Cina, i ribelli sfidano l'impero dalle periferie

Proteste a Hong Kong. Terremoto politico a Taiwan. Terrorismo nel Nord Ovest. Le minacce che insidiano Pechino. Fra proteste, rivolte e attentati.

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02 Dicembre 2014

A Pechino, nel centro dell'Impero, arrivano notizie poco rassicuranti.
Sabato 29 novembre, nel lontano Xinjiang, ricco di pozzi di petrolio e scosso dalle proteste della minoranza uiguri, quattro persone sono state ammazzate da quelli che il governo centrale liquida come terroristi. E 11 aggressori sono stati uccisi dalle forze dell'ordine governative.
SPRAY URTICANTI E 40 ARRESTI. Nelle strade all'occidentale di Hong Kong, l'ex colonia britannica tornata nell'abbraccio della potenza comunista, i ragazzi di Occupy Central continuano a manifestare per chiedere libere elezioni, nonostante gli appelli del governo locale, gli spray urticanti e 40 arresti della notte del 30 novembre.
PARTITO NAZIONALISTA BOCCIATO. Soprattutto, nell'isola di Taiwan il Kuomintang, partito nazionalista che stava trattando il riavvicinamento a Pechino, è stato bocciato dagli elettori e il primo ministro si è dimesso.
Le 'periferie' della prima potenza economica mondiale sembrano pronte a presentare il conto alla Capitale. Ma ognuna a suo modo. E con diverse chance di successo. 

 

  • La mappa della Cina (Google Maps).

Lo Xinjiang, minoranza islamica e pozzi di petrolio

Al confine Nord Occidentale della Cina, il governo centrale affronta la minaccia del terrorismo di matrice musulmana.
Da cinque anni ormai, nel lontano Xingjiang, la minoranza degli uiguri combatte contro l'etnia Han maggioritaria nel resto del Paese.
In 60 anni, gli Han, attratti dalle potenzialità dell'industria estrattiva, sono diventati quasi la metà dei 22 milioni di abitanti della regione. E nel 2009 il conflitto etnico è esploso: 200 morti tra i due fronti.
ESEGUITE 20 CONDANNE A MORTE. Da allora gli uiguri hanno subito il pugno di ferro dell'amministrazione centrale.
Le organizzazioni non governative hanno contato almeno 20 condanne a morte eseguite. Ma la repressione si alterna ormai alle stragi.
La più atroce è avvenuta nell'estate del 2014 e ha causato la morte di 100 persone. 
In casa gli uiguri hanno sempre più difficoltà a professare il loro credo, ma anche ad accedere al mercato del lavoro nei grandi centri industriali.
Il movimento indipendentista è cresciuto. Per gli oppositori di Pechino, lo Xinjiang non è una provincia del Dragone, ma la parte orientale del Turkestan, un ideale regno che unisce tutti i popoli di origine turca dell'Asia centrale, da Ankara passando per le ex repubbliche sovietiche.
I sostenitori dell'idea indipendentista rischiano molto, anche senza ricorso alla violenza. A settembre, per esempio, il professore di economia Ilham Tohti è stato condannato all'ergastolo con l'accusa di separatismo.
RICCO DI GIACIMENTI DI PETROLIO E GAS. La Cina non concederà mai un affrancamento della regione, economicamente e politicamente strategica.
Lo Xinjiang, sbocco sulla regione del Caspio, ha un Pil pro capite più basso di quello della media nazionale, ma è ricco di giacimenti di petrolio e di gas (la terza produzione a livello nazionale).
Inoltre il mancato riconoscimento dei diritti della minoranze, ha condotto gli esponenti islamici più radicali dritti nei campi di addestramento di al Qaeda in Afghanistan tra le braccia della jihad internazionale. Etichetta buona per giustificare la repressione di fronte all'opinione pubblica. 

 

  • La provincia dello Xinjiang.

A Hong Kong in strada la protesta, ma la popolazione pensa all'economia

A Hong Kong, gli attivisti di Occupy central non si fermano. Dal 2017, i sette milioni di abitanti della 'città-Stato' dovrebbero scegliere il loro leader politico tra una rosa di candidati selezionati da Pechino.
Per protesta, da settembre gli studenti sono scesi in piazza, usando l'ombrello come simbolo e lo smartphone come strumento di lotta.
Hanno assaltato più volte il parlamento, sono riusciti a bloccare i palazzi di governo. E Chun-ying Leung, il chief executive che governa la città, ha per la prima volta dato il via libera all'uso di gas urticanti.
L'élite filo cinese al potere (per metà nominata dalla leadership di Pechino) ha incentivato le imprese a ricorrere in tribunale contro le manifestazioni.
USATE PERSINO LE MAFIE LOCALI. E secondo diverse testimonianze raccolte dai cronisti locali ha persino usato le mafie locali per bloccare le proteste. Eppure dopo quasi tre mesi di sit in, la rivoluzione degli ombrelli, come è stata chiamata, vive un paradosso. Ha poco sostegno tra la popolazione locale e grande valenza politica agli occhi dell'opinione pubblica estera.
LA MAGGIORANZA VOLTA LE SPALLE. Come ha riportato il Wall Street Journal, su cinque sondaggi condotti dall'università di Hong Kong dall'aprile 2013, data di nascita del movimento pro elezioni, ben quattro hanno mostrato che i manifestanti hanno il sostegno di meno di metà della popolazione. 
Del resto, l'ex colonia britannica non ha mai conosciuto la democrazia. Prima di passare sotto la sovranità cinese, era retta da un governatore, al punto che fa sorridere oggi che i parlamentari britannici vogliano condurre un'inchiesta sul rispetto delle libertà nel loro ex territorio.
Secondo i ricercatori dell'Università locale, nella città che vanta uno dei Pil procapite più alti del mondo (attorno ai 51 mila dollari), ma altrettanto alta disuguaglianza sociale, gli argomenti economici e la necessità di avere buoni rapporti con Pechino hanno più riscontro degli afflati democratici. «Non scambiate la tolleranza degli agenti, per debolezza», è il messaggio lanciato dai palazzi di governo. Tuttavia, l'effetto politico della 'rivoluzione' si è già sentito. A 800 chilometri di distanza.

 

  • Hong Kong e Taiwan. (Google Maps).

La rivoluzione? «Oggi Hong Kong, domani Taiwan»

La rivoluzione degli ombrelli si fa a Hong kong, ma il terremoto politico si sente a Taiwan. Nella Repubblica di Cina, la Cina nazionalista di Chiang Kai-shek proclamatasi indipendente nel 1949 ai tempi della rivoluzione di Mao Ze Dong, il partito del Kuomintang ha subito una pesante sconfitta.
Nelle elezioni amministrative del 29 novembre, l'opposizione del Dpp (Partito democratico e progressista) ha conquistato cinque delle sei poltrone di sindaco in palio. E oggi molti pensano che abbia una chance per ottenere la presidenza nelle elezioni presidenziali del 2016.
La colpa dei nazionalisti? Aver trattato per sei anni la riunificazione con Pechino.  
Ma Ying-jeu, l'attuale numero uno della Repubblica di Cina (nome istituzionale di Taiwan) ha aumentato progressivamente l'interdipendenza economica tra l'isola e il Dragone. E per tutta risposta, un gruppo di circa 300 studenti, chiamato il movimento dei Girasoli, aveva occupato il parlamento per protestare contro i nuovi accordi commerciali bilaterali.
TAIWAN È UN'ENCLAVE DI RICCHEZZA. La protesta di Hong Kong è stato il colpo finale. Rispetto alla povertà della terraferma, Taiwan è un'altra enclave di ricchezza: con un reddito pro capite, pari a otto volte la media cinese. E anche per questo il presidente cinese Xi Jinping ha proposto per l'isola lo stesso motto applicato a Hong Kong: «Due sistemi, stesso Stato».
Ma mentre la prima è una ex colonia britannica, Taiwan è indipendente da 65 anni.
Mentre i ragazzi degli ombrelli chiedono elezioni libere, gli studenti del girasole le hanno già. «Oggi Hong Kong, domani Taiwan», hanno ripetuto per mesi i dirigenti del Dpp. E lo slogan è comparso anche nei cartelli sventolati nelle piazze di Taipei.
A fine settembre il presidente Ma si era visto costretto a prendere le distanze dal motto dei due sistemi. E aveva avvertito pubblicamente e ripetutamente Pechino di non usare la mano pesante. Invano. Il risultato si è visto nelle urne. E il sogno di Xi Jinping di ricucire la ferita più sanguinosa della storia cinese rischia di rimanere, appunto, solo un sogno.

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