ricorda di quegli anni?
R. Arrivato a Washington nel 1978 ricordo che mio padre mi mise subito in contatto con Phil Guarino, un ex prete e dirigente del Republican National Committee, da cui fu poi esautorato da Bush padre perché troppo di destra.
D. Chi era Guarino?
R. Era un fedelissimo di Gelli ed era un personaggio inquietante. Ricordo un ricevimento alla Johns Hopkins University. C'era anche il presidente della Repubblica Sandro Pertini. Venne informato della sua presenza e lo fecero uscire rapidamente dalla sala. Incontrai Guarino al Mayflower Hotel con mio padre e il generale Vito Miceli (ex direttore del Sid, i Servizi Segreti, ndr) e Bill Mazzocco, molto vicino sia ad Umberto Ortolani e William Colby, ex direttore della Cia.
D. Suo padre si sentiva minacciato?
R. Mi visitava regolarmente alla fine degli Anni 70 e parlava spesso in modo generico di un pericolo imminente. Dopo un incontro con Mario Genghini della P2 a Miami mi disse che stava subendo delle pressioni da parte di Umberto Ortolani.
D. Quindi che ruolo ha avuto Gelli secondo lei nella morte di suo padre?
R: Il ruolo di Gelli per quanto riguarda mio padre è chiaro.
D. Lo dica allora.
R. Mio padre era stato esposto all’uso rampante di quegli anni delle partecipazioni incrociate, in particolare durante l’Opa Bastogi. Non ha avuto la saggezza di Eugenio Cefis, allora presidente Eni, di andarsene, come del resto fece Agostoni, che nel Banco precedeva mio padre di grado. I suoi contatti hanno cominciato a scadere ed è caduto sotto l’influenza di Ortolani. Sono convinto, come lo era ai tempi il giudice Imposimato, che la P2 avesse un vero e proprio ruolo di pressione ricattatoria nei confronti dei membri della loggia.
D. Ricatti?
R. Mia madre mi parlava spesso dell’accesso che Gelli aveva in Guardia di finanza e in parte della magistratura. Manipolava entrambe al fine di ricattare mio padre per le sue pendenze giudiziarie. Roberto Gervaso venne poi a Washington e mi disse senza mezzi termini che Gelli aveva pesantemente influito sulla vicenda.
D. Ma Gelli era un millantatore o era davvero il capo della P2?
R. Mia madre ha indicato in Giulio Andreotti il capo della P2, seguito dal ex segretario della Camera Francesco Cosentino. Mio padre a Washington mi condusse a un incontro con Paul Rao in una banca. Rao è poi comparso sia nel processo Ambrosoli, in cui fui parte civile, e in quello Andreotti a Palermo. Non ho conosciuto Andreotti ma non ho difficoltà a vedere Francesco Cosentino come il vero capo della P2. Lo ricordo a casa nostra a Drezzo come un personaggio veramente imponente.
D. Insomma, sta dicendo che non era Gelli la mente.
R. Su un piano più ampio ritengo vero, come avevano adombrato già Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, che nella prima metà degli Anni 70 vi fosse un gruppo di influenza dei grandi notabili dello Stato come Cefis e alcuni corpi separati. Gelli aveva buon gioco ad agglomerare un gran numero di funzionari e dirigenti che aspiravano a posti più importanti, ma occupavano la fascia inferiore di influenza. La stessa Anselmi ha sempre dubitato che Gelli fosse la vera mente.
D. Su cosa bisogna indagare secondo lei ancora?
R. L’arresto di Pasquale Scotti, uomo di Cutolo, in Brasile è rilevante. Si tratta di una persona che riporta a frequentazioni e numerosi riferimenti ben precisi di mio padre con l’onorevole Dc Flaminio Piccoli e il ruolo di Francesco Pazienza che è inscindibile dalla frequentazione con la camorra. Io stesso fui contattato all’epoca dall'immobiliarista Alvaro Giardili, dal 1983 indicato come persona ad “alta pericolosità” dall’Alto commissariato antimafia. Il giudice Francesco Misiani se ne era occupato ed aveva acquisito proprio il materiale sequestrato a Licio Gelli a Castiglion Fibocchi sui rapporti tra Piccoli, Pazienza e mio padre. Non si possono non notare le strane aperture recenti di Raffele Cutolo e l’intervista davvero singolare di Francesco di Carlo, esponete di Cosa Nostra, a Rita di Giovacchino sul Fatto Quotidiano. Di Carlo fu testimone di Tescaroli per la strage di Capaci e il processo Calvi: ora cita per la prima volta proprio Ortolani.

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