Giuseppe Uva, la ricostruzione del caso

Il procuratore di Varese ha chiesto l'assoluzione per tutti gli agenti coinvolti nel fermo del muratore, poi morto in ospedale. L'avvocato della famiglia: «Sarà smentita».

15 Gennaio 2016

Giuseppe Uva è morto nel 2008, dopo essere stato fermato dalle forze dell'ordine a Varese.

Giuseppe Uva è morto nel 2008, dopo essere stato fermato dalle forze dell'ordine a Varese.

Per il procuratore di Varese Daniela Borgonovo «non c'è nessuna prova delle lesioni» che sarebbero state inferte a Giuseppe Uva, il muratore morto nel 2008 nel reparto psichiatrico dell'ospedale di Circolo, dopo aver passato una notte nella caserma dei carabinieri di via Saffi a Varese.
Con lui, quando venne fermato per strada dalle forze dell'ordine, c'era un amico: Alberto Biggiogero. Ma la sua testimonianza, secondo il pm, «non è attendibile».
È stata quindi chiesta l'assoluzione a carico di sei poliziotti e due carabinieri, accusati di omicidio preterintenzionale.
Borgonovo non ha risparmiato critiche alla fase iniziale delle indagini, condotta dal pubblico ministero Agostino Abate e che sarebbe stata caratterizzata da «anomalie» che avrebbero reso più complicato l'accertamento della verità. Abate è stato oggetto di un procedimento disciplinare e successivamente trasferito a Como dal Csm.

 

  • Biggiogero chiamò un'ambulanza mentre si trovava in caserma con Giuseppe Uva. I militari dissero che non era necessaria.

 

«NESSUNA PROVA» A CARICO DEGLI AGENTI. Secondo il procuratore Borgonovo, Biggiogero «ha prima affermato una cosa e poi un'altra».
E la sera in cui venne fermato assieme a Giuseppe Uva era «completamente ubriaco». Non ci sarebbe quindi «nessuna prova di comportamenti illegali da parte degli imputati» e «nessuna prova delle lesioni» che sarebbero state inferte a Uva, come denunciato invece dai familiari e in particolare dalla sorella del muratore, Lucia Uva. «I testimoni che hanno riferito di percosse o hanno ritrattato, o sono stati smentiti dai fatti», ha aggiunto il pubblico ministero.
L'AVVOCATO: «RICOSTRUZIONE ASSOLUTAMENTE PARZIALE». Il processo ricomincia il 29 gennaio, quando interverranno gli avvocati della famiglia Uva. Fabio Ambrosetti, legale di parte civile di Lucia Uva, ha definito la ricostruzione della procura «assolutamente parziale», dicendosi certo che «sarà smentita». Due richieste di archiviazione del caso, presentate dalla procura di Varese, sono già state respinte dai giudici. Lucia Uva si è limitata a un commento tagliente: «Complimenti alla dottoressa Borgonovo». Opposte le considerazioni dell'avvocato Piero Porciani, che difende uno degli agenti imputati: «Il pm ha fatto un'analisi molto dettagliata della vicenda. Speriamo che la Corte d'Assise non si faccia condizionare dalla politica o dai media, cosa che sembra sia già accaduto in questo caso».
Ecco gli snodi principali del caso, ricostruiti attraverso quanto scritto su Internazionale dal deputato Luigi Manconi e Valentina Calderone e attraverso le altre fonti di seguito citate.
 

Fermati per aver spostato le transenne

Venerdì 13 giugno 2008 Giuseppe Uva e Alberto Biggiogero, dopo aver visto in televisione la partita dell'Italia agli Europei di calcio, escono e incontrano alcuni amici in un bar. Dopo qualche ora tornano verso casa a piedi. Hanno bevuto tutti e due e a un certo punto notano delle transenne lasciate all’angolo di una strada. Sotto l'effetto dell'alcol, le prendono e le spostano in mezzo alla strada, bloccando il traffico.
Una pattuglia dei carabinieri a quel punto li avvista e decide di intervenire.

Cosa è succeso dopo, secondo la denuncia di Biggiogero

Secondo quanto ha raccontato Biggiogero la mattina dopo nella sua denuncia, la pattuglia era formata da due carabinieri.
Uno dei due sarebbe uscito dall'auto e avrebbe detto a Giuseppe: «Uva, proprio te cercavo questa notte, questa non te la faccio passare liscia, te la faccio pagare».
Giuseppe a quel punto sarebbe scappato, inseguito dai due militari, con l'amico al seguito. Biggiogero ha detto che i due carabinieri, dopo aver raggiunto Uva, lo avrebbero gettato a terra. Dopodiché i due amici sarebbero stati caricati con violenza a bordo di due diverse automobili: Uva su quella dei carabinieri, Biggiogero su una volante della polizia arrivata successivamente.

Quelle urla nella caserma di via Saffi

Le auto raggiungono la caserma di via Saffi e vengono raggiunte da altre due pattuglie della polizia. Uva e Biggiogero vengono separati: il primo in una stanza, il secondo in sala d’aspetto. Biggioggero, da quel momento in poi, ha raccontato di aver sentito le urla prolungate del suo amico e numerose richieste d’aiuto.
Nella stanza sarebbero entrati e usciti, alternandosi, i due carabinieri e i sei poliziotti. Biggiogero ha ancora con sé il suo cellulare e decidere chiamare il 118 per far arrivare un’ambulanza.

La proposta di un Tso per atti di autolesionismo

Dal centralino del 118, però, chiedono conferma in caserma (vedi il video all'inizio dell'articolo).
Il carabiniere che risponde nega che sia necessario e l'ambulanza non arriverà mai. A Biggiogero viene sequestrato il cellulare.
In caserma, però, dopo circa mezz'ora, arriva un dottore della guardia medica, che propone di sottoporre Uva a un Trattamento sanitario obbligatorio. La motivazione sarebbero i suoi atti di autolesionismo. Uva starebbe sbattendo corpo e testa contro le sedie, la scrivania, gli stessi stivali degli agenti. In una deposizione dei militari, scrivono Manconi e Calderone, «troviamo questo passaggio: 'Il collega frapponeva il suo stivale tra il pavimento e la testa di Uva, per evitare che questi si facesse più male urtando contro la superficie dura del pavimento'». Giuseppe Uva viene ricoverato nel reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo. Morirà il 14 giugno del 2008, la mattina dopo il suo fermo, intorno alle 11.

La versione della famiglia Uva

Secondo i legali della famiglia Uva, Giuseppe «è morto per lo stress fortissimo subito in via Saffi unito a un prolasso della valvola mitrale, di cui già soffriva. Il corpo è lì a dimostrare quel che ha patito, compresa l’ipotesi più orrenda: la Tac sul cadavere ha evidenziato aree gassose che sarebbero effetto di una lesione traumatica intestinale e del retto». A luglio 2014 il gup Stefano Sala ha di fatto accolto questo ricostruzione, rinviando a giudizio i sei poliziotti e i due carabinieri e respingendo la richiesta di non luogo a procedere avanzata dalla procura. La stessa imputazione degli otto agenti era stata disposta in maniera coatta dal gip Giuseppe Battarino, che a sua volta aveva respinto la prima richiesta di archiviazione avanzata dalla procura di Varese.

Il corpo di Giuseppe descritto dalla sorella Lucia

«Quando è andata in obitorio come ha trovato il corpo di Giuseppe?», ha chiesto nel 2013 la redazione di ArticoloTre.com a Lucia Uva, sorella di Giuseppe.
«La prima cosa che ho visto è stato il naso viola. Poi aveva l'occhio sinistro con una botta di colore blu e la mano destra con una bozza viola. Tutte le gambe tagliuzzate, il ginocchio gonfio. Aveva delle bruciature sullo zigomo destro e sulla spalla destra, come se gli avessero spento le sigarette addosso. Aveva lividi sulla schiena e sul fianco. Poi aveva un pannolone tutto sporco di sangue. Gliel'ho tolto per guardarlo bene. Gli ho aperto le natiche: aveva l'ano fuori e i testicoli irriconoscibili e violacei. Da lì ho capito che mio fratello era stato picchiato e seviziato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Caso Uva: assolti carabinieri e agenti GIUSTIZIA
Caso Uva, giudici: «Non ci furono percosse dalle forze dell'ordine»

Le motivazioni della sentenza con la quale sei poliziotti e due carabinieri sono stati assolti dall'accusa di omicidio preterintenzionale nei confronti dell'operaio: «Nessuna volontà di lederlo».

Nessun commento

Per scrivere un commento è necessario registrarsi oppure accedere con Twitter o Facebook: Loggati - Registrati

Dalla nostra HomePage
prev
next