Indonesia, le mire dell'Isis sul Sud-Est asiatico

Firma jihadista sull'attacco di Giacarta. Tra minacce, addestramento e foreign fighter, si fa strada il rischio di un nuovo Califfato.

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14 Gennaio 2016

Una manifestazione a favore dell'Isis in Indonesia

Una manifestazione a favore dell'Isis in Indonesia

Il Sud-Est asiatico nuovo obiettivo della minaccia portata avanti dallo Stato islamico?
È la domanda su cui si interrogano gli analisti alla luce delle esplosioni che hanno sconvolto Giacarta nella mattina italiana del 14 gennaio.
UN PRECEDENTE NEL 2009. Primo attacco terroristico nella capitale dell'Indonesia dopo quello agli hotel Marriott e Ritz del 2009.
Due civili sono morti, assieme a cinque attentatori.
Altri quattro sono stati catturati nel corso di un attacco che gli investigatori hanno assicurato voler ricalcare le stragi parigine del 13 novembre 2015.
E dopo le prime ore di incertezza è infine arrivata la rivendicazione da parte dell'Isis.
RECORD DI MUSULMANI. Una firma che rinsalda, nei fatti, il legame sottotraccia tra i jihadisti e l'Indonesia, non nuova ad avvertimenti di stampo terroristico in virtù della rafforzata presenza dello Stato islamico sul suolo del Paese asiatico, primo al mondo per presenza di musulmani, oltre quota 200 milioni (87% del totale).
Nel Paese prevale un islam moderato, ma è presente e rumorosa pure una frangia conservatrice.
MINACCE RIPETUTE. Già a dicembre 2015 le autorità del Paese avevano messo in guardia la popolazione da «minacce credibili» e avevano altresì rafforzato le misure di sicurezza nelle chiese, negli aeroporti e in altri siti a rischio in tutto il Paese.
Lo Stato islamico aveva infatti annunciato un'azione che avrebbe messo l'Indonesia «sotto la luce dei riflettori».
Non erano rimasti inevasi, dunque, i i segnali di possibili attacchi.
MALESIA IN ALLERTA. Col primo ministro della Malesia Najib Razak che aveva invitato, il 21 novembre, a tenere alta l'attenzione nei confronti di una minaccia «reale».
«Militanti e gruppi locali come Abu Sayyaf», aveva detto, «hanno giurato fedeltà del cosiddetto Stato islamico».
ASIA CENTRO DI RECLUTAMENTO. Mentre il suo omologo indonesiano, appena sei mesi prima, non aveva avuto dubbi nel parlare del  Sud-Est asiatico come di un «centro di reclutamento chiave per l'Isis».
Anche per questo la polizia aveva arrestato diversi sospetti affiliati all'organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi.
Molti di loro, probabilmente, erano scesi in piazza il 24 gennaio 2015, nella città di Sulawesi, a Makassar, una delle più grandi isole dell'arcipelago, per mandare in scena uno dei più affollati cortei pro-Isis mai visti al mondo.
 

Tra 500 e 700 indonesiani diretti in Siria e Iraq

L'Isis aveva minacciato attacchi in Indonesia nei giorni scorsi.

L'Isis aveva minacciato attacchi in Indonesia nei giorni scorsi.

Si stima che dal 2015 siano tra i 500 e i 700 cittadini indonesiani, donne e bambini compresi, partiti alla volta dell'Iraq e della Siria.
Pare anche che la prima ondata di foreign fighter abbia già fatto ritorno in patria per mettere a frutto i mesi di addestramento.
A testimonianza di ciò i video diffusi dall'Isis che ritraevano bambini di lingua indonesiana addestrati all'uso delle armi nei centri di reclutamento dei terroristi.
UN DOPPIO CALIFFATO. C'è poi chi, come il ministro della Giustizia australiano George Brandis, si è spinto a paventare in un'intervista al quotidiano The Australian il rischio che il Califfato, sotto assedio in Siria e Iraq, abbia «l'ambizione di incrementare la sua presenza e il livello delle sue attività in Indonesia, sia direttamente sia attraverso affiliati».
Sfruttando cioè l'appoggio delle formazioni jihadiste già presenti nel Paese.
Nella stessa intervista, Brandis è arrivato a ipotizzare «un Isis oltre il Medio Oriente», partendo proprio dall'Indonesia come luogo dove realizzare i piani di al Baghdadi. 
AZZERATA JEMAA ISLAMIYAH. Come se non bastasse, l'Indonesia è, suo malgrado, il Paese costretto a fare i conti con gli attacchi più violenti seguiti ai sanguinosi attentati di Bali del 2002.
È a partire da quell'anno che Giacarta ha intensificato l'offensiva contro le tradizionali organizzazioni jihadiste, finendo per radere al suolo la potente rete di Jemaa Islamiyah, una sorta di ramificazione di al Qaede nell’Asia sud-orientale fondata nel 1993 da Abdullah Sungkar e Abu Bakar Bashir, due attivisti rifugiatisi in Malesia a seguito di una condanna per affiliazione a un’associazione clandestina che promuoveva il jihad e il reclutamento di combattenti da inviare in Afghanistan per combattere l’occupazione sovietica.
MILIZIANI PRONTI AD AGIRE. Proprio sulle ceneri di Jemaa Islamiyah sembrano aveer attecchito le mire degli uomini di al Baghdadi, pronti a foraggiare l'avanzata jihadista con le centinaia di militanti dispiegati sul campo in attesa  a entrare in azione
Dallo Stato islamico, poi, potrebbero giungere mezzi e denari per rinfocolare quell'estremisco islamico mai completamente sopito a Giacarta e dintorni, come testimoniato dagli attentai del 14 gennaio.

Twitter @LorenzoMantell

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