Castelvetrano, viaggio nel paese di Messina Denaro

Crea lavoro. Ha consenso. Fa eleggere politici fedeli. A Castelvetrano (Trapani) l'eterno latitante Matteo Messina Denaro non si vede, ma c'è. E ancora comanda.

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07 Febbraio 2016

Matteo Messina Denaro da giovane e come viene rappresentato dall'identikit più attuale.

Matteo Messina Denaro da giovane e come viene rappresentato dall'identikit più attuale.

Il gergo è da pastori, ermetico e puntuto: «Ho una rinisca (una pecora, ndr) buona. Quando vossia finisce di mungere, la scanniamo».
Oppure, per indicare un messaggio da far partire subito: «La ricotta è pronta, currite a pigghiarla (venite a prenderla, ndr)».
Stragi, omicidi, bambini trucidati, donne strangolate: accuse da incubo.
Per comunicare, Matteo Messina Denaro - il boss di mafia «più ricercato d’Europa», latitante da 23 anni, che secondo gli inquirenti si nasconde ben protetto «nelle masserie più remote della provincia di Trapani spostandosi a volte in Svizzera e spesso in Tunisia» - usa i pizzini, cioè i bigliettini da distruggere subito.
Ma anche Skype, talvolta.
E i più moderni mezzi dell’innovazione tecnologica.
SI MUOVE IN AMBULANZA. Perché “lui”- che «si nasconde nelle ambulanze a sirene spiegate per spostarsi in incognito da un covo a un altro» - è fatto così: antico e moderno, sciupafemmine e timorato, presente e assente, ignorante e sofisticato, spaccone e silenzioso fino a «negarsi per prudenza a ogni rapporto con le mafie degli altri».
Polizia e carabinieri lo stanno cercando perfino con gli aerei-spia usati per trovare i migranti dispersi in mare.
Micro-telecamere e cimici giacciono a decine sotto le zolle di terra nella speranza di capire dove si nasconda.
Ma niente. Di lui non si intravede traccia.
Però se ne sente l’odore. Eccome, se lo si sente.
CONDIZIONA IL TERRITORIO. Si percepisce la “presenza”: palpabile e invasiva, fino al punto da condizionare la vita quotidiana di migliaia di famiglie e di gran parte delle attività produttive sul territorio: dai grandi centri commerciali alle pale eoliche, dal cemento alla ristorazione, dal turismo al vino, ai formaggi, ai grandi appalti, dalla piccola bottega fino al mega-business e alla pretesa di infilarsi - a suon di minacce - all’interno di imprese senza macchia per sfruttarne il fatturato.
Lo chiamano Diabolik. Perché, hanno raccontato i pentiti, un tempo «si era fissato di voler sistemare due mitra sul cofano della sua Alfa 164 per far capire subito a tutti che razza di tipo fosse».
MOLTI GLI SONO DEVOTI. È amato. Osannato. Un suo presunto profilo su Facebook ha raccolto più di mille adesioni.
E una raffica di messaggi di devozione a dir poco inquietanti.
I politici commentano: «Qui la comunità è sana. Poi ci sono gli idioti».
Ma confessa un giovane in piazza a Castelvetrano, il paese di 32 mila abitanti in provincia di Trapani dove - quarto dei sei figli di un contadino - il boss fantasma nacque nel 1962: «Di lui non si conosce neanche più il volto, ma per noi è come se ogni giorno comparisse in piazza per ricordarci che c’è. E che ancora ci comanda».
 

Il Comune rinvia la discussione sulla lotta alla mafia

Un murales che raffigura il volto di Matteo Messina Denaro è stato dipinto alle spalle della cattedrale di Palermo (Ansa).

Un murales che raffigura il volto di Matteo Messina Denaro è stato dipinto alle spalle della cattedrale di Palermo (Ansa).

Lu zu Turiddu libero subito” (lo zio Salvatore libero subito, ndr) recita lo slogan con cui su Facebook è partita la raccolta firme di solidarietà nei confronti di Salvatore Accardi, 60 anni, un venditore ambulante di panini che a Castelvetrano ha ammazzato a colpi di fucile un picciotto che si rifiutava di pagare la salsiccia.
Brutto segno, secondo i cronisti.
Vuol dire che «il controllo mafioso del territorio è entrato in crisi. E si spara senza permesso».
In un solo giorno la petizione ha arraffato centinaia di adesioni.
METODI SIMILI AI MAFIOSI. «Ha fatto bene», scrive la gente pensando al pizzo (che però qui coinvolge solo gli imprenditori che arrivano da fuori perché il boss ha interesse che i locali «lavorino tranquilli sotto protezione»).
E nessuno ha da ridire se l’omicida teneva il fucile già carico nel furgone e ha usato metodi non dissimili da quelli di mafia.
Né inquieta che il sindaco Felice Errante abbia condannato il gesto e che abbia preso le distanze anche Elena Ferraro, l’imprenditrice di Badia (il rione in cui abitano i Messina Denaro) che nel 2010 denunciò i mafiosi che avrebbero preteso di entrare nella sua società che gestisce un centro diagnostico.
«ESTORSIONE IMPRENDITORIALE». «Il Comune», ha accusato la donna, «non si è costituito parte civile al processo. E ha rinviato sine die la discussione in aula sulla lotta alla mafia». 
Ferraro denuncia: «Qui accade che chiuda un centro commerciale di proprietà di Messina Denaro, ma che solo una piccola parte dei dipendenti venga riassorbito al lavoro, regalando in tal modo consensi a chi è schierato col crimine».
E ancora: «L’estorsione da noi è imprenditoriale, avviene col sorriso sulle labbra, grazie a un caffè offerto al bar davanti a tutti e accettato dalla vittima in segno di pubblica sottomissione».

«Non c’è furto, rapina o attività produttiva che non sia autorizzata dal boss»

Matteo Messina Denaro in una foto di repertorio

(© ANSA) Matteo Messina Denaro in una foto di repertorio

Castelvetrano sotto schiaffo di mafia?
Lorenzo Cimarosa, cugino di Matteo Messina Denaro e ora dichiarante, ha spiegato che «qui non c’è furto, rapina o attività produttiva che non sia autorizzata e protetta dal boss».
PARASSITA SFRUTTATORE. E sull’eterna latitanza ha aggiunto: «È un parassita che non si cura di nessuno, neanche dei legami familiari. Sfrutta tutti pur di salvare se stesso».
Esagerazioni? Forse.
Ma gli inquirenti confermano: «Gli abbiamo confiscato beni per centinaia di milioni, gli abbiamo fatto terra bruciata intorno e arrestato i familiari più cari. Eppure, dal giugno 1993 non riusciamo a prenderlo».
TEMUTO DAGLI ALTRI CRIMINALI. Per molti cronisti locali, Matteo Messina Denaro è «l’uomo più potente della Sicilia», rispettato e temuto dalle altre mafie.
Uno che nella provincia di Trapani «gode di un diffuso consenso sociale» e per di più «capace di creare lavoro e distribuire posti, di far eleggere i politici fedeli, di tessere relazioni politiche di alto livello, di gestire sul territorio l’unico tribunale davvero rispettato e in grado di dirimere in tempi brevi liti, recuperare crediti, risolvere contese».
ADORATO COME UN SANTO. A Castelvetrano il boss può contare «su una pletora di conniventi che lo adorano come un santo» e su «un culto mafioso mai rinnegato», ha scritto il settimanale l’Espresso, «dalla madre, dalle sorelle, dai nipoti».

Applausi in massa al cognato detenuto

La gente di Castelvetrano rende omaggio a Vincenzo Panicola, il cognato del boss latitante.

La gente di Castelvetrano rende omaggio a Vincenzo Panicola, il cognato del boss latitante.

Accade così che il 25 novembre 2015 la folla che sta partecipando a un funerale applaude in massa Vincenzo Panicola, il cognato del boss latitante e figlio della defunta, che da detenuto è lì in permesso speciale scortato dalla polizia penitenziaria.
E, notano le cronache locali, accade pure che la Chiesa locale «non spenda una parola di condanna sull’episodio».
L’olio pregiato, il pane nero, i vini sempre più dop, una straordinaria cultura locale.
ANTI-MAFIA, CHE FATICA. Assicurano in municipio: «La gente di Castelvetrano non è affatto schierata con i boss e anzi, specie tra i più giovani, la cultura anti-mafia sta prendendo piede».
Sì, però che fatica.
E quanto poco - confermano i più avvertiti - si nota l’aiuto dello Stato: 28 Comuni, 170 mila famiglie, quasi sempre agli ultimi posti nelle classifiche di vivibilità nazionale.
REDENZIONE LONTANA. Spiega Egidio Morici, giornalista di Tp24.it: «Qui vive un sacco di gente sana. Ma che il percorso verso la piena legalità sia ancora impegnativo lo dimostrano le ondate di arresti eccellenti che si susseguono un anno sì e uno no: imprenditori, insegnanti, professionisti, politici».
C’è chi ricorda un consigliere comunale finito sotto processo e poi assolto che potrebbe presto rientrare in Aula, nonostante le intercettazioni in cui afferma cose che, assoluzione a parte, «restano imbarazzanti».
EX SINDACO PENTITO. I meno giovani hanno conosciuto un ex sindaco che, con lo pseudonimo Svetonio, tenne un fitto carteggio con il boss latitante e poi, pentito, consegnò le lettere agli inquirenti.
Già, ma oggi? Oggi si sa che dall’Europa stanno per arrivare 22 milioni e mezzo di euro destinati al nuovo sistema fognario di borgata Triscina di Castelvetrano-Selinunte.
Insomma, ci siamo capiti. 
 

Twitter @enzociaccio

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