Giuseppe Uva, l'avvocato: «Ecco gli elementi trascurati dal pm»

Fabio Ambrosetti, legale di Lucia Uva: «Sono molti, dalla testimonianza della dottoressa Finazzi alle telefonate dei carabinieri». La procura ha chiesto l'assoluzione degli agenti imputati.

di

|

15 Gennaio 2016

Per il procuratore di Varese, Daniela Borgonovo, «non c'è nessuna prova delle lesioni» che sarebbero state inferte a Giuseppe Uva, il muratore morto nel 2008 nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese.
Con lui, quando venne fermato per strada dalle forze dell'ordine, c'era un amico: Alberto Biggiogero. Ma la sua testimonianza, secondo il pm, «non è attendibile». Il magistrato ha chiesto quindi l'assoluzione per sei poliziotti e due carabinieri, accusati di omicidio preterintenzionale.
L'AVVOCATO: «RICOSTRUZIONE PARZIALE». L'avvocato Fabio Ambrosetti, legale di parte civile di Lucia Uva, la sorella di Giuseppe che dal 2008 lotta per avere giustizia, annuncia battaglia. Raggiunto al telefono da Lettera43.it, l'avvocato ha commentato così la requisitoria del pubblico ministero: «L'ho definita assolutamente parziale, perché ha preso in considerazione solo una parte dei fatti emersi nel corso del dibattimento».
Ecco quali sono, invece, gli elementi che sarebbero stati trascurati.
 

  • Lucia Uva, sorella di Giuseppe (foto Imagoeconomica).

 

DOMANDA. Quali sono gli elementi che il pm avrebbe trascurato?
RISPOSTA.
Sono tanti e li metteremo in evidenza nella prossima udienza del 29 gennaio. Parleremo molto di più della procura, glielo garantisco.
D. Può anticipare qualcosa?
R.
Il pubblico ministero, innanzitutto, non ha tenuto conto delle dichiarazioni della dottoressa Finazzi. A lei, prima di morire in ospedale, Giuseppe Uva ha confidato che uno dei carabinieri, quella sera, al momento del fermo, disse: «Uva, era proprio te che cercavo».
D. Ma questa non è una dichiarazione di Biggiogero?
R.
Lo hanno riferito entrambi, sia Biggiogero, sia la dottoressa Finazzi. Sono due testimonianze che si confermano a vicenda, in maniera indipendente.
D. Quali sono gli altri elementi a suo parere trascurati?
R.
Per esempio, la telefonata intercettata tra due carabinieri la mattina dopo il fermo di Giuseppe. Conversavano dicendo: «Uva fisicamente lo puoi tenere, tanto è debole». Come si concilia questa frase con la ricostruzione dei militari, che hanno sempre parlato di atti di autolesionismo non controllabili per giustificare le ferite di Uva?
D. Il pubblico ministero ha detto che non ci sono prove delle lesioni inferte.
R.
Le lesioni ci sono eccome, e non vanno confuse con le macchie ipostatiche.
D. Può chiarire questo punto?
R.
Noi non sosteniamo affatto che le macchie ipostatiche sul cadavere di Giuseppe siano lividi, attenzione. Le riconosciamo per quello che sono. Ma poi ci sono anche i segni delle lesioni.
D. Quali?
R. L'infiltrazione emorragica sopra la testa e la lesione alla piramide nasale, che non è compatibile con una caduta. Si tratta di elementi obbiettivi, certificati dall'autopsia e dalla Tac eseguite dopo la riesumazione del cadavere.
D. Giuseppe Uva è morto per le percosse ricevute?
R.
Noi sosteniamo una cosa diversa. Giuseppe Uva non è morto di botte, è morto per una serie di concause, tra cui le percosse che ha ricevuto in caserma quella notte. E che hanno contribuito a scatenare la tempesta emotiva che gli ha fatto fermare il cuore.
D. Lei e Lucia Uva siete convinti che i giudici vi daranno ragione?
R.
Nessuno di noi si è stupito per la requisitoria del pm. È una tesi legittima, ma noi non siamo d'accordo. Siamo anzi sicuri che i giudici accoglieranno la nostra ricostruzione. C'è stato però un passaggio, nella requisitoria del pubblico ministero, che ho trovato personalmente inaccettabile e che mi ha molto infastidito.
D. Quale?
R.
Il pm ha messo in dubbio che i pantaloni consegnati da Lucia Uva dopo la morte di Giuseppe fossero quelli effettivamente indossati dal fratello la notte in cui è stato portato in caserma. La procura ritiene forse che Lucia conservasse a casa un paio di pantaloni sporchi del sangue del fratello? All’altezza del cavallo, su quei pantaloni, c'è una grossa macchia di sangue, composta da cellule di origine anale. Com'è possibile ipotizzare che non fossero quelli indossati da Giuseppe nella sua ultima notte di vita?

 

Twitter @davidegangale

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Caso Uva: assolti carabinieri e agenti GIUSTIZIA
Caso Uva, giudici: «Non ci furono percosse dalle forze dell'ordine»

Le motivazioni della sentenza con la quale sei poliziotti e due carabinieri sono stati assolti dall'accusa di omicidio preterintenzionale nei confronti dell'operaio: «Nessuna volontà di lederlo».

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
prev
next