Italiani in Libia, lasciare il Paese significa fallire

Altri 4 italiani rapiti in Libia. Imprudenti? No, costretti a restare per gli affari. Oltre 100 aziende vantano crediti per 1 miliardo: «La Farnesina ci abbandona».

20 Luglio 2015

La centrale di compressione di olio e gas di Mellitah, in Libia.

(© Ansa) La centrale di compressione di olio e gas di Mellitah, in Libia.

Sono quattro i dipendenti dell'azienda Bonatti di Parma a essere stati sequestrati in Libia il 20 luglio.
Anche a loro, il 15 febbraio, dopo la chiusura dell'ambasciata italiana a Tripoli, la Farnesina aveva segnalato la situazione di estrema difficoltà del Paese.
Anche loro, come tutti i connazionali, erano stati invitati a partire.
Eppure sono rimasti.
Imprudenti? Avidi? Più che altro 'costretti': per loro, come per tanti altri italiani che operano in zone pericolose, non c'è altra scelta.
Sono i rischi del mestiere, verrebbe da dire. O continui a lavorare o perdi tutto.
ITALIA PRIMO PARTNER. Secondo i dati pubblicati a marzo 2014 dall’Istituto per il Commercio estero, all'epoca erano 133 le imprese italiane operanti in Libia, dove l'Italia è primo partner commerciale, non solo per petrolio e gas.
Grandi aziende come Unicredit, Iveco ed Eni, ma anche piccole medie imprese.
Poi, l'accentuarsi della crisi e l'avviso di ritirata della Farnesina a febbraio.
Ora sarebbero ancora alcune decine gli imprenditori che continuano a operare nel Paese nordafricano, mettendo ogni giorno a rischio la loro vita.

 

L'imprenditore De Cecco a Renzi: «Ritorno lì per continuare la battaglia»

Gianluca Salviato, tecnico italiano rapito in Libia.

Gianluca Salviato, tecnico italiano rapito in Libia.

La polemica sul fatto che le aziende non chiudano i battenti pur a conoscenza dei pericoli era già scoppiata all'indomani del caso del tecnico piacentino Marco Vallisa dell’azienda Piacentini costruzioni.
Fu rapito nel luglio 2014 e liberato a novembre, qualche giorno prima del lieto fine per un altro tecnico veneziano, Gianluca Salviato, sequestrato a Tobruk nel marzo 2014 (e poi finito persino in cassa integrazione).
Anche le loro aziende erano state messe in guardia dalla Farnesina.
UN PAESE COMPLICATO. Ma tornare a casa spesso significa perdere i crediti non ancora saldati, con la consapevolezza che rivendicarli dall'Italia sarebbe ancora più difficile viste le complicate relazioni con un Paese come la Libia ancora alle prese con la transizione post-Gheddafi.
E ora con l’avanzata dell’Isis in mezzo alla guerra civile, i rischi diventano ancora più grandi.
CREDITI PER 1 MILIARDO. Secono quanto riporta Il Gazzettino sono ancora circa 130 le aziende che lavorano sul territorio e che aspettano di essere pagate: si arriva a circa 1 miliardo di euro di crediti per le opere realizzate in Libia prima e dopo la rivoluzione.
Soldi che le ditte bergamasche, padovane, veneziane, vicentine, friulane e parmigiane non rivedrebbero più una volta abbandonato il Paese.
«COME POSSIAMO SALVARCI?». Per questo l'ingegner Gianni De Cecco - a capo della Friulana Bitumi, che ha progettato le infrastrutture di Tobruk cui stava lavorando Salviato per conto della friulana Ravanelli di Venzone - tempo fa aveva scritto al presidente del Consiglio Matteo Renzi: «Sabato riparto per la Libia a continuare la battaglia», spiegò l'imprenditore friulano, «l'ambasciata sconsiglia, ma come facciamo a salvarci da soli se non ci andiamo?».
«AVVISATI E ABBANDONATI». La Farnesina a febbraio ha consigliato a tutti di lasciare il territorio, ma a chi ha investito anni e soldi delle proprie imprese non è offerto nessun aiuto economico.
Da qui l'accusa di essere stati avvisati e abbandonati.
Per la Camera di commercio Italo-libica «i vari governi che si sono succeduti nel tempo hanno sempre evitato di proteggere le imprese coinvolte, con l'eccezione delle 'aziende' di Stato».
CONTRO SPARI E AUTO BOMBE. Questi sono i rischi del mestiere per chi opera in Libia: «Anche se sparano e fanno scoppiare le auto bomba», ricordava De Cecco a Renzi, «ci vediamo costretti ad andarci da soli per cercare di recuperare quello che ci spetta».

A pagarne le conseguenze sono soprattutto le piccole ditte

Tripoli è particolarmente esposta alle infiltrazioni di jihadisti stranieri.

(© GettyImages) Tripoli è particolarmente esposta alle infiltrazioni di jihadisti stranieri.

Una situazione difficile quella delle imprese operanti in Libia, a partire da quelle che vantano crediti 'storici', ovvero per lavori svolti negli Anni 80-90: sarebbero oltre 100 le società italiane coinvolte.
A marzo 2014 era stato raggiunto un accordo tecnico-giuridico che - sulla base di un precedente verbale firmato alla Farnesina nel 2013 - definiva l'ammontare dell'offerta libica e i creditori destinatari.
L'intesa era stata consegnata all'ufficio del primo ministro libico per l'approvazione.
FASE DI INSTABILITÀ. «Si era a un piccolissimo passo dalla soluzione. Purtroppo la crisi in Libia non ha fatto che aggravarsi», disse allora il vice ministro degli Affari esteri, Lapo Pistelli, che a giugno 2015 ha lasciato il suo incarico di governo (dal mese di luglio è impegnato in un ruolo di alta responsabilità all'Eni), «e il Paese sta attraversando una nuova e delicatissima fase di instabilità».
A pagarne le conseguenze sono state soprattutto le piccole ditte: «Più complessa è la questione dei crediti maturati dalle imprese, in maggioranza di dimensioni piccole e medie, che operavano in Libia quando è scoppiata la rivoluzione».
SOLUZIONE LONTANA. Malgrado l'impegno della Farnesina, «le difficoltà interne libiche - il susseguirsi di vari governi, i problemi di bilancio e le ultime violenze - hanno finora impedito di addivenire a una soluzione definitiva», sottolineò Pistelli rispondendo a una interrogazione presentata alla Camera.
Da allora  non è stato fatto nessun passo avanti.
Inascoltata anche la richiesta di creare un presidio che garantisca la sicurezza delle aziende italiane sul territorio libico.
FUGA DELLE AMBASCIATE. Per loro solo un monito: «L’imprescindibilità per gli operatori economici di guardare al mercato libico con un approccio cauto e oggettivo», ha scritto la Farnesina il 15 febbraio.
Giorno in cui, ultima ambasciata europea ancora aperta dopo la grande fuga da Tripoli di agosto, ha deciso di andare via. A restare sono invece i lavoratori.

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