Caso Espresso-Crocetta, le intercettazioni

Borsellino fatta «fuori come il padre»? Nessuno dei cronisti ha sentito la frase per intero. E se la prendono con il direttore del magazine: «Parla con il culo nostro».

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19 Febbraio 2016

Intercettazioni scomparse o mai esistite. Polpette avvelenate. E richieste di risarcimento da capogiro.
La querelle tra L'Espresso e il presidente della regione Sicilia Rosario Crocetta è contornata da diverse verità esternate dai protagonisti davanti ai magistrati o al telefono, quando non sapevano, o forse sospettavano solamente di essere intercettati.
E alla fine le uniche certezze sono quelle espresse dagli stessi cronisti mentre parlano con colleghi o familiari.
«UN MEGA POLPETTONE AVVELENATO». «Io non immaginavo che succedesse tutta questa confusione, assolutamente no», spiega il giornalista Piero Messina alla madre, appena 11 giorni dopo la pubblicazione dell'articolo, «io no... il mio collega no... il direttore del giornale no, il collega, il caposet.. redattore che ha passato il pezzo no, non ce lo immaginavamo».
La vicenda, iniziata il 16 luglio del 2015, appare molto complessa e, come sospetta l'altro cronista finito sul registro degli indagati, Maurizio Zoppi, tutto ciò potrebbe essere «un mega polpettone avvelenato».
TRAPPOLA, FORZATURA O OMISSIS? Se sia stata ordita una trappola o se le informazioni scritte da L'Espresso siano state forzate, o ancora se tutto ciò che è stato rivelato è attinente alla realtà, ma è stato sapientemente celato tra gli 'omissis' o tra le conversazioni ancora coperte dal segreto istruttorio, verrà accertato nelle aule di giustizia.
Quello di cui invece i cronisti sono certi è che, alla fine dei giochi, saranno loro a restare nell'occhio del ciclone: «Ma tanto io lo so come finisce questa storia», spiega Piero Messina durante una conversazione intercettata, «io mi beccherò, insieme a Zoppi, una condanna e, sulla vicenda di Crocetta, Lirio (Abbate ndr) vincerà, nuovamente, il premio Saint Vincent.. non c'è dubbio».
 

  • La home page del sito de L'Espresso il 16 luglio 2015.

I giornalisti si muovono prima della procura

Il palazzo sede della procura di Palermo.

Il palazzo sede della procura di Palermo.

Insomma, un futuro incerto e un passato tutto da appurare.
Ma andiamo con ordine, partendo proprio dal 16 luglio, quando «il sito online de L'Espresso», si legge negli atti a disposizione della procura, «pubblicava un articolo a firma di Piero Messina, poi riportato sull'edizione cartacea del settimanale il giorno successivo, 17 luglio, nella quale veniva indicata la collaborazione all'articolo di Maurizio Zoppi dal titolo 'Va fatta fuori come il padre. Lucia Borsellino minacciata dal medico di Rosario Crocetta'».
Nel pezzo si faceva riferimento a una telefonata che sarebbe intercorsa tra Rosario Crocetta e il noto chirurgo Matteo Tutino.
Quest'ultimo, secondo i cronisti, avrebbe parlato della figlia del magistrato ucciso da Cosa Nostra.
IL PRESUNTO SILENZIO DI CROCETTA. «Una conversazione che imbarazza il governatore e fa traballare la giunta», si legge nel pezzo. Una frase, in particolar modo, ha fatto sobbalzare dalla sedia molti italiani, mettendo in secondo piano il contenuto dell'articolo che mirava a sottolineare il potere del medico e le sue relazioni divenute «scomode»: «(Lucia Borsellino, ndr) va fatta fuori... come suo padre». Un'affermazione pronunciata, secondo L'Espresso, da Tutino mentre, dall'altra parte della cornetta, il presidente della Regione Sicilia stava in silenzio senza replicare.
Lo scoop è importante, ma il giorno seguente i giornalisti non sono sereni. Prima ancora che la procura smentisca cercano conferme, ma i risultati non sono dei migliori. Mentre l'articolo diventa un caso di stato, il procuratore di Palermo, Francesco Lo Voi, chiede ai militari del Nas di riascoltare tutte le telefonate a carico di Tutino.

Messina al colonnello: «Non mi potete abbandonare così»

In procura arriva anche la relazione del tenente colonnello Nicola Laganà.
Il militare spiega che, il giorno della pubblicazione dell'articolo, Messina sarebbe andato a trovarlo insieme a Giuseppe Montalto, il coordinatore della segreteria particolare dell'assessorato regionale alle Infrastrutture.
Il giornalista, secondo la relazione, avrebbe detto al colonnello che la frase incriminata esisterebbe in quanto l'avrebbe ascoltata dal capitano Mansueto Cosentino, colui che coordinava l'indagine dei Nas su Tutino.
«NON È GIUSTO, SEI STATO PRECISO». Una relazione importante perché è da questo momento che per i giornalisti si profila il reato di calunnia.
Cosentino però è in crociera. Non riesce a leggere gli articoli ma, non senza difficoltà, riesce a fare qualche telefonata e a rispondere agli sms di Messina che lo cerca per avere conferme.
Ma quando queste conferme non arrivano, il cronista afferma: «Non è giusto. Tu sei stato molto preciso. Poi possiamo parlarne all'infinito. Io tutelo le fonti ma non mi potete abbandonare così e dare in pasto a questi qua». 
«TI HO DETTO CHE NON RICORDAVO». Cosentino risponde: «Io ti ho detto che non lo ricordavo e ribadisco che ti avevo raccomandato di parlarne con Trifirò (Giovanni, capitano dei Nas, ndr). Peraltro, se dobbiamo essere precisi mi avevi detto anche che mi avresti fatto leggere l'articolo prima di mandarlo ed anche in questo caso ti invitai a farlo con chi gestisce la comunicazione adesso».
Il militare aggiunge: «Ti ripeto quanto già detto circa la frase esatta, che io non ricordo».
L'ansia pervade i giornalisti. Sono sicuri di ciò che hanno sentito e verificato e non possono credere che adesso non abbiano nulla in mano per rispondere alla procura che afferma l'inesistenza di quell'intercettazione. Nel frattempo il lavoro degli inquirenti avanza e iniziano gli interrogatori in procura.

 

  • La nota della direzione in risposta alla procura di Palermo.
     

Cosentino: «Se avessi saputo della registrazione, l'avrei riferito a voi»

Cosentino riferisce ai pm: «Ho comandato il Nas di Palermo da novembre 2011 a tutto aprile 2014. In tale periodo ho svolto un'articolata indagine nei confronti del medico Dr Matteo Tutino e del Reparto di chirurgia plastica e maxillo facciale dell'Ospedale Villa Sofia Cervello di Palermo. In tale indagine sono state effettuate numerosi servizi di intercettazioni telefoniche ed ambientali nei confronti del predetto e di altre persone a lui collegate (…). Ho avuto cognizione di tale articolo (quello de L'Espresso, ndr) come riportato nella relazione la mattina del 16 luglio, ma senza leggere il relativo contenuto. Nei giorni successivi allorquando avevo la possibilità di avere accesso ad internet ho letto l'articolo. Nel frattempo ho avuto i contatti telefonici col giornalista Piero Messina (…)».
«NON RICORDO LA CONVERSAZIONE». Poi, quando i pm chiedono della frase incriminata, il militare risponde: «Non ho ricordo di una conversazione del genere. Posso però dire che, se mi fosse stata fatta presente l'esistenza di una registrazione di tale tenore, ne avrei immediatamente fatto menzione al sostituto procuratore Battinieri, ed anche alla signoria vostra, quale coordinatore delle indagini, così come è avvenuto per tante altre conversazioni che, seppur di rilievo, lo erano certamente in misura inferiore a quella in argomento».
'FATTA FUORI' IN SENSO POLITICO. Il militare tiene anche a sottolineare che ricorda come Tutino si augurava, nelle telefonate intercettate, che la Borsellino venisse fatta fuori, ma che si riferiva all'incarico ricoperto e non dal punto di vista fisico.
Successivamente ricostruisce i suoi rapporti con il giornalista Messina: «L'ho conosciuto ad aprile 2014. Ho avuto con lui rapporti cordiali scaturiti dal mio interessamento per il libro Il cuore nero dei servizi, da lui pubblicato. Ho avuto anche rapporti di tipo professionale legati all'indagine Tutino dato che egli si dichiarava buon conoscente del predetto. In particolare ricordo che in quel periodo ebbe a consegnarmi la fotografia di un foglio che gli aveva in precedenza mostrato il Tutino e che conteneva l'organigramma di cui ho già fatto cenno in relazione. Ho redatto al riguardo un'apposita relazione di servizio indirizzata alla Procura e consegnata al Dr Battinieri».
«MESSINA CERCAVA CONFERME». Sulla frase il militare è deciso: «Il Messina mi chiese se ricordavo una telefonata tra Crocetta e Tutino riportante la nota frase sulla Borsellino. Risposi che non ricordavo nulla del genere anche tenendo conto della portata assai rilevante di tali affermazioni (…) Ho avuto la netta sensazione che cercasse da me una conferma di quanto egli stava affermando data l'insistenza con cui mi chiedeva se ricordavo l'episodio. Ricordo ancora che si riferì specificatamente ad una telefonata tra Tutino e Crocetta. Nonostante le sue insistenze sono sempre rimasto fermo nel negare di avere mai sentito parlare di una conversazione del genere. Gli ho soltanto ricordato come fossero noti i cattivi rapporti tra il Tutino e la Borsellino».

Messina: «Non posso affermare di aver sentito quella frase»

Piero Messina invece spiega: «Voi mi chiedete espressamente se io abbia mai personalmente ascoltato la frase poi riportata come titolo dell'articolo pubblicato il 16 luglio. Devo rispondere che onestamente io non posso affermare di avere sentito quella frase ma posso raccontare l'episodio in cui ho sentito due parole precisamente 'fatta fuori'. Mi trovavo in un bar di Piazza Politeama insieme al Capitano Cosentino e parlavamo delle vicende connesse alle indagini su Villa Sofia.
UN REGISTRATORE O UN TELEFONINO?. Nel corso di tale conversazione, mentre stavamo quasi per salutarci, dal telefonino o da un registratore del Capitano ebbi modo di ascoltare le parole 'fatta fuori'. Non so se la registrazione si interrompesse o proseguisse e non posso conseguentemente dire se le due parole da me ascoltate facessero riferimento alla notizia che avevo ricevuto qualche tempo prima, ma siccome col Capitano Cosentino stavamo parlando di quel contesto ho ritenuto che le due parole fossero riferibili alla Dr ssa Borsellino».
«MI DISSE DI CHIEDERE AD ALTRI». Così il giornalista spiega in procura che, dopo l'arresto di Tutino e le dimissioni annunciate della Borsellino, avrebbe voluto scrivere un articolo: «Il 2 luglio (…) chiesi al Capitano Cosentino se tornando sull'argomento potevo a quel punto utilizzare la frase e se lui fosse quindi conseguentemente in grado di confermarmela (...) ricordo lui mi disse che se avessi scritto una cosa del genere non avrei avuto alcun problema (...) mi disse comunque di chiedere altre conferme».
I DUBBI DEL PROCURATORE. Quindi Piero Messina si rivolge al procuratore Petralia: «Io gli ho spiegato il contenuto dell'articolo che sarebbe stato pubblicato sull'Espresso. Ricordo di avere espressamente fatto cenno ripetendo la frase 'va fatta fuori come suo padre' e ricordo che il Dr Petralia si limitò a rispondere: 'Ah quella frase'. Per me quel tipo di risposta era da interpretare come una conferma anche se per correttezza devo dire che il Dr Petralia disse di non essere del tutto certo della esistenza delle parole 'come suo padre'».
LA VERSIONE DI FRANCO SALA. Nel corso dell'interrogatorio, il cronista desidera anche produrre la stampa di alcuni messaggi inviati via Twitter «da tale Franco Sala, giornalista operante in Lombardia».
In quei tweet, il collega lombardo «afferma di avere pure sentito personalmente la registrazione della telefonata di cui al mio articolo».
Poi chiama in causa il collega Maurizio Zoppi: «Ha collaborato alla stesura dell'articolo, ma in realtà avrebbe potuto scriverlo direttamente, posto che era a conoscenza di tutto sia per essere stato sempre insieme a me sia per avere raccolto alcuni degli elementi. Ovviamente sapeva dell'ascolto da parte mia delle parole 'fatta fuori' e anche dei successivi contatti col Capitano Cosentino».

Il segreto di Pulcinella della giunta siciliana

(© Ansa)

Così anche Zoppi viene interrogato: «Sicuramente posso dire di non avere sentito la frase 'va fatta fuori come suo padre'».
«LA FRASE DETTATA DA COSENTINO». Poi aggiunge: «Quando Messina chiede al telefono a Cosentino conferma, questo avrebbe detto sì: la frase dettata dal Cosentino è esattamente quella che noi abbiamo poi riportato e cioè 'va fatta fuori come suo padre'».
Durante i colloqui in procura i due rivelano come la frase incriminata fosse una sorta di segreto di Pulcinella di cui si vociferava già da tanto.
A tal punto che Messina lo avrebbe riferito, un anno prima, anche al marito della Borsellino, il dottor Trizzino.
L’uomo avrebbe preferito non informare la moglie per non generare in lei alcuna preoccupazione. Ma quando i magistrati chiedono spiegazioni, spunta il nome di Mario Barresi, giornalista de La Sicilia.
LE VOCI DALL'ENTOURAGE BORSELLINO. Interrogato, il cronista riferisce: «Io avevo avuto un buon rapporto con il presidente della commissione parlamentare sulla Sanità, l'onorevole Di Giacomo che mi aveva dato alcune informazioni sulle questioni politiche che si muovevano intorno all'Assessorato alla Sanità. Fu quindi lo stesso Di Giacomo (...) a riferirmi la voce di cui ho detto ed in particolare che vi sarebbe stata un'intercettazione in cui gli interlocutori parlavano di far fuori politicamente la Borsellino. La persona che secondo il mio articolo avrebbe sbirciato le carte non è il Di Giacomo, ma una persona dell'entourage della Borsellino, secondo quanto da lui stesso riferito. Devo aggiungere che lo stesso Di Giacomo in sue successive dichiarazioni all'Ansa ha confermato di essere stato raggiunto da questa voce».

«Perché mettono la Borsellino sotto scorta? Buono no?»

Tra atti, intercettazioni e interrogatori, le memorie difensive dei cronisti si scontrano con le accuse della procura, che evidenzia anche una conversazione tra i due giornalisti. «Conviene riportare detta conversazione», scrivono gli inquirenti, «tralasciando ogni possibile commento sull'apparente cinismo nei confronti di una persona che si ritrova improvvisamente a dover essere protetta da una scorta anche per lumeggiare l'affannosa quanto inutile ricerca di ogni appiglio utile ad alleggerire la propria posizione».
Ecco la conversazione: 
 

ZOPPI. «Piero ciao scusami ti posso fare una domanda? Cioè se io e tu siamo indagati perché mettono Lucia Borsellino sotto scorta?».
MESSINA. «Non ho capito».
Z. «Se io e tu siamo indagati e la procura ci smentisce perchè mettono Lucia Borsellino sotto scorta?».
M. «Non ne ho idea e non ci tengo neanche a saperlo proprio perchè sono indagato non è un problema mio. Lo capisco quello che vuoi dire ma non è una cosa che voglio dire che cambia il nostro...è una cosa importante capisco che è successa vuol dire che c'è qualche cosa che».
Z. «Buono no?».
M. «Ovviamente non è una cosa che ci riguarda assolutamente nel senso non ci riguarda che ovviamente sono.. possono essere tutte altre storie noi non sappiamo perché è successo questo».
Z. «Minchia ma vedi il culo ora! Sorride cioè minchia boh».
M. «Il culo? È una situazione drammatica Maurizio».
Z. «Dico vedi il culo nel senso».
M. «Cioè se il Comitato nazionale per l'ordine e la sicurezza pubblica decide una misura di questo tipo avranno i loro riscontri che immagino vadano oltre come il nostro articolo non vedo un collegamento tra le due storie».

 

Gli inquirenti concludono: «Superfluo appare ogni commento».

Zoppi: «Minchia dicono che noi sentiamo l'audio»

La nota dell'Espresso sull'intercettazione ''ascoltata e riscontrata''.

La nota dell'Espresso sull'intercettazione "ascoltata e riscontrata".

Sono giorni difficili per i due cronisti e così le telefonate rivelano il senso di tutte le preoccupazioni.
«È un mega polpettone avvelenato questa cosa», spiega Zoppi a Messina durante una telefonata, «minchia dicono che noi sentiamo l'audio», continua il cronista riferendosi alle dichiarazioni esternate dal direttore de L'Espresso.
Così Messina risponde: «Gli ho detto di smussarla molto questa cosa (…) ho detto di dire che si tratta semplicemente di uno stralcio e che mai ci saremmo basati su quello per scrivere la notizia di uno stralcio molto confuso».
«IL DIRETTORE PARLA COL CULO NOSTRO». Zoppi è furioso: «Oramai il direttore ne ha parlato, ehm il direttore ne parla con il culo nostro (…) Questi vogliono uscirsene belli puliti col culo nostro».
Anche Messina è preoccupato. Si percepisce dalla telefonata con il collega Michele Sasso, avvenuta il 21 agosto. «A parte l'interrogatorio», spiega il cronista, «diciamo si è capito che c'è stato anche qualche errore da parte del gruppo secondo me (…) comunque tu, insomma, coseeee...un po' di minchiate la ha fatte il direttore secondo me, un bel po' di minchiate (…) si era spinto troppo la...si è alzato troppo l'asticella il direttore».
«CROCETTA DIVENTATO IL NEMICO». Così Sasso risponde: «Il giornale che ancora continua... questa settimana hanno fatto fare inchiesta sulla Sicilia dei veleni (...) non spetta a me giudicare, però dall'esterno, lo diceva è chiaro vuoi andare in culo a Crocetta, chiaro che è diventato il tuo nemico con la procura in mezzo. Boh».
Che i giornalisti siano entrati in un vortice è chiaro: «La cosa folle», spiega Messina alla collega Laura Compagnino, «è che, diciamo, io me ne potevo stare tranquillamente fuori in disparte perché la notizia l'aveva Zoppi (...) beh. Non c'è... ed io che ci sposso fare se non c'è? A me dagli uffici di Lo Voi, non dal dottore Lo Voi. Ma da quegli uffici me l'hanno confermata. Parola per parola. E non ero solo».
«MI HANNO CAMBIATO IL TESTO». Ancora: «Ti giuro sulla mia vita che ho fatto tutto in buona fede con le procedure che sono previste dalla deontologia dei giornalisti (…) comunque c'è anche un altro aspetto Benny, in fase di editing il giornale mi ha cambiato il testo (...) comunque io ho lasciato tutto fuori alle virgolette...loro hanno voluto mettere... io avevo messo pure una cosa che era tutto da intendersi in senso pulito e mi hanno tagliato tutto». 

«Io ho detto di dire che si tratta di uno stralcio»

Un'altra telefonata interessante ha luogo due giorni dopo, il 23 agosto, quando Messina è al telefono con il collega Ignazio Patrica.
Quest'ultimo infatti afferma: «Pieruccio questo è un paese strano. Io dico che quella intercettazione, comunque, che esista o non esista, tutta la gente pensa che esista ma lasciamo stare questo, non ha questo un gran valore te lo avevo già detto prima, mentre ritengo che tutte le altre, il vero problema di questa... che ha tirato fuori questa vicenda è che nessun giornale italiano ha pubblicato le intercettazioni, neanche voi, credo».
«LA PARTE DI PM È PESANTE». E Messina risponde: «Questa Lirio credo che l'abbia scritta, mi sembra di averla letta». A quanto pare, dunque, questa vicenda sarebbe già stata scritta da Lirio Abbate.
Un capitolo riguarda gli inquirenti. Come Lo Voi che «si astiene», dice Zoppi a Messina, perché è amico di San Filippo». O ancora la telefonata del 21 luglio tra Messina e il collega Casagni.
I due, infatti, notano che il contenuto dell'articolo è scomparso e si parla solo della famosa frase: «(È passata in sordina ndr) la parte dei pm che accompagnavano Tutino in procura bè», afferma Messina, «quella pure è molto pesante». Così Casagni risponde: «Eh ma è chiaro perchè la dottoressa Lia Sava che si è rifatta... (....) questa è la storia». 
«TEMONO DI ESSERE SCARICATI». E ancora. Sempre dalle carte dei carabinieri. «Già da una prima intercettazione del 22.7.2015 emerge la chiara difficoltà dei due giornalisti a giustificare ciò che era stato pubblicato ed il timore di essere scaricati dalla loro stessa testata i due commentano una email appena inviata dai Di Feo, verosimilmente relativa ad un nuovo pezzo sulla vicenda».
Ecco lo scambio tra Zoppi e Messina. 

 

ZOPPI. «È un mega polpettone avvelenato questa cosa ehm».
MESSINA. «Perché?».
Z. «Minchia dicono che noi sentiamo l'audio».
M.«Gli ho detto di smussarla molto questa cosa». 
Z. «Mhh oramai il direttore ne ha parlato ehm il direttore ne parla con il culo nostro mmhh mmh capito». 
M. «Nooo noo io ho detto di dire che si tratta semplicemente di uno stralcio e che mai ci saremmo basati su quello per scrivere la notizia. Di uno stralcio molto confuso (omissis)». 
Z. «Lascia traccia Piero bravo lascia traccia». 
M. «lo pure su WhatsApp». 
Z: «Lascia traccia perchè? Questi vogliono uscirsene belli puliti col culo nostro, lascia traccia».

 

«NON HANNO ASCOLTATO NULLA». I carabinieri sintetizzano così: «Appare subito evidente che i due giornalisti nell'intento di ripararsi da eventuali contestazioni interne alla testata e poi anche esterne cerchino di costruire una versione che minimizzi il presunto ascolto dell intercettazione nell'evidente consapevolezza che lo stesso non sia mai avvenuto. Estremamente significativo che lo Zoppi lamenti che possa essere scritto che essi avevano sentito l'audio e che il Messina abbia cercato di smussare molto tale particolare il che conferma che anche a prescindere dalle varie contraddizioni nelle versioni già rilevate i due siano pienamente consapevoli di non aver ascoltato proprio nulla».

«Rivelazioni del segreto d'ufficio? Allora l'intercettazione c'è»

Gioacchino Genchi, ex consulente informatico della Procura di Catanzaro.

(© ansa) Gioacchino Genchi, ex consulente informatico della Procura di Catanzaro.

Un particolare legame viene messo in luce grazie alle intercettazioni tra Messina e Gioacchino Genchi.
Il 23 luglio del 2015, verso le 21, il giornalista chiama il perito informatico più noto d'Italia.
«Ho i carabinieri a casa che mi stanno notificando un atto perché sono indagato per rivelazioni di segreto d'ufficio e per calunnia», spiega il cronista.
I CONSIGLI DI GENCHI. Così Genchi inizia a elargire una serie di consigli legali: «La calunnia è grave certo, però dico la calunnia si fa quando tu in un atto che è diretto all'autorità giudiziaria o a persone che hanno l'obbligo di riferire all'autorità giudiziaria, accusi taluno di un reato del quale lo sai innocente».
«Si sono schierati proprio Lo Voi e Agueci assieme», ribatte dopo un po' il giornalista, spiegando che L'Espresso ha già provveduto a «nominare gli avvocati».
Genchi esterna anche una riflessione interessante: «Però rivelazioni del segreto d'ufficio, sai che significa, rivelazioni segreto d'ufficio significa che l'intercettazione c'è».

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