LA SCHEDA

Ecomafia, Terra dei fuochi: 10 punti per capire la strage

La storia, i responsabili, i morti. L'avvelenamento del Casertano.

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05 Gennaio 2014

Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano il 3 gennaio ha scritto una lettera a don Maurizio Patriciello, il parroco di Caivano che guida la lotta contro i rifiuti tossici delle popolazioni che abitano tra Napoli e Caserta (la cosiddetta Terra dei fuochi). Il capo dello Stato ha promesso attenzione e impegno per la bonifica delle aree avvelenate.
Anche il cardinale di Napoli, Cresenzio Sepe, ha affrontato in una lettera - controfirmata dai vescovi delle diocesi interessate - la tragedia dei territori devastati dai roghi killer e dagli sversamenti fuorilegge.
SEPE: «UN DRAMMA UMANITARIO». Sepe ha parlato di «dramma umanitario». Di fronte a tali eventi, ha aggiunto, «non è possibile restare immobili». Le autorevoli prese di posizione si aggiungono al coro di adesioni che da più parti si leva a favore della battaglia che le popolazioni che vivono tra Napoli e Caserta stanno conducendo contro i rifiuti tossici sepolti a pagamento dalla camorra (su richiesta di una parte dell’imprenditoria del Nord).
UN AVVELENAMENTO DURATO 25 ANNI. Ma, al di là delle adesioni (e del rischio-unanimismo che qua e là affiora) che cosa è davvero la Terra dei fuochi? Come è iniziato, 25 anni fa, l’avvelenamento dei territori? Chi sono i protagonisti? Quante sono state le vittime? E soprattutto: che cosa bisogna fare, per uscirne davvero?

 


1. Nel 1991 la prima indagine

Era la notte del 4 febbraio 1991 quando un camionista italo-argentino, Mario Tamburrino, si presentò ai medici dell’ospedale di Pozzuoli. «Aiutatemi», sussurrò trafelato, «qualcosa mi è entrato negli occhi: non vedo quasi più».
I «PRIMI» 571 FUSTI. Negli occhi, erano penetrate alcune gocce della sostanza corrosiva fuoriuscita dai fusti (571, pieni di rifiuti tossici, caricati sul camion a Cuneo e diretti a sant’Anastasia, a nord di Napoli) che Tamburrino avrebbe dovuto abbandonare sul terreno affinché fossero sepolti in loco dai guaglioni locali.
COSÌ ARRIVÒ L'ECOMAFIA. In seguito all’indagine giudiziaria che ne scaturì, i magistrati e l’opinione pubblica vennero per la prima volta a conoscenza del vocabolo Ecomafia e del colossale business che già dalla metà degli Anni 80 era in atto tra la camorra, l’imprenditoria del Nord e la classe politica napoletana e campana. Del camionista Tamburrino si è persa ogni traccia.

2. Casertano, terra di roghi

Il primo a definire Terra dei fuochi l’area interessata al fenomeno dei rifiuti tossici sepolti illegalmente fu Giuseppe Ruggiero, dirigente campano di Legambiente, che nel 2003 usò tale etichetta in riferimento ai roghi di pneumatici e di materiali tossici che ogni pomeriggio (tra le ore 18 e le 23) ignoti appiccavano (e ancora appiccano: tra il 2012 e l’agosto 2013 i vigili del fuoco ne hanno contati 6.034) lungo l’Asse mediano, che collega Napoli ai paesi del Casertano.
In realtà, la Terra dei fuochi per antonomasia, in Campania, è sempre stata la zona flegrea, ricca di vulcani e di crateri ribollenti di magma e lapilli.

3. La mappa dei veleni: 2 mila siti inquinati

I territori colpiti dai veleni di camorra sono quelli tra le province di Napoli e Caserta. L’area è compresa tra i comuni di Qualiano, Giugliano in Campania, Orta di Atella, Caivano, Acerra, Nola, Marcianise, Succivo, Frattaminore, Frattamaggiore, Aversa, Mondragone, Castevolturno, Villa Literno, Pozzuoli, Bacoli, Marano, Cicciano, Palma Campania, Melito di Napoli. A Napoli, il quartiere Pianura.
A firmare il Patto per la Terra dei fuochi, l’11 luglio 2013, sono stati ben 57 comuni tra Napoli e Caserta. Ma la verità è che nessuno sa quanti e dove siano i rifiuti tossici sepolti nel corso degli anni nell’area. L’Arpac, l’agenzia campana per l’ambiente, ha contato più di 2 mila siti inquinati.

4. Gli industriali: «Inutili allarmismi». L'uscita di Lorenzin

Risalgono al 2013 le dichiarazioni del presidente degli industriali di Napoli, Paolo Graziano, che ha definito «inutili allarmismi» le denunce targate Terra dei Fuochi. A identica data risalgono le esternazioni del ministro per la Sanità, Beatrice Lorenzin, che ha sostenuto che la causa dei tumori andrebbe cercata «negli stili di vita sbagliati, nel fumo delle sigarette, nella poca frutta e verdura consumata a tavola» dalle famiglie meridionali.
Alla sortita del ministro, in tanti hanno fatto eco definendo per mesi «allarmisti» e «fanatici» i comitati degli abitanti delle aree colpite dall’inquinamento. O, addirittura, ipotizzando che dietro le loro proteste si nascondessero «oscure forze criminali o affaristiche».

5. Il business dei rifiuti degli Anni 80

Per capire come e perché la camorra si buttò fin dagli Anni 80 a capofitto sul traffico dei rifiuti, bisogna sapere che smaltire in maniera lecita rifiuti urbani costava, in quegli anni, 300 lire al chilo. Se si trattava di fanghi di conceria (o peggio), il prezzo saliva fino a 1.200 lire. Le ditte dei clan si facevano pagare tre le 120 e le 130 lire al chilo. Anche se si trattava di fanghi (o peggio).

6. Le 33 inchieste e i pentiti. Le dichiarazioni di Schiavone

Dal 2000 a oggi, le inchieste giudiziarie sui rifiuti tossici sono state 33 a Napoli ad opera di 4 procure (Napoli, Nola, Torre Annunziata, santa Maria Capua Vetere) e 73 in Campania. Adelphi, Cassiopea, Madre terra, Carosello, Nerone, Cernobyl: nomi suggestivi, per etichettare le orrende trame del malaffare. Ben 311 sono le ordinanze di custodia cautelare; 448 le persone denunciate; 116 le aziende coinvolte.
PERRELLA, IL PRIMO A PARLARE. Il primo boss di Ecomafia pentito risale al 1988. Si chiamava Nunzio Perrella, all’attuale procuratore nazionale antimafia Franco Roberti raccontò: «Altro che droga, per noi il vero affare è l’immondizia: dotto’, ‘a munnezza è oro». Specie se fatta di rifiuti speciali, il cui smaltimento costa 600 euro a tonnellata.
Finora sono stati 22 i pentiti di Ecomafia. Da Dario De Simone («Se in una discarica ogni giorno arrivano 100 camion carichi di rifiuti, l’ultimo è pieno di soldi», ha spiegato) a Domenico Bidognetti (che raccontò il ruolo dei colletti bianchi Gaetano Vassallo, a sua volta pentito, e Cipriano Chianese, avvocato e manager), da Oreste Spagnuolo (ex killer del gruppo di fuoco del Casalese Giuseppe Setola) a Tammaro Diana, Pasquale Di Fiore, fino a Carmine Schiavone, oggi il pentito più famoso per le rivelazioni del 2013 in tivù che peraltro aveva già reso nel lontano 1996 (ministro dell’interno era prorpio Giorgio Napolitano).

7. Il giallo dei 30 siti di stoccaggio

È l’altra faccia del disastro, quello determinato addirittura dalle istituzioni che ora non sanno più come smaltirle. Si tratta di 30 siti di stoccaggio, che avrebbero dovuto temporaneamente ospitare balle di rifiuti trattati e resi innocui in attesa di essere distrutti. Il risultato? Sei milioni di tonnellate, cioè 4 milioni e 274.616 pacchi di maleodorante immondizia mai trattata giacciono ammassati nelle campagne del Giuglianese, una volta fertili e ora ridotte a paesaggio lunare aggredito da stormi di gabbiani impazziti.
È stato calcolato che per bruciare le balle (ma dove? E come?) ci vorrebbero almeno 50 anni.

8. La strage: il 35% dei morti di cancro viene dalla Terra dei fuochi

Su 500 pazienti operati per neoplasia al polmone nel 2013 all’istituto per i tumori Pascale di Napoli, il 35% proviene dalla Terra dei fuochi. Don Patriciello, il parroco di Caivano, sconvolto dai troppi funerali, ha affisso intorno all’altare maggiore i pomodori avvelenati e le fotografie delle decine di bambini deceduti per leucemia.
LO SCANDALO DEL REGISTRO TUMORI. L’incremento dei casi di cancro in Campania negli ultimi 10 anni è del 13%, eppure resta inattuato il Registro regionale dei tumori.
Inesistente resta anche un credibile piano di smaltimento rifiuti. Antonio Giordano, direttore dello Sbarro Institute for Cancer Resarch in Usa e figlio di Giovan Giacomo (che nel 1977 fu il primo scienziato a scrivere che «la Campania è travolta da un’epidemia silente e causata dall’uomo»), ha detto: «Il 60% dei residenti in Terra dei fuochi svilupperà tumori o altre gravi patologie. Urgono bonifiche e prevenzione sanitaria».

9. La battaglia di don Patriciello e dei pm

Don Maurizio Patriciello parroco di san Paolo Apostolo a Caivano, fino al 18 ottobre 2012 era un anonimo sacerdote alle prese con una terra difficile che gli chiedeva aiuto. Poi, partecipò a una riunione in prefettura sul tema rifiuti e definì il prefetto di Caserta «signora» invece che «eccellenza», scatenando le ire del prefetto di Napoli che lo rimproverò davanti a tutti.
La boutade anti-parroco suscitò scandalo in tutta Italia. Ma si trattò di una gaffe provvidenziale, perché da quel giorno don Patriciello diventò famoso e del dramma Terra dei fuochi si iniziò miracolosamente a discutere.
LE BARE BIANCHE. I protagonisti veri, però, sono forse altri: si chiamavano Dalia, 12 anni, Luca, 19 anni, Luciano, 16 anni, Tina, 28, Marta, 4. Martiri per forza, bare bianche in processione. Ha detto don Patriciello: «A novembre ho celebrato i funerali di Agostino, 28 anni. A gennaio, il battesimo di suo figlio nato un mese dopo».
Tra i protagonisti, vanno citati almeno due magistrati: Maria Cristina Ribera, della direzione antimafia di Napoli, la prima a coniare il termine di «imprenditore camorrista», riferito a coloro che fino ad allora erano ritenuti camorristi e imprenditori. E Donato Ceglie, della procura di santa Maria Capua Vetere, che ha dedicato la propria vita a combattere Ecomafia in tribunale.

10. Bonifiche, unica soluzione rimasta sulla carta

L’unica, vera soluzione per normalizzare nel tempo la vita di chi abita in Terra dei fuochi è la bonifica del territorio. Se ne parla da decenni, ma finora sono stati sperperati milioni di euro con risultati pari a zero. L’impresa, sprechi e imbrogli a parte, appare utopistica.
MANCANZA DI FONDI. Già nel 2001, cioè prima della grande crisi, la Commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti ammise sconsolata di essere a conoscenza degli sversamenti illegali in Campania ma di non poter intervenire perché «la montagna di soldi necessaria per le costosissime bonifiche non ci sono e non ci saranno mai». In alcune aree, del resto, è già troppo tardi. Per esempio, secondo il commissariato di governo, nei 20 chilometri quadrati (pari a 2.600 campi di calcio) dell’area intorno alla ex discarica Resit nel Giuglianese: «Quella terra è morta, risanarla sarebbe un’impresa proibitiva».
IL FALLIMENTO DI STIR. Inoltre poco o nulla si sta facendo per individuare e punire il traffico illecito dei camion che ogni giorno scaricano i veleni fra Napoli e Caserta. Anzi, il cosiddetto progetto Stir, che avrebbe dovuto consentire il monitoraggio satellitare dei camion, è svanito nel nulla dopo il mezzo scandalo dei fondi volatilizzati. Dalle indagini dei magistrati, intanto, traspare che sul business bonifiche, sui monitoraggi e il resto i più attenti, aggiornati (e dotati dei capitali necessari) appaiono ancora una volta i boss di camorra.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

VittorioMangano 06/gen/2014 | 14 :42

Tutta colpa dell'Euro anche qui ?

http://www.lincredibileparlamentoitaliano.yolasite.com/la-colombia-deuropa.php

La tragedia di un popolo sottosviluppato.

Che continua a votarli in massa

Roby14 06/gen/2014 | 11 :21

Hanno bisogno di altri soldi
E' evidente che se è un "problema" nato negli anni 80 e da allora non si è arrivati a debellarlo vuol dire che a livello politico, amministrativo e giudiziario ci sono delle crepe enormi dove la camorra sguazza indisturbata. Personalmente non vedo soluzioni, mandare altri soldi per bonificare sarebbe come darli direttamente ai clan che gestiscono il territorio. Una soluzione drastica ci sarebbe ma, in Italia non è più ammessa (per sfortuna o per fortuna). Mi viene in mente il Prefetto Cesare Mori ma, purtroppo anche lui all'epoca fermato dalla politica.

Canoi 05/gen/2014 | 14 :55

Niente di niente.
La questione è molto più grande di quello che si intende far capire. Niente soldi ed azione dura della Magistratura contro gli amministratori pubblici, attuali e passati. Vi garantisco che al nord vi stanno osservando e se, solo, si fa ballare un po' la polvere si arrabbiano (ci arrabbiamo) di brutto.

Gustavo Gesualdo 05/gen/2014 | 10 :54

Emergenza monnezza napoletana: non è affatto terminata, né indagata.
Personalmente eviterei di finanziare qualsiasi ulteriore aiuto od intervento pubblico alla emergenza della monnezza napoletana, a meno che, il governo non dichiari di nuovo aperta tale emergenza e non disponga una commissione di inchiesta nelle responsabilità umane, morali, materiali, politiche, istituzionali, amministrative, civile e penali in tale emergenza mafiosa ed istituzionale.
Devono cadere teste, deve essere ripristinata la legge e la giustizia in una terra dove il degrado è divenuto sinonimo di stato mafioso ed ogni responsabilità è restata incivilmente impunita.
Gustavo Gesualdo

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